A caccia di fantasmi con Valerio Tricoli: 'Hand Signed' in Sala Vanni

di Costanza Baldini

Venerdì 17 febbraio a Firenze secondo appuntamento della rassegna a cura di Musicus Concentus, Disco_nnect e OOH-sounds

Venerdì 17 febbraio in Sala Vanni a Firenze arriva il secondo appuntamento per ‘Hand Signed’, la rassegna di musica elettronica e sperimentale, curata da OOH-sounds e Musicus Concentus con Disco_nnect, per una possibile estetica della contemporaneità.  Per questo secondo appuntamento spazio all'improvvisazione radicale di Valerio Tricoli e alla performance di Heith e Giulio Nocera. Un concerto quello di Tricoli, eseguito con strumenti elettronici in gran parte analogici (registratori a bobine, sintetizzatore, altoparlanti, microfoni) che privilegia il rapporto multiplo e biunivoco tra il performer, il dispositivo e lo spazio.  Nel corso degli anni Valerio ha collaborato con tantissimi musicisti, compositori, coreografi e artisti multimediali come Thoas Ankersmit, Antoine Chessex, Werner Dafeldecker, Anthony Pateras, Robert Piotrowicz. Tricoli è inoltre uno dei fondatori dell'etichetta/collettivo Bowindo e del gruppo italiano 3/4HadBeenEliminated, sintesi ardita tra improvvisazione, composizione elettroacustica e sensibilità avant-rock.

Heith (Daniele Guerrini) e Giulio Nocera conducono invece ricerche molto diverse, il primo dedicandosi alla decostruzione delle forme della musica club, l’altro inserendosi nella ricerca della nuova musica concreta. Anche in questa occasione saranno le illustrazioni di Jonathan Tegelaars ad accompagnare la presentazione grafica di Hand Signed, un lavoro in bilico fra astrazione e composizione tipografica basato sui caratteri e sulla fonetica di alcune parole legate ai temi della rassegna.

Ciao Valerio! C’è un programma televisivo che si chiama “Ghost Hunters” in cui ci sono delle persone che vanno nelle case infestate tentando di registrare le voci dei fantasmi, si potrebbe dire che è un po’ quello che fai anche te?
Questa cosa che dici è buffa perché ho sempre voluto fare delle registrazioni in case così dette infestate, ma è una cosa che non ho mai fatto, nonostante sia sempre stata nella ‘To do list’. È vero altresì che quasi tutte le registrazioni dei miei ultimi due dischi sono fatte in ambienti infestati da me. Molto spesso scrivono che io lavoro col field recording, è un po’ vero e un po’ falso perché l’idea di field recording è proprio quella di uscire e andare alla ricerca di luoghi specifici. I luoghi delle mie registrazioni sono i luoghi che io abito e che ritengo infestati.

Si può dire che sono dei tuoi fantasmi interiori, delle voci che sono nella tua testa?
Diciamo che la parola ‘stanza’, la parola ‘testa’, la parola ‘casa’ o la parola ‘corpo’ sono per me assolutamente intercambiabili.

Ho letto che i tuoi brani sono per te come delle narrazioni, mi chiedevo dunque se c’è un’idea a prescindere da cui ti muovi, prima di registrare
Che siano delle narrazioni è vero ma io credo che i miei pezzi siano narrativi in base al fatto che sicuramente io tendo ad usare o desidero usare i suoni in modo metaforico. A me interessano suoni che inevitabilmente riconducano ad altro, che siano sia una massa corporea di suono ma che al tempo stesso abbiano in loro delle fessure in cui ci si affaccia su dell’altro non sonoro. È un modo di fare abbastanza contrario all’approccio del contemporaneo in genere in cui il suono è in sè e per sè. Questo inevitabilmente porta alla costruzione, ovvero un sistema di suoni-metafora crea il senso o la sensazione di una narrazione. Ovviamente non è vero che questo possa essere considerato simile a quella di un radiodramma in cui c’è una narrazione che si dispiega in modo lineare per giungere a un qualche tipo di conclusione. Io faccio in modo di mettere insieme questi suoni-metafora per creare un cristallo di idee.

Quando componi i tuoi pezzi ti chiedi quale sarà la reazione nello spettatore e cerchi di provocare una specifica reazione?
Assolutamente sì, e anche questo è un modo di fare narrativo. Sicuramente pongo delle domande, non do delle risposte e nel mio caso le domande che pongo sono molto spesso delle domande retoriche.

Sono molto interessata a capire il procedimento con cui componi
All’inizio non so dove voglio andare, non ne ho la più vaga idea, parto da brandelli di suono e poi piano piano costruisco un’idea a partire dal del materiale che si è manifestato componendo in maniera improvvisativa. Raccolgo i materiali, comincio a metterli insieme, trasformo, faccio qualcos’altro. Rimodello il presente e il passato compositivo rispetto a un’idea che si va formando nella mia mente. Quando poi il disco viene concluso tutto viene messo insieme rispetto a questo piano che si è manifestato in corso d’opera.

Nelle interviste citi spesso molti film da Cassavetes a Nightmare, mi sono dunque chiesta quanto il cinema sia capace di suggestionarti quando componi la tua musica, quanto ti influenza
In primo luogo io ho studiato cinema e non ho mai studiato musica. La verità è questa io leggo pochissimi testi teorici o saggistica, quasi niente. Invece leggo tantissimi romanzi e guardo tantissimi film, tutto questo in qualche modo mi influenza. Leggo più libri e vedo più film di quanto ascolti musica, nonostante io conosca il cinema sperimentale, lo abbia visto e studiato, diciamo che nel mio tempo libero sono interessato a forme narrative classiche.

Come sei arrivato a fare questa musica, quando hai preso in braccio per la prima volta uno strumento?
Avevo preso in mano una chitarra, quando ero ragazzino, diciamo a 12-14 anni, ascoltavo inevitabilmente i Pink Floyd cosa che evidentemente si sente, se uno la sa, dentro al mia musica. Si torna sempre a un discorso di pseudo narrazione, concept album. Poi piano piano ho ascoltato musica sempre più strana. In realtà volevo fare film ma è costoso, devi lavorare con tanta gente, mentre fare musica concreta è come fare lo scrittore, è un’attività privata.

Biglietti: Posto unico numerato € 15,00 - Posto unico numerato in prevendita € 10,00 + dp

Per informazioni:
www.musicusconcentus.com

10/02/2017