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John De Leo in concerto al Puccini “Cerco un’alternativa alla banalità”

Il “bastian contrario” della musica italiana arriva in concerto sabato 21 marzo a Firenze

C’è una bellissima poesia di Robert Frost resa celebre dal film “L’attimo fuggente” che dice così: “Due strade divergevano in un bosco, ed io, io presi quella meno battuta, e questo ha fatto tutta la differenza”. In queste frasi potrebbe essere contenuta tutta la poetica di un artista, musicista sarebbe riduttivo, come John De Leo. Enfant terrible, pecora nera, pioniere della musica italiana, sempre fuori da ogni possibile catalogazione o incasellamento.

La sua musica spazia dal jazz al punk in una sfida continua con se stesso e con le regole dei generi musicali. Torna sulle scene dopo sei anni con “Il Grande Abarasse” un concept album che si svolge tutto in un condominio dove la sua voce si arrampica lungo le pareti di stanze immaginarie, in una sorta di galleria degli orrori contemporanei. Il disco è stato realizzato con l’Orchestra Filarmonica di Bologna e con l’apporto di Uri Caine al pianoforte.

 
John De Leo sarà a disposizione del pubblico per un piccolo show case mercoledì 18 marzo alle ore 19 nello spazio fiorentino ZAP- Zona Aromatica Protetta. Il concerto vero e proprio si terrà sabato 21 al Teatro Puccini dove si esisibirà con un ensemble di otto elementi. Qui la nostra intervista.
 
John, non posso non chiederti chi è Abarasse
Beh già mi sorprende tu abbia detto “chi è”. Abarasse è una parola che ho inventato appositamente perchè ognuno potesse costruire un proprio immaginario, ammesso che abbia voglia di fare questo esercizio. Quasi mai ho pensato che fosse un “qualcuno” casomai un “qualcosa”, Quindi se tu mi chiedi “chi è” vuol dire che ho colto nel segno.
 
Hai pubblicato il tuo ultimo disco dopo sei anni dal tuo esordio solista, è perché sei un perfezionista?
Purtroppo per me sì, uno dei motivi principali è quello. Gli amici più stretti mi consigliano di lasciarmi più andare e magari tenere le idee originarie che sono forse più fresche di quelle che subiscono vari rimescolamenti e abbellimenti. Un altro motivo è il fatto che ho un pessimo rapporto col tempo. Infatti non mi sono accorto che nel frattempo ne è passato.
 
Forse eri impegnato a fare altre cose.
Mah questa è una scusa che mi racconto. Nel senso sì, è anche vero però dovrei cercare di stringere ecco, essere più svelto così come richiedono questi tempi. Io di solito associo la frenesia a questo termine di oggi che è “smart”: veloce, simpatico, frizzante, fresco, ecco io sono un po’ lontano da tutto ciò.
 
Il disco è una sorta di concept abum che si svolge in un condominio. Spesso gli appartamenti sono stanze dell’orrore in cui accadono le cose più orribili. Ti sei ispirato a fatti di cronaca?
Per certi versi sì anche. Ci sono brani che vorrebbero essere appartamenti o condomini e quindi sono molto diversi. Mi sono ispirato a fatti di cronaca oltre alla realtà che vivo quella più vicina a me romanzata.
 
“La Mazurca del Misantropo” è un pezzo molto allegro che mi ha ricordato la musica tradizionale romagnola. Tu sei nato a Lugo di Romagna però hai sempre un po’ preso le distanze dalla classica giovialità tradizionalmente associata a queste terre
Beh in qualche modo però la rappresento perché la Romagna non è solo il versante adriatico della musica solare ma è anche il versante dell’entroterra che io chiamo “entronebbia” perché è una zona piuttosto desolata e desolante. Non c’è un’altura, non c’è una riva di mare. Non c’è nulla intorno a questi piccoli centri della pianura Padana. Sono solito pensare e dire che la morfologia del nulla aiuta l’immaginazione.

Mi sembra che quando canti reciti di volta in volta una parte diversa, quanto è importante il teatro nella tua musica?
Di solito dico: sono riuscito a far credere di essere un cantante dovrei essere già soddisfatto. Di certo mi interessano anche tutti gli altri linguaggi artistici. I praticanti del teatro risconterebbero molte ingenuità, ad ogni modo ho questa necessità di rappresentare il canto anche attraverso qualcosa di più teatrale. Nello specifico questo album forse si presta bene ad interpretare tanti personaggi.
 
Una volta hai detto “non voglio cantare quello che la gente si aspetta di sentire, il rispetto del pubblico sta nel non accontentarlo”, che rapporto hai con il tuo pubblico, come te lo immagini?
Esiste una piccola grande nicchia, diciamo così, che non è il pubblico medio. Un pubblico che per fortuna sopravvive e che è un po’ stanco di sentire le solite cose, ritornelli prevedibili e le solite banalità consolatorie alle quali la tv ci vuole abituare o anche la maggior parte delle radio. Quindi in qualche modo così come conduco la mia vita io cerco un’alternativa a tutto ciò e spero di restituirla a chi ne senta necessità.
 
Nel 1999 portasti con i Quintorigo “Rospo” a Sanremo, cosa resta oggi di quell’esperienza?

E chi se lo ricorda, è passato troppo tempo. Ho fatto molte altre cose dopo anche più belle e più importanti.
 
So che suoni con un ensemble di otto elementi, cosa dobbiamo aspettarci?
Innanzi tutto è un ensemble così cospicuo perché l’ambizione è quella di restituire tutto il disco così com’è stato registrato e concepito. Ho fatto un sunto dell’orchestrazione. Il pubblico si deve aspettare che dal vivo alcuni brani prendano delle pieghe diverse secondo quello che è il momento e di solito è ciò che rende vivo un concerto. Per quelli bravi di solito il live è meglio del disco.
 
Come vedi dal tuo punto di vista la situazione dell’Italia?
Drammatica? Mi sembra di dire un’ovvietà ma la vedo senza ritorno. Sarebbe un discorso molto lungo e complesso che abbisognerebbe di lunga argomentazione. Secondo me il fattore primario che si riverbera sulla cultura, che appiattisce tutto e che implode in se stesso è il consumismo. Questa piaga, l’ansia del consumismo, il profitto, la cultura del profitto e il profitto della cultura, l’ansia del profitto della cultura. Tutto ciò ha implicato una grave crisi a cui non si stanno trovando delle soluzioni.
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