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Concordia, la nave sfortunata. Il varo, la tragedia, un relitto che giace ancora al Giglio

Il 13 gennaio 2012 la nave da crociera salpò da Civitavecchia. Si diresse poi verso il Giglio per quell’inchino che è costato la vita a 32 persone. Entro giugno la rimozione della nave

Costa Concordia

Concordia, nave sfortunata. Il giorno del varo la bottiglia di champagne, lanciata come da tradizione contro la prua, doveva infrangersi. Così non è stato. Superstizione, è vero. Ma quel terribile presagio è rimasto negli occhi dei tanti che hanno visto quella bottiglia non rompersi, seguito dal grido di stupore dei marinai e da quel maledetto incidente all’Isola del Giglio. Prima della tragedia del 13 gennaio 2012 la Concordia aveva subito un incendio, antecedente al varo della nave e poi ancora un incidente, al porto di Palermo, fortunatamente senza nessun ferito. Una storia, quella del colosso del Gruppo Costa Crociere, che ha avuto il suo triste epilogo proprio al Giglio. Al comando della nave c’era, quella notte, il comandante Francesco Schettino. Doveva essere un viaggio all’insegna dei “Profumo d’agrumi” che avrebbe toccato Savona, Marsiglia, Barcellona, Palma De Maiorca, Cagliari e Palermo, prima di rientrare a Civitavecchia.

E invece la nave ha fatto appena in tempo a salpare dal porto laziale, dirigersi verso le acque dell’arcipelago toscano per poi terminare il suo percorso a Punta Gabbianara, a due passi dal porto del Giglio. Erano le 21.42 quando la Concordia ha impattato con gli Scogli delle Scole, una forte collisione che provocò uno squarcio di 70 metri sul lato sinistro della nave. E’ qui che il gigante del mare si è arenato, poggiando come una balena che si spiaggia, su uno scalino roccioso. A bordo c’erano 4229 persone. Di queste 32 sono morte, tra loro c’era anche una bambina, la riminese Dayana di soli 5 anni. Era in vacanza con il padre Williams. C’era poi anche il commissario di bordo Manrico Giampredoni, ultima persona trovata viva dai soccorritori, a 36 ore dal naufragio. Aveva una gamba fratturata quando è stato individuato dai Vigili del Fuoco sul ponte 3. Quella notte, insieme ai soccorritori, ai Vigili del Fuoco, ai Carabinieri e ai corpi impegnati nelle operazioni di salvataggio, hanno avuto un ruolo fondamentale anche i cittadini del Giglio che hanno aperto le loro case, sostenendo le migliaia di passeggeri che sono riusciti a toccare terra, a conquistare la salvezza. L’isola li ha abbracciati, curati, scaldati nel freddo dell’inverno e della paura. Da quella sera le operazioni di soccorso e recupero delle salme delle 32 vittime sono proseguite incessantemente fino allo scorso ottobre, quando è stato rinvenuto il corpo dell’ultimo cadavere, il cameriere Russel Rebello.

Oggi, il gigante del mare, è ancora semi immerso nelle acque del Giglio. Dopo le storiche e delicatissime operazioni di rotazione e raddrizzamento della Costa Concordia che si sono tenute a settembre, si attende che la nave venga rimossa, trasportata nel porto di destinazione e poi smaltita. Secondo le ultime dichiarazioni del Capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, la scelta del porto che accoglierà i resti della Concordia sarà comunicata entro marzo. Gabrielli ha anche sottolineato che – al momento – sono 12 i porti e le aziende, di sei nazioni, che hanno manifestato l’interesse a smantellare la nave. Quel che pare certa è la data di rimozione del relitto. Avverrà nel mese di giugno. La fine di un incubo anche per l’isola. Quando si arriva con il traghetto a Giglio Porto, la Concordia è la prima cosa che cattura lo sguardo. E’ come una gomitata allo stomaco, un cappio al collo. Un colosso distrutto. Un fantasma in mezzo al mare. E noi, impotenti, attoniti, non possiamo fare a meno di guardarlo, di pensare. Il Giglio, isola ferita al cuore, ha diritto di ricominciare a vivere delle sue bellezze e di essere riconosciuta nel mondo non come il luogo della strage ma come un piccolo gioiello dell’Italia. Con i turisti che la visitano non per fotografare il relitto spettrale ma per le sue case colorate, le spiagge e per conoscere la sua gente. La stessa che non ha issato i remi in barca quando c’era bisogno di aiuto. I gigliesi, proprio come un vero comandante, non hanno “abbandonato la nave”. Hanno messo in campo forza, coraggio, sentimento. Braccia e gambe per soccorrere quelle migliaia di passeggeri scampati al disastro e all’idiozia degli uomini.

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