I DIARI TOSCANI DEL PREMIO PIEVE: TACCUINO DEL VAGABONDO DI VIRGILIO MARTINI

I diari toscani del Premio Pieve: Taccuino del vagabondo di Virgilio Martini

Annotazioni di un giovane di buon talento letterario nato a Fiesole nel 1903 a caccia di avventure fra Europa e Sud America

Virgilio Martini, nato a Fiesole nel 1903, raccoglie nel suo "Taccuino del vagabondo" le sue avventure fra cabaret e bordelli: dall'amata Europa a un Sud America che gli appare volgare e dove gli sembra che ignoranza e bruttezza regnino sovrane. L'ingresso negli ambienti letterari e la conoscenza con Pirandello non gli impediscono una fuga zingaresca e senza meta verso l'altro emisfero.

irenze-Parigi, 24-26 aprile 1926 Partenza solitaria nell’alba primaverile. La mia vecchia città scompare: il fiume ingiallito dalle ultime piogge, i monti lontani con un po’ di neve sui cocuzzoli che non vedrò più, per chissà quanto tempo.

Signa. Subbolìo d’un carro che passa là sotto, col barrocciaio addormentato. Poggerelli di pini, poggerelli di pioppi: nessuno ha tempo di guardarvi. Chi ha sonno dorme, chi vi ha visto troppe volte legge il giornale. Appena tre viaggiatori chiacchierano: e sono venuti a mettersi proprio accanto a me, per gonfiarmi la testa con la radio. Accidenti a chi l’ha inventata: a Saint-Denis, nella banlieue parigina, in una trattoria accanto allo stabilimento dove facevo il manovale, l’anno scorso, m’ha sciupato la digestione per due mesi. Nemmeno il grido di battaglia empolese "Panini rosbifféééé!" distoglie la cortezza di cervello di questi tre dalle lunghezze d’onda dalle bobine, dai quadri, dagli accumulatori.

Pisa. Inglesi, francesi, tedeschi. Una famiglia inglese invade lo scompartimento. Scaraventano le valige sul cappello d’un romano e sul mio berretto. Il romano spara un mannaggia; io levo il berretto da sotto la valigia e invito lo sparatore nel corridoio, a veder le calze di seta di una svedese che le mostra volentieri. Profilo delle montagne intagliate nel cielo nuvoloso.

Un minuto a Viareggio; poi, di corsa, davanti a Pietrasanta, a Serravezza. Il mare è là, vicino, dietro l’estrema fila d’alberi, e non si vede.

Massa. Alpi Apuane. Nei campi, ragazze portano sulla testa grandi ceste di bombole per il latte. Ecco la prima strisciolina di mare, lontana, fra gli alberi laggiù, con qualche vela che balla sulla cresta. Ma sparisce subito. Metto la testa fuori. Il vento mi fischia sulle palpebre; di tra le ciglia socchiuse intravedo pioppi e pali del telegrafo amorosamente corrermi incontro. Navi da guerra nel golfo della Spezia, sotto un gran sole. Esplosione bianca accecante di luce, di cielo, di acqua, alla fine della prima galleria, dopo La Spezia; piccoli lampi dalle bocche basse dell’altra galleria; - e il mare. Per due ore e mezzo sarà così, fra le gallerie, per tutta la Riviera di Levante, fino a Genova. Taci e guarda. [...] Tutti i lumi di Genova, a semicerchio, e poi la corsa nel buio.

Torino. Il direttissimo per Parigi è già partito; il prossimo treno, un accelerato, partirà alle 6.15. La sala d’aspetto è piena di gente che dorme e parla sommesso. Due ragazze si sono allungate sul velluto di un divano; su quattro poltrone stanno, in pose dignitose, quattro signore; sui rimanenti divani, pigiati, tutti gli altri. Italiani gli ultimi, francesi le seconde, inglesi le prime. Le ossa rotte da poche ore di mezzo sonno, al piccolo trotto andiamo, nella mattina di pioggia e di freddo, verso la frontiera. Una neve sottile che si disfà subito in acqua. Le montagne bianche oscillano nella nebbia. Bardonecchia, candida. Addio all’Italia sotto una nevicata fitta. Modane. Ride il sole sulle vette nevose, sulla spianata verde, sui tetti grigi. Mi vien voglia, con tanto sole che fa contrasto alla neve dall’altra parte del Moncenisio, di perdere ancora un treno per fermarmi a dare un’occhiata al paese.

Modane-Gare e Modane-Ville: due paesi, a poco più di mezzo chilometro. Case modeste sui cigli della strada, casupole nei vicoli melmosi dove passeggiano le galline, tronchi d’albero dappertutto, botteghe e alberghetti con le insegne in due lingue. E un fiumiciattolo bigio e sporco per le acque torbide che precipitano dalle vette del Cenisio e degli altri monti. Al primo che passa domando, in francese, il nome del fiumiciattolo. Mi risponde in italiano: "L’Arco". Elle, apostrofo, arco. Un ragazzino lancia grandi squilli di tromba, per far voltare la gente, e urla: "La Stampà, La Gazzettà del Popolò, Le Nouvelliste de Lyon!" E a uno che gli allunga i soldi : "Ciapa là". Chambéry. Le montagne han digradato dalle altezze d’inarrivabili nevi; la Savoia sta per finire. Comincerà fra poco una pianura uguale, verde pallida sotto un cielo scialbo, che durerà per centinaia di chilometri, fino a Parigi, interrotta da scarse casucce sperdute, da pochi paesi, da pochissime città. [...] Chiara e stretta la Senna fra le rive verdi, sotto il cielo grigio un po’ nebbioso della prima mattina. Comincia la grande banlieue. Battimi in faccia, vento del nord; portami sùbito l'alito e l’ansito grevi di Parigi; fammi sùbito risentire il profumo avvelenato della Città delle città.

Parigi, 2 maggio 1926 La benzina dei tubi di scarico degli autobus, le folate d’aria calda delle bocche spalancate del métro, le vampate di calore dei treni nelle cinquanta stazioni grandi e piccine, i fetori delle mille officine e fabbriche di periferia e della banlieue, l’aroma di lussuria che si sprigiona dalle carni nude delle danzatrici nelle cento boîtes-de-nuit e nei trenta teatri di varietà, il puzzo dell’incalcolabile plebaglia senza tempo né voglia né quattrini per lavarsi, il lezzo di bestia feroce dei negri, quello di ammalato dei gialli, quello di cadavere che negri e gialli sentono nei bianchi, le esalazioni della Senna, le putrefazioni della Morgue, le leggerezze verdi dei cimiteri metropolitani Père-Lachaise, Montmartre e Montparnasse, gli effluvi dei giardini del Lussemburgo, delle Piante, delle Tuileries, dei parchi Monceau, Montsouris, Buttes-Chaumont, Campo di Marte, dei boschi di Boulogne e di Vincennes: tutto si somma, si fonde e si spande sopra e sotto il mare di tetti della metropoli, si dilata oltre i viali dove una volta erano le fortificazioni. Odore variabile di ora in ora, da stagione a stagione, da quartiere a quartiere, variabile ma pure uguale; odore che non somiglia a quello di nessun’altra città: profumo di Parigi. [...]

 

[Brani tratti da “Lontana terra. Diari di toscani in viaggio”, Terre di mezzo, Milano, 2005]

06/09/2017