Dal 300 al 700 solo la peste ha frenato la diseguaglianza economica

di Federico di Vita

Lo studio che ha investigato le concentrazioni di ricchezza in Toscana nel corso di 5 secoli è stato firmato da Francesco Ammannati e Guido Alfani e pubblicato sulla prestigiosa The Economic History Review

Se aveste raccolto la mitica numero uno di Paperon de’ Paperoni nel lontano 1302 nei dintorni di Prato, o se l’aveste trovata a San Giovanni Valdarno un paio di secoli dopo, così come se vi foste imbattuti nel magico cent a metà del ‘700 in quel di Poggibonsi la sostanza sarebbe rimasta la stessa cari lettori: sareste rimasti poveri (al netto di improbabili colpi di fortuna, si intende). A dimostrarlo definitivamente è uno studio appena pubblicato sulla Economic History Review – la rivista dell'Economic History Society, la più importante società scientifica della Storia Economica europea e mondiale – a firma di Giudo Alfani e Francesco Ammannati. I due ricercatori ci rivelano inoltre che per aumentare le possibilità di moltiplicazione del nostro quatrino sarebbero dovuti venire in nostro soccorso niente meno che sconvolgimenti catastrofici, l’unico evento capace infatti nel corso dei 500 anni presi in esame (l’arco di tempo studiato va dai primi anni del ‘300 al 1789) di arrestare (almeno per un po’) il continuo ampliarsi della forbice che vedeva diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, è stata niente meno che la Peste Nera del 1348. Abbiamo raggiunto lo storico Francesco Ammannati per capire qualcosa in più di un lavoro nato nell'ambito del progetto Einite - Economic Inequality across Italy and Europe, 1300-1800, e finanziato dallo European Research Council. In particolare Ammannati, come avete fatto a ricostruire la concentrazione della ricchezza lungo i secoli?

“La Toscana è nota per un prezioso patrimonio documentale disponibile fin dal tardo Medioevo, che permette di studiare da molti punti di vista non solo le grandi città, ma anche le comunità rurali disseminate sul territorio. In questa ricerca abbiamo utilizzato fonti di natura tributaria, compilate dalle diverse autorità locali in vista della distribuzione del carico fiscale secondo la capacità contributiva dei capifamiglia. Quest’ultima veniva stimata dagli Ufficiali a partire dai beni immobili (soprattutto terreni, preponderanti in una società prevalentemente agricola, ma anche edifici) posseduti dalle famiglie, attribuendo un valore in base al quale ripartire, fissando delle proporzioni tra gli allibrati, le necessità della comunità. Il tentativo delle autorità era quello di arrivare a una ripartizione equa della contribuzione, anche se chi tassare, che cosa (e quanto) tassare erano questioni che, oggi come ieri, illustravano bene i rapporti di forza all’interno delle collettività: i beni della Chiesa, ad esempio, rimasero esenti fino alla prima Età Moderna. Analizzando gli “estimi” trecenteschi, i catasti del quindicesimo secolo e la “decima” tipica dell’Età Moderna, abbiamo registrato la distribuzione della ricchezza di numerose comunità del contado fiorentino (Antella, Borgo San Lorenzo, San Giovanni Valdarno, Castelfiorentino, Cerreto Guidi, Gambassi, Monterappoli, Poggibonsi, San Godenzo, San Martino alla Palma e Impruneta), nonché di alcuni centri urbani di maggior dimensione (San Gimignano, Prato e Arezzo) lungo un arco di quasi cinquecento anni.”

Nel corso dei secoli come è cambiata la forbice di disuguaglianza economica?

“I risultati di questa ricerca dimostrano come la disuguaglianza, nel lungo periodo, crebbe in tutte le aree osservate, nei piccoli centri e nelle città più popolose, sia nei momenti di vivacità economica come furono quelli del Rinascimento, quando lo stato fiorentino era uno dei principali centri d’Europa, che nelle fasi di declino Sei-Settecentesche, mettendo in discussione l’interpretazione di una disuguaglianza in aumento solo nelle fasi di sviluppo.”

Dunque la diseguaglianza a Firenze aumentava anche nel momento di maggior sviluppo della città?

“Certo, è a partire dal Cinquecento che la ricchezza sembra polarizzarsi con più decisione. Qualche esempio: a San Gimignano il 10% dei contribuenti mantenne saldamente dal Medioevo fino all’Età Moderna la metà di tutta la ricchezza censita. Nel Contado di Firenze lo stesso 10% ne possedeva il 40%, percentuale che superò il 50% nel Seicento per raggiungere il 60% in pieno Settecento. Se restringiamo l’osservazione all’élite più benestante i risultati sono ancora più espliciti: l’1% dei proprietari abitanti nel Contado fiorentino possedeva una quota della ricchezza immobiliare che in due secoli salì dal 10% al 18%. Ad Arezzo, intorno al 1700, più della metà degli immobili era concentrata nelle mani del 5% più ricco della popolazione, mentre l’1% vide la propria fetta salire da un quinto a un quarto nel giro di due secoli.”

Nel corso dei secoli c’è stato qualche elemento capace di invertire la tendenza ad ampliarsi della forbice tra i più ricchi e i più poveri?

“Questo studio del territorio toscano conferma le conclusioni a cui sono giunte ricerche simili condotte dal progetto EINITE per altre zone d’Italia: solo il periodo successivo alla Peste Nera che colpì la Toscana nel 1348 (sterminando da un terzo alla metà della popolazione) pare mostrare una disuguaglianza in diminuzione, almeno per un secolo. I motivi possono essere facilmente immaginati: lo shock demografico causato dalla Peste disarticolò e portò al frazionamento dei patrimoni familiari, mentre il contemporaneo aumento dei salari reali fornì a più persone le risorse per acquistare nuove proprietà. È significativo che questo processo non si ripeté all’indomani di un’altra grave epidemia, la “peste manzoniana” del 1630 (che pure colpì il Granducato di Toscana in modo più lieve rispetto ad altre aree della Penisola): nuove modalità di trasferimento ereditario dei patrimoni, come il fedecommesso o il maggiorascato, ne garantirono il mantenimento e il consolidamento nei secoli successivi.”

11/04/2017