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Esclusione sociale: la mappa dei servizi e delle strutture

Presentata a Prato una prima mappatura dei servizi e delle strutture dedicate all’esclusione sociale e al disagio grave operanti in Toscana.

povertà

É questo l’oggetto della ricerca condotta dalla Regione, attraverso l’Osservatorio sociale regionale e gli osservatori provinciali, che è stata presentata stamattina nella sede della Provincia di Prato nel corso di un convegno.

Il lavoro è stato realizzato nel 2010, anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, utilizzando la base di dati già esistente costituita dalle ricerche realizzate in anni precedenti dalla Caritas, attraverso i Centri di ascolto territoriali, e dai lavori della Fondazione Michelucci sulle strutture di accoglienza e dell’abitare precario. Sono state prese in considerazione tutte le strutture e servizi che, occupandosi di interventi e prestazioni riguardanti la povertà ed il disagio grave, possiedono almeno una delle seguenti caratteristiche:

a) sono a titolarità e/o gestione pubblica;

b) ricevono finanziamenti pubblici, in forma diretta o indiretta; c) intrattengono con i servizi pubblici rapporti di collaborazione/integrazione (partecipazione alle reti locali – formali o informali – di presa in carico (attraverso invii, segnalazioni ecc.).

L’interesse non è rivolto al solo finanziamento pubblico, ma all’eventuale presenza di una qualche forma di interazione tra l’attività svolta dal servizio/struttura e l’attività del sistema pubblico. Il questionario utilizzato è quello già impiegato dalla Fondazione Michelucci, ampliato in alcune parti.

Un importante strumento scaturito dallo studio è la georeferenziazione delle strutture. La mappa è consultabile all’indirizzo http://mappe.rete.toscana.it/webstat/index.html?area=poverta, da dove si possono ottenere tutte le informazioni (recapiti, orari di apertura, servizi offerti, tipologia delle prestazioni) di servizi e strutture attivi in Toscana. Qui invece http://www.regione.toscana.it/sociale/poverta/index.html è possibile scaricare il volume in formato pdf.

Alcuni dati in sintesi.
Rispetto alla base di dati iniziale, costituita da 209 strutture e servizi, gli osservatori hanno ricevuto 157 questionari. Manca nell’indagine il territorio di Firenze. Rispetto alla distribuzione di servizi e strutture, 29 sono a Pisa, 26 a Livorno, 25 Pistoia, 24 a Lucca, 15 a Prato, 13 a Grosseto, 11 ad Arezzo, 8 a Siena e 6 a Massa Carrara. Più della metà delle organizzazioni (89) ha la propria sede in comuni con più di 50mila residenti; una su tre (56) si trova in comuni medio-piccoli (tra 10mila e 50 mila residenti). Rispetto all’incidenza dei servizi per area vasta, quella maggiore è stata individuata in quella centrale (soprattutto mense); le strutture, sempre per area vasta, sono maggiori nelle aree nord-ovest (comunità di tipo familiare) e sud-est (strutture accoglienza).
Un’occhiata alla forma giuridica. A Livorno e Pisa prevalgono le attività a titolarità pubblica, mentre a Pistoia, Prato e Grosseto le attività di enti religiosi.

I soggetti titolari censiti sono 112, quelli gestori 117. Le strutture prevalgono, sia pure di poco (55% circa) rispetto ai servizi. Le comunità di tipo familiare sono 1/3 delle attività rilevate; mense, attività di distribuzione pasti e cibo sono poco meno del 28%; strutture diurne o notturne di accoglienza sono un quinto circa del totale; le attività di distribuzione di indumenti sono 11, le agenzie sociali per l’alloggio 9. Gli enti religiosi hanno la titolarità del 40% circa delle attività censite, gli enti pubblici di un quarto (soprattutto strutture).
La gestione dei servizi è pressoché esclusiva del privato sociale (solo nel 10% dei casi in regime di convenzione), in particolare i servizi di mensa e di distribuzione del vestiario. Anche per le strutture prevale la gestione del privato sociale ma prevalentemente in convenzione. La gestione di servizi a titolarità pubblica è soprattutto a cura di associazioni di promozione sociale e cooperative sociali.
Anno di avvio dell’attività: soltanto 6 su 128 già operanti prima del 1980; più di un terzo negli anni ’90; nell’ultimo quinquennio (2005-2009) c’è stato un relativo rallentamento.

Da registrare il ruolo fondamentale dell’associazionismo e del volontariato: solo in 43 casi le attività sono gestite da organizzazioni nelle quali prevale il personale retribuito e in nessun caso è totalmente assente il personale volontario.
Per quel che riguarda i tempi di permanenza, poco meno del 60% tra 4 mesi e 2 anni, più del 16% oltre due anni di permanenza, nel 20% meno di 3 mesi.

L’accesso alle strutture avviene prevalentemente attraverso il servizio sociale (57 casi su 81), seguono l’accesso mediato dal terzo settore (28 casi) e l’accesso diretto (22). Significativa la quota di inserimenti mediata da Prefettura, questura ed altri enti (9). Ai servizi prevale l’accesso diretto (47 casi su 65), e tramite il servizio sociale (34: elevato numero di invii effettuato da organizzazioni del terzo settore, 31). Rilevante il numero di accessi mediato dai centri di ascolto. Tra i requisiti richiesti, il più diffuso è la valutazione professionale del bisogno (soprattutto per le comunità). Seguono la residenza (soprattutto per l’accesso ai servizi, 20 casi), non trascurabile quello legato ai parametri Isee, mentre per le mense esistono vari modi: documento di identità, parametri Isee, valutazione professionale e residenza anagrafica sono presenti in misura non dissimile (anche requisiti ulteriori rispetto al documento di riconoscimento).

Rispetto all’utenza, ci sono gli homeless, immigrati/rifugiati, famiglie monoparentali ed adulti fuoriusciti dal mondo del lavoro. Un elevato numero di risposte indicano le tipologie ‘working poors’ e ‘famiglie numerose monoreddito’.
Infine la nazionalità. In pochissimi casi è stata rilevata presenza esclusiva di utenti italiani (appena 6 su 141). Presenza esclusiva di solo italiani o stranieri solo nell’11% delle attività censite. In oltre 1/3 dei casi gli stranieri costituiscono la componente maggioritaria e nel 40% circa c’è un sostanziale equilibrio tra italiani e stranieri. In generale prevalgono i nordafricani, seguiti da rumeni, albanesi e nigeriani. Sempre i nordafricani sono i più numerosi in tutte le tipologie di interventi rilevati, ma soprattutto nel caso delle mense e dei servizi di distribuzione del vestiario. Persone di nazionalità nigeriana sono numerose nelle strutture dedicate alla protezione di donne vittime di tratta.

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