I DIARI TOSCANI DEL PREMIO PIEVE: DOWN YONDER C’È UNA CASA GIALLA DI ANDREA MERLI

I diari toscani del Premio Pieve: Down Yonder c’è una casa gialla di Andrea Merli

I ricordi dell'anno trascorso in Alabama a studiare di un giovane liceale di Arezzo: un lieve affresco della "american way of life"

Nel suo diario "Down Yonder c’è una casa gialla" Andrea Merli racconta il suo anno di studio trascorso in Alabama: l'occasione per entrare in contatto con realtà scolastiche diverse, vivere in una nuova famiglia, conoscere altri "exchange students" che provengono da tutto il mondo. Il diario di Andrea, nato nel 1977 a Ravenna ma trasferito con la famiglia in provincia di Arezzo da quando aveva 6 anni, è un affresco della "american way of life" tracciato con divertita levità, arrivato in finale al Premio Pieve nel 1999.

Somerville, Alabama, 1994 August 21 Route 3. Si chiama così la strada di fronte alla casa che abiterò per i prossimi dieci mesi, una casa di mattoni rossi in mezzo alla campagna nei dintorni di Somerville, Alabama, nel downsouth degli Stati Uniti. Ci sarebbero già un paio di migliaia di cose da raccontare ma forse è meglio procedere con ordine e tornare al 19 agosto, il giorno che ho lasciato il Ramapo.
Partito dal New Jersey intorno alle otto, ho cambiato aereo a Nashville, Tennessee, per poi atterrare a Huntsville, Alabama, alle 16:30. L’aeroporto al mio arrivo era deserto. Panico. Ma non doveva esserci tutta la famiglia ad aspettarmi con trombette e striscioni? Mi sono guardato intorno. Nessuno. Poi, all’improvviso, ecco una signora avvicinarsi timidamente. "...Andrea?..." No, Babbo Natale. Quanti altri ragazzi con l’aria dispersa, la maglietta da exchange student e due valigie da trasloco ci sono in giro? Così ho conosciuto le persone che mi ospiteranno quest’anno: lui è Mike, impiegato, taglia XXXL, baffetti, calvo e con gli occhiali; lei è Eva, infermiera, stessa taglia, senza baffetti, con capelli e senza occhiali. Mi hanno fatto subito un’ottima impressione.
Guidando attraverso le roll hills della campagna, dad mi ha portato in questa casa di mattoni rossi dove ho conosciuto brother Sam (17 anni, anche lui di buona stazza), sister Beth (13, impegnata a mangiarsi un pastone di cereali davanti alla televisione) e i nove gatti e un cane che girano in cortile. La casa è piuttosto grande, si trova in mezzo a un bel paesaggio ed è affiancata da altre due costruzioni prima che inizi una prateria senza confini: una è la stalla, l’altra è la baracca della nonna. Già, la baracca della nonna! Io pensavo che fosse un magazzino per gli attrezzi, poi m’hanno spiegato che la nonna è stata esiliata dalla casa grande perché fuma e quindi è stata gentilmente invitata a trasferirsi. Good job! Nella stalla ci sono due splendidi cavalli: Beth mi ha detto che la femmina è tranquilla e che la potrò cavalcare presto mentre lo stallone è "pazzo" e non si può neanche farlo uscire dal box.
Verso le sei della prima sera, dopo aver sudato un’ora in bagno prima di capire che il rubinetto della doccia va strizzato per far colare un po’ d’acqua, ho sentito la voce di mom che mi chiamava per la cena. In pochi secondi mi sono scaraventato a tavola. Mi è stato servito un piatto di maccheroni in melma gialla (makeroni ’n cheese con la "r" moscia, come dicono loro) che mi ha fatto scoprire che il formaggio qui si compra a blocchi come mattoni, non ha crosta, si adatta alla forma del pane e brilla di un giallo sintetico che si abbina ai fiori sulla tovaglia. Bene o male è andato giù anche quello insieme a un bicchierone di thè ghiacciato. In famiglia sono tutti rigorosamente astemi.
Dopo cena ho esplorato la casa. In cucina il frigorifero è alto fino al soffitto ed è coperto di calamite, fotografie, numeri di telefono e ricette di ogni tipo. Accanto all’acquaio ci sono l’inceneritore dei rifiuti e il forno a microonde, necessario per riciclare ogni tipo di avanzi. Il salotto è arredato con moquette rosa, legno alle pareti da cui sorridono le foto di Sam a cinque anni, televisore camuffato da mobile (o viceversa?) e, soprattutto, due poltrone. Quella blu, un ordigno estensibile e imbottito, è di Mike e guai a chi la tocca. Dal salotto si aprono due porte, quella della cucina e quella dello sgabuzzino per lavare-asciugarestirare che precede l’immensa camera di Sam fornita di cessetto personale. Dall’altra parte c’è un corridoio dove si affacciano un bagno, la mia camera (moquette verde, armadio bianco e lenzuoli rossi), quella di Beth (affogata nei mucchi di scarpe e gli orsacchiotti di peluche), quella dei genitori (tutto extra-size e con doppi rinforzi) e una stanza piena di roba usata.
Più tardi sono uscito con Sam e la sua ragazza (discreta) a fare un giro nei dintorni. Diciamo che non mi ero accorto di vivere nel cuore del paese. La route 3 scorre lunga e dritta in mezzo agli alberi della pianura e ogni paio di miglia sbuca una costruzione: la chiesa, l’ufficio postale, la stazione dei pompieri... Il vero e proprio downtown di Somerville è un incrocio con la piazzola di un minimarket e un benzinaio. Non è esattamente la mia idea di "centro abitato" ma qui sono in America, nell’America privata e nascosta di un paesino in Alabama dove c’è solo una strada a tagliare miglia e miglia di campagna.
Il giorno dopo siamo andati a fare shopping a Decatur, una città non molto lontana da qui dove finalmente si riconosce un po’ di vita. Prima di tutto siamo passati da un grande magazzino per le spese scolastiche: una scrivania, una calcolatrice, due pacchi di matite, sedici chili di carta, dozzine di penne e svariati gingillini per Beth. Giusto due cosette. Ma il bello è arrivato nel pomeriggio al Food World, un supermercato di generi alimentari semplicemente sterminato. Ora, non voglio finire carta e inchiostro per elencare che cosa abbiamo caricato sul van dopo due ore di spesa, dirò solo che siamo usciti con due carrelli (i nostri al confronto sembrano carrioline da spiaggia) pieni di 14 borsoni giganti, 12 sacchetti di plastica, due casse di lattine e uno scontrino lungo 72 centimetri. C’è qualche mega party in arrivo? Penso che abbiamo fatto provviste fino a Natale.
Appena tornati a casa, scaricate le cibarie e imbottita la cambusa, sono andato a trovare la nonna. Effettivamente il fumo nella "baracca" era così denso da prenderlo in mano. La signora è stata molto gentile, mi ha offerto la merenda e mi ha rivelato le sue passioni: i romanzi fantasy e il suo cagnolino Pepper.
Oggi, che è domenica, siamo andati a messa. La famiglia è cristiana metodista e quindi ho partecipato a una funzione completamente diversa da quella cattolica. La chiesa è piccola, c’è appena lo spazio per una cinquantina di persone, e non ha il campanile. Ma le campane servirebbero a poco, così lontane da tutte le case. Dopo i saluti di benvenuto il pastore ci ha diviso in gruppi secondo l’età e ci ha spedito in stanze diverse per la Bible Class. Ho scoperto così che ogni domenica c’è un’ora di catechismo prima della messa. Dopo la Bible class siamo tornati tutti insieme in chiesa per la predica del minister che poi ha battezzato due bambini. La messa è durata più di due ore. Proprio quando stavo per frantumare il mio record di sopportazione (imbattuto dall’ultima domenica delle palme), la celebrazione è finita e allora siamo andati a mangiare cipolle fritte in un locale di Huntsville. Well, that’s all for now.
Somerville, August 23 Cosa ho pensato ieri quando sono uscito da scuola? Un candido: "Sono nella merda. E fino al collo". Detto questo, cominciamo dall’inizio e fermiamoci alla fine, come disse qualcuno. Ieri mattina mi sono svegliato alle 6:37 e ho avuto la bellezza di 23 minuti per vestirmi, rifare la camera, andare in bagno e fare colazione. Alle sette spaccate Mom mi ha caricato in macchina per portarmi all’ospedale. Ma non dovevo andare a scuola? Già, ma avevo bisogno di un cartellino blu per certificare la mia sanità fisica (e mentale). Per strada mi sono accorto di aver dimenticato a casa il foglio di un vaccino ma siccome la faccia da malato di tifo non l’avevo, alla fine ho preso il mio bollino e sono potuto entrare alla Brewer High School.
La scuola è spaventosamente grande
. Per fortuna c’era Mom che mi ha portato in segreteria tra gli sguardi incuriositi di chi passava. La prima cosa da fare era stabilire la mia schedule, cioè scegliere le materie da frequentare. Per questo sono andato a parlare con il counsellor, una persona lì apposta per aiutare gli studenti a inserirsi e che quindi dovrebbe comportarsi in modo almeno cortese. Con me il tipo si è lanciato nel suo slang del cazzo con un filo di voce sbattendosene allegramente che io non ci capissi un’acca. Grazie, io sono italiano e non ci capisco nulla. Ma lei è un grandissimo stronzo. […]
Somerville, September 4 4 settembre 1994! Sembra impossibile ma sono già passati 26 giorni dal mio arrivo negli States. Il tempo è davvero volato via! Bene, come avevo annunciato, venerdì scorso è stato un giorno particolare. Perché ho avuto il secondo test di storia? No, perché la sera si è giocata la prima partita di football della stagione. I preparativi sono cominciati fin dal mattino. Le ultime due ore di lezione sono state più brevi per lasciare spazio all’avvenimento più atteso dagli studenti della B.H.S.: The Pep-Rally. È una festa in palestra per presentare ufficialmente la squadra della scuola. Durante lo show ha suonato la banda, si sono esibite le cheer-leaders (le figone della scuola che dirigono il tifo, ballano e si esibiscono coi salti mortali e le piramidi umane) e alla fine sono entrati i giocatori acclamati dagli spalti. Ma i veri protagonisti siamo stati noi sulle tribune, divisi secondo le categorie dai freshmen ai seniors. Parola d’ordine: fare casino. La palestra è diventata un inferno di cori e urla e grida che ci hanno reso tutta l’energia scaricata in una mattina passata sui libri. Il Pep-rally è durato solo mezz’ora, ma ha continuato a farmi fischiare le orecchie per tutto il pomeriggio. È semplicemente incredibile, ma fantastico, che la scuola organizzi una cosa del genere. […]
August 9, 1995 A quest’ora di un anno fa ero in treno per Milano con uno zaino e una valigia pieni di roba e tanta voglia di partire. Oggi sono qui a casa, il tavolo di cucina è sempre lo stesso come lo stesso è rimasto il mio paese. Chissà perché mi aspettavo che tutto fosse cambiato, che so, i quartieri, la moda, la gente... Invece ho ritrovato più o meno ogni cosa come l’avevo lasciata, i discorsi sono ripresi dove interrotti. Passata l’euforia dei primi racconti sull’anno vissuto down yonder in quella casa gialla ho cominciato a studiare le materie che in America non avevo svolto (italiano, latino, storia europea, filosofia, fisica e storia dell’arte) e su cui dovrò sostenere un colloquio a settembre prima di cominciare la quinta. Ma è davvero tutto uguale a prima?

[Brani tratti da “Lontana terra. Diari di toscani in viaggio”, Terre di mezzo, Milano, 2005]

06/09/2017