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Dimartino in concerto al Tender, un moderno Peter Pan a tutto rock

Stasera il cantautore siciliano presenta a Firenze il suo nuovo disco “Un paese ci vuole”

Il 21 aprile è uscito il nuovo attesissimo disco di DimartinoUn paese ci vuole” che prende il titolo da una frase di Cesare Pavese. Filo rosso che caratterizza il disco è il “paese” inteso non solo come luogo geografico, ma soprattutto come condizione umana, quello che ti porti dentro ovunque tu vada, il paese necessario a conservare i ricordi. L’album è stato registrato in una casa di campagna in Sicilia insieme ai compagni di avventura Angelo Trabace e Giusto Correnti, con l’ausilio di uno studio mobile. Il disco vede la collaborazione di Francesco Bianconi dei Baustelle, che con Dimartino ha scritto e interpretato Una storia del mare, e di Cristina Donà, che canta in I calendari.

Raggiungiamo Antonio Dimartino al telefono mentre sta camminando sotto la pioggia di Milano. E’ allegro nonostante il cattivo tempo e non sta nella pelle dalla voglia di raccontarci tutto sulla sua ultima fatica musicale.

Un paese ci vuole è stato registrato in Sicilia, possiamo dire che il tema un po’ di tutto il disco è il ritorno alle origini, alla tua terra natale?
Sicuramente la prima idea va subito lì, alla Sicilia. L’approccio alla scrittura è nato partendo dai posti in cui ho vissuto. L’ispirazione iniziale però è nata in Messico. Ero su un autobus e a un certo punto mi sono accorto che il paesaggio, la gente mi ricordavano la Sicilia. Tutti quando sono lontani tendono ad avere un ricordo abbastanza di sogno della loro terra, allora ho cominciato a scrivere di isole, di paesi, di posti piccoli. 

Mi sembra un disco un po’ più narrativo rispetto agli altri, nel senso che per esempio in “A passo d’uomo” racconti la storia di tuo nonno che vede per la prima volta una macchina, oppure in “la vita nuova” racconti la mattina di pasqua nel tuo paese Misilimeri.
C’è sicuramente un approccio meno cinico rispetto agli altri pezzi che ho scritto, più basato sul racconto che sulla telegraficità dei testi come in “Sarebbe bello” dove c’erano un sacco di frasi ad effetto ma poche storie che avessero un inizio e una fine. Questo è un disco pieno di storie perché sto raccontando la dimensione del paese che è una dimensione in cui le storie circolano, la gente parla e racconta storie di vita vissuta, fatti accaduti. 

Franco Arminio dice che: “La paesologia è una via di mezzo tra l’etnologia e la poesia. Non è una scienza umana, è una scienza arresa, utile a restare inermi, immaturi” si potrebbe dire che anche la musica è un modo per restare immaturi, in senso positivo intendo?
Per me di sicuro, a me serve per cercare di capire come sto invecchiando. Io scrivo canzoni come fossero delle fotografie mie. Per cui se sento una canzone che ho scritto quattro anni fa penso a com’ero. Per me è una cosa terapeutica, le canzoni invecchiano insieme a me, è come se sfogliassi un album di fotografie. E’ un modo per essere immaturi ma anche per acquisire la consapevolezza del tempo che passa.

Con gli Omosumo hai pubblicato l’anno scorso anche il bellissimo “Surfing Gaza”, come ti dividi tra questi due progetti?
Mi piace suonare negli Omosumo perchè lì faccio il bassista. Io ho cominciato a fare musica facendo il bassista di una band e suonare questo strumento ancora oggi che vado in giro con le mie canzoni mi fa tenere forte il legame con la musica. Gli Omosumo sono una band dove si sperimenta tantissimo, è un laboratorio per me.

Per questo disco è stata creata anche un’app per ascoltare il disco in anteprima streaming in trecento paesini sparsi per l’Italia, come vi è venuta l’idea?
L’idea iniziale era quella di fare una caccia al tesoro, in realtà io volevo nascondere in diversi paesi italiani dei dischi e poi buttare sulla rete delle mappe. Quando però ho proposto questa cosa alla mia etichetta non l’hanno vista come una cosa molto fattibile anche perché si doveva partire in macchina per andare a nascondere i dischi nei paesi, era abbastanza dispendioso. Quindi mi hanno proposto l’idea di quest’app. L’ho trovata un’idea affascinante perché avvicina la tecnologia alla poesia. E’ un bel modo di utilizzare la tecnologia, oggi tendiamo ad utilizzarla male, a me piacerebbe riuscire a trovare dei modi alternativi. Potremmo usare la tecnologia per cose più poetiche, per scopi diversi, come far fruire un disco in un altro modo.

Ultimamente dalla Sicilia sono venuti molti musicisti come Niccolò Carnesi, Colapesce, Thony o la bravissima Giulia Sarno degli Unepassante, si può cominciare a parlare di una scena siciliana in un certo senso?
Secondo me si può parlare di una cosa primordiale. Parlare di scena è ancora presto, per un motivo fondamentale e cioè che in Sicilia mancano le strutture. Non ci sono studi di registrazione, etichette, mancano i giornali. Ma soprattutto manca il pubblico, per esempio a Palermo non passano tanti concerti e la gente si è disabituata. Però stanno uscendo tanti artisti dalla Sicilia e questo fa ben sperare.

Dici che manca il pubblico ma in Sicilia c’è uno dei festival più belli d’Italia, l’Ypsigrock! Loro fanno sold out tutti gli anni
Lo so! Io ci ho suonato nel 2011 prima dei Mogway. Quello però è un pubblico che non è siciliano, viene dal nord Europa. Sono riusciti a fare da calamita per gente che ha sete di festival. Sono stati bravi ad attrarre il pubblico.

La bellissima copertina realizzata da Emanuela Di Pisa ti mostra mentre voli. Ti volevo chiedere se veramente avessi il potere di volare, te che cosa faresti?
Sicuramente uscirei ogni notte, farei un giro sulle città per vedere le luci dall’alto. Nell’idea di volare ci vedo il sogno. Forse sono stato condizionato dalla mia passione per Peter Pan quando ero piccolo.

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