MAX PINUCCI MODERNO ‘LEONARDO’ DELL'ISIA CHE 'DISEGNA' GLI AEREI

di Costanza Baldini
Max Pinucci moderno ‘Leonardo’ dell'ISIA che 'disegna' gli aerei

Intervista a uno dei designer toscani più creativi e visionari del panorama contemporaneo italiano

Max Pinucci designer dal 1987, spazia professionalmente tra i diversi linguaggi espressivi della forma, dell’immagine e della ricerca accademica. Con il suo studio MBVision ha affrontato vari ambiti della progettazione, della direzione creativa e dell’espressione artistica. Nella progettazione di velivoli si è occupato di design di interni ed esterni, ergonomia di bordo, strumentazioni di aerei sportivi, tra i quali alcuni dei più bei velivoli dell’ultimo decennio. Insegna digital design e comunicazione all’ISIA Firenze e presso università nazionali e internazionali (slovene, polacche e statunitensi). Attratto sin dall’infanzia da ogni oggetto volante, dal 1997 illustra profili di aerei storici, in particolare quelli della Grande Guerra e gli idrovolanti della Golden Age per riviste e pubblicazioni italiane e straniere. Da qualche tempo, quasi per caso, Max Pinucci ha iniziato ad approfondire e ad appassionarsi alle aeronavi. Ecco la nostra intervista.

Quando è nata la tua passione per il design? Il piccolo Max cosa voleva fare da grande?
Si inizia con il Manuale di Archimede, ci si guarda intorno…la pentola a pressione ‘stappata’ diventa un’automobile a reazione, e da lì si va avanti. Vengo da una famiglia dove ho respirato quest’aria, mio padre è stato designer, poi docente di disegno e storia dell’arte. Fin da piccolo facevo scarabocchi di biciclette, di aeroplani e piano, piano mi sono costruito un immaginario che poi è diventato la mia passione.

E così il tuo percorso di studi ti ha portato all’ISIA?
Sono stato invitato ad iscrivermi all’ISIA dall’allora direttore che conosceva mio padre. Prima ho fatto un anno di lingue, poi ho deciso di cambiare scuola e mi sono salvato dal diventare una professoressa di francese, devo dire che è una decisione che mi ha cambiato la vita. E’ stata una gran bella scuola, adatta al mio carattere ribelle, mi ha dato tanta libertà, ma allo stesso tempo mi ha ‘forzato’ a seguire i corsi con l’obbligo di frequenza.

Quanti anni sei rimasto lì?
All’epoca l’ISIA aveva quattro anni, più un anno di tesi, ma in realtà io sono stato immediatamente assunto da un’azienda, quindi la mia tesi l’ho conclusa quasi dieci anni dopo. Quando ho fatto l’ISIA io le scuole pubbliche che insegnavano il design erano quattro in tutta Italia, uscivano cento persone l’anno. Adesso ci sono 500 scuole da cui escono ogni anno 12 mila laureati. Prima il rapporto era molto basso, uscivano pochi studenti, ma c’era anche poco spazio, perché ancora non si sapeva neanche bene come impiegare i designer. Al tempo stesso però la laurea era molto più ‘sentita’, c’era attenzione e un grande rispetto.

Il cerchio poi si è chiuso perché tu adesso insegni all’ISIA
Sì, sono circa 16 anni che insegno all’ISIA

Tornare a insegnare nella scuola dove uno si è laureato deve essere una bella soddisfazione!
Sì lo è,  insegnare è anche un bello stimolo perché posso sempre confrontarmi con gli studenti raccontando che se ce l’ho fatta io, ce la possono fare anche loro. Nel momento in cui la scuola ti ha dato delle basi solide, integrate con l’esperienza, significa che la scuola ti ha formato in maniera corretta e quindi, è uno stimolo per me restituire alla scuola quello che mi ha dato.

In tutti questi anni com’è cambiato il lavoro del designer, un termine che, come sappiamo, può significare ormai tante cose diverse?
Un tempo il ruolo del designer era fondamentalmente quello di ‘designer del prodotto’ cioè era una persona che  si interfacciava con un’azienda a cui dava un apporto creativo. Il grafico non era un ‘designer della comunicazione’ ma era un semplice grafico, i ruoli erano meno ‘aperti’ e gli strumenti tecnici erano contenuti. C’era il tecnigrafo se facevi il designer, c’erano le Ecoline se facevi il grafico, acquerelli, pennarelli e tutto un bellissimo mondo profumato che stava intorno alla grafica. Io sono stato l’ultimo dei primi o il primo degli ultimi, nel senso che mi sono trovato al secondo anno all’ISIA nel 1985 a lavorare con il primo Macintosh della Apple, quando ancora erano dei pezzi di plastica che facevano ‘qualcosa’. Aver avuto questo enorme vantaggio ha fatto di me l’ultimo designer formato con mezzi tradizionali e il primo formato con i mezzi digitali, ho avuto questa grande fortuna. Pensa che chi ha concluso gli studi due anni prima di me non ha avuto questa possibilità, non si è approcciato alla parte informatica della progettualità. Adesso il ruolo del designer è completamente cambiato, non è più quello di ‘portare disegni’ ma quello di confrontarsi con un mondo molto più complesso. Il designer deve padroneggiare più linguaggi, è un ruolo molto più orizzontale di prima, abbraccia tanti campi di approfondimento. Se prima bastava il tecnigrafo, adesso deve conoscere una quindicina, ma forse anche una ventina di software diversi. Deve saper brillantemente parlare di design, di prodotto, di grafica, di video, di comunicazione. Possedere strumenti che richiedono un carico cognitivo articolato.

Tu sei un po’ il Miyazaki dell’ISIA, hai un amore particolare per gli oggetti ‘che volano’, potremmo dire che il volo di ha sempre affascinato
Fin da piccolo costruivo modellini, come molti della mia generazione. Quando poi ho avuto l’opportunità ho imparato a pilotare e poi da pilota mi sono trovato quasi per caso a progettare gli interni di un aereo e sono così riuscito a realizzare il mio sogno.

Il progetto di cui sei più fiero della tua carriera? O il prodotto di cui sei più soddisfatto?
In termini di design del prodotto di sicuro ‘Panthera’ un aereo a quattro posti che abbiamo progettato per ‘Pipistrel’un’azienda slovena. Io ero uno dei quattro progettisti, mi sono occupato della parte ergonomico-estetica, e della parte degli interni, sembra strano ma è una cosa che spesso viene trascurata negli aerei. Nel  mio portfolio però l’esperienza più completa è stata la progettazione del museo digitale per Alinari a Trieste.

Un’ultimissima domanda, cosa consiglieresti a un giovane designer che vuole entrare nel mondo del lavoro? Cosa deve fare?
Deve prendere le valige e andare all’estero, non per scappare dall’Italia, ma per tornare, anche velocemente. Deve andare a respirare tutta una serie di stimoli che non arrivano da noi. Non le solite Londra o Parigi, io consiglio di visitare Praga, Varsavia, Zagabria, tutta quella fascia spesso ignorata dalla nostra cultura occidentale, europea che in realtà ha molto da insegnare perché è molto più dinamica, molto più potente e stimolante e può dare una visione diversa dai luoghi comuni. Deve guardarsi intorno, lavorare tanto e pensare che non esiste una differenza tra la propria passione e il proprio lavoro. A me non sembra di lavorare, certo spesso sono stanco, ma il lavoro è un’altra cosa. Il mio lavoro è una grande possibilità di trasformare sogni in oggetti o progetti. Mi sento di dire che la scuola conta il 20%, è fondamentale, ma l’altro 80% è muoversi, confrontarsi, viaggiare. L’Italia rimane per me un punto di forza, al’estero il nostro paese viene ancora visto come la culla di un certo tipo di civiltà e cultura, è un valore spendibile. Io non ho bisogno di trasferirmi in Slovenia, io vado in Slovenia e, da italiano, riesco a portare cose interessanti, riportando a casa tante altre esperienze che non sono le mie. Di solito all’estero non dico che sono italiano, dico che sono ‘toscano’, è quasi un trend, un valore aggiunto.

Per informazioni su ISIA Design Firenze:
http://www.isiadesign.fi.it/

 

23/04/2018