Cultura/

Alla scoperta di Montereggio, città del libro tra i monti della Lunigiana

Il borgo è l’unico in Italia inserito nel circuito delle book town, da qui partivano i librai ambulanti che hanno conquistato tutto il nord, gli stessi che nel 1952 hanno istituito il Premio Bancarella

Montereggio, la book town italiana

Forse avrete sentito parlare di Hay-on-Wye, il piccolo villaggio gallese (di appena 1846 abitanti) capace di guadagnarsi una notevole fama internazionale grazie al commercio di libri usati. Tra le viuzze e le colline del paesino arrivano a formarsi vere e proprie montagne di volumi da vendere al chilo, e attorno alle ormai oltre quaranta librerie antiquarie del piccolo centro ruota tutta la vita della comunità. Potreste averne letto qualcosa in “Al paese dei libri” (Adelphi, pp. 216), il bellissimo tranche de vie dello scrittore statunitense Paul Collins, che un giorno decise di trasferirsi dalle coste della California alle brumose vallate gallesi, con la moglie e il figlio di un anno, per vivere immerso in quella “Mecca dei bibliofili”, direttamente al servizio di Richard Booth, lo stravagante signore che acquistando nel 1961 la ex centrale dei vigili del fuoco per farne la prima libreria del piccolo centro rurale, innescò la vocazione libresca di quella che di lì a poco – negli anni ’70 – sarebbe divenuta, ancora grazie a un’intuizione di Booth – la prima book town del pianeta.

Ancor oggi a Hay-on-Wye in ogni primavera si volge un festival letterario di forte richiamo internazionale, ma il villaggio gallese non è più solo nella lista dei “paesi del libro”, essendosi infatti guadagnato nel frattempo la compagnia di ben 37 gemelli sparsi in ogni angolo del globo. Quello che non tutti sanno è che tra questi ce n’è anche uno italiano. O meglio toscano. Più precisamente ancora si tratta di un borgo aggrappato ai monti della Lunigiana: Montereggio, frazione di Mulazzo. La storia libraria del paesino è ben più antica di quella del ‘fratello’ gallese, parte infatti addirittura in epoca rinascimentale (il primo a lasciare il borgo con l’inconfondibile tarlo dei libri fu, nel Cinquecento, Sebastiano da Pontremoli, che si trasferì a Milano per apprendere l’arte dei caratteri mobili). Qualche secolo più tardi, con l’arrivo della bella stagione, erano tanti i montereggini a partire con la gerla piena di libri alla volta della pianura, per andare a vendere la loro merce nelle città del Nord, da cui sarebbero tornati all’inizio dell’inverno. L’avventura dei librai (e poi degli editori) di Montereggio continua ancor oggi (tra i tanti frutti della secolare attività spicca il celebre Premio Bancarella), e abbiamo pensato che valesse la pena raggiungere Gianni Tarantola, presidente della Fondazione Città del Libro, per ricostruire insieme a lui la singolarissima storia dell’unica book town italiana.

Partiamo dal principio, come mai gli abitanti di un paese montano sono diventati librai e hanno deciso partire alla conquista di tutto il nord Italia?

“Inizialmente gli emigranti di Montereggio erano lavoratori agricoli, la prima consistente ondata emigratoria risale alla prima metà del diciannovesimo secolo. In quel tempo l’unico sostentamento era la raccolta delle castagne e un po’ di pastorizia. Solo successivamente questi emigranti si trasformarono in venditori di pietre per affilare le falci o la bigiotteria, pietre che vendevano nelle cascine del piacentino e in Lombardia. Nel 1858 i venditori di pietre cominciarono a trasformarsi in venditori di libri”.

Dalle pietre ai libri, una metamorfosi singolare…

“All’inizio, quando ancora vendevano pietre, gli ambulanti entravano spesso in contatto con le associazioni carbonare, queste gli davano dei libretti sull’unità d’Italia, libri che i carbonari regalavano agli ambulanti nella speranza di garantirne la massima diffusione. I nostri compaesani effettivamente li diffondevano, ma dandogli un prezzo. E alla lunga si devono essere accorti che trasportare e vendere libri potesse essere sotto molti aspetti conveniente rispetto alle pietre… Tra le cose che inizialmente vendevano di più c’erano i calendari per la semina e per il raccolto, ma anche libri di magia e stregoneria. Via via presero a commerciare solo libri. A quel punto la gerla con cui viaggiavano non era più sufficiente, e i librai ambulanti cominciarono a spostarsi con carretti trainati a mano o da alcuni animali”.

Com’era la vita dei librai ambulanti?

“I librai di Montereggio si spostavano in tutto il nord ma durante l’inverno tornavano a casa, dove si scambiavano informazioni e consigli. L’inverno era anche il momento in cui ingaggiare in paese parenti o amici per le nuove spedizioni che sarebbero partite in primavera. Il momento di massimo incremento dei librai ambulanti avvenne subito dopo l’unità d’Italia. A quel tempo i librai vagavano in cerca delle città in cui non esisteva ancora una forte concorrenza nel commercio dei libri. L’inverno gli serviva anche per scambiarsi informazioni di questo tipo, oltre che per passarsi i libri comprati a basso costo direttamente dagli editori, in quella che potremmo definire una prima forma di cooperativa”.

sfoglia la gallery

A un certo punto i librai di Montereggio cominciarono a stanziarsi nelle città che raggiungevano, ancor oggi molte librerie del centro-nord si chiamano con i cognomi delle vostre famiglie: ricordiamone qualcuna.

“Sì, all’inizio del Novecento gli ambulanti di Montereggio cominciano a stabilirsi nelle città, prima con delle bancarelle e poi aprendo delle vere e proprie librerie. Le prime famiglie di librai furono i Tarantola, i Ghelfi, i Giovannacci, i Fogola, i Maucci e i Lazzarelli – si vedono ancor oggi librerie con questi nomi, tutti originari del nostro paese. Le spedizioni di queste famiglie arrivarono in quasi tutte le città del nord: Milano, Monza, Como, Biella, Vercelli, Torino, Ivrea, Belluno, Brescia, Treviso, Padova, Modena, Venezia; e ne raggiunsero anche qualcuna più a sud come Cesena, Roma, l’Aquila e Pisa”.

In Italia il vostro è l’unico paese nel circuito internazionale delle Book Town, farne parte cosa comporta?

“Montereggio è stato inserito nel circuito delle Book Town grazie all’intuizione dell’editore Franco Muzzio (in questa zona come si può immaginare ci sono stati anche degli editori), e al comune di Mulazzo, che hanno creato il contatto. Nel 2008 si è svolto il primo convegno internazionale, è stato un grande successo. Bisogna però dire che oltre al prestigio ci sono dei problemi: portare avanti ogni estate quest’avventura culturale in un piccolo paese in cui d’inverno vivono appena 50 persone è difficile, senza contare i problemi economici che si possono immaginare…”

Un altro frutto della vostra tradizione è il Premio Bancarella: quali sono le caratteristiche che lo rendono diverso dagli altri?

“In un raduno estivo di librai a Mulazzo, precisamente l’11 agosto del 1952, in presenza dell’Onorevole Gronchi, di Salvatore Gotta e di Valentino Bompiani, numerosi librai e i sindaci di Pontremoli e Mulazzo istituirono il Premio Bancarella. Questo premio è diverso da tutti gli altri perché è assegnato dai librai e dai bancarellai indipendenti, non al libro più venduto ma a quello che secondo il parere degli stessi librai è il più meritevole. Negli anni oltre al Premio Bancarella sono nati il Bancarella Sport, il Bancarellino, e il Bancarella della Cucina” .

I più popolari su intoscana