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Fuggire dai lager? “La vera liberazione era spesso la morte”

I racconti di chi nei lager era solo un bambino. Andra e Tatiana giocavano con la neve. Marcello pensava alla fuga ma era quasi impossibile sopravvivere

Auschwitz

Un bambino certo non pensa a fuggire. “Il vivere nel lager, l’essere deportati in quanto ebrei, era diventata la cosa più naturale del mondo” confessa Tatiana Bucci ai ragazzi toscani del cinema Kijov. Sopravvissuta, assieme alla sorella Andra, perché selezionate per gli esperimenti del dottor Mengele. “Certo – spiega meglio – nessuno aveva una parola di affetto, nessuno ci rimboccava le coperte. Per un bambino è terribile. Faceva un gran freddo: la fame invece no, non me la ricordo. Ma il lager era diventata la nostra casa, come le cataste di morti che vedevamo attorno. E poi, si sa, i bambini si distraggono con niente. D’inverno giocavamo a palle di neve”.

E’ comprensibile anche che non pensasse a fuggire chi oramai non ne aveva più la forza. Con mezzolitro di brodaglia al giorno, trecento grammi di pane secco, due tazze di surrogato di caffè, un cucchiaio di marmellata di barbabietola mista a segature, costretti tutto il giorno a lavori utili (o inutili), nei lager la speranza di vita era di poche settimane, qualche mese al massimo di solito. Salvo rari casi. E le forze ti abbandonavano presto.

Ma possibile che ex soldati o partigiani ed oppositori politici, gente già abituata a combattere e resiste, non abbia mai pensato a fuggire? La risposta di Marcello Martini, staffetta partigiana di Montemurlo a Prato e deportato da Firenze a 14 anni – “da cocco di casa all’inferno, in poche ore e pochi giorni” racconta – è spiazzante. “C’era la fila fuori dalla camera a gas” dice. Una fila ordinata, composta. Non erano le file delle prime selezioni appena sbarcati dai carri piombati. Sapevano cosa succedeva. Sapevano di andare a morire. “Ma ti mettevano in fila e ci stavi: perchè qualsiasi altra cosa era peggio in fondo – spiega ai ragazzi il ‘diavolo’ di Montemurlo – Ed in fondo era una morte più pietosa rispetto a tante altre”. “Certo – conclude – qualche tentativo di fuga c’è stato. Accadde suil treno, durante un trasferimento. Ne scapparono otto. I tedeschi minacciavano una decimazione per ogni fuggitivo. Furono tutti ripresi”.

E poi organizzarsi e fuggire non era semplice. “Pensate – dice ancora Martini – ad un campo con 25 lingue diverse, dove era difficile intendersi: figurarsi pianificare una fuga. Pensate ad un campo dove per un cucchiaio, non una tazza ma solo un cucchiaio di zuppa in più avreste venduto vostra madre. Un campo di larve, fatto di uomini con il polso più grosso del tricipede. Dove ognuno viveva per sé”.
Ad Auschwitz e Birkenau, raccontava il giorno prima la guida al campo, si era organizzato nel corso degli un movimento di resistenza interna, collegato alla Resistenza esterna. Approfittando delle uscite per lavorare nelle fabbriche e nei campi, 250 marchi tedeschi al giorno doveva rendere un prigioniero, da Birkenau ed Auschwitz a volte uscivano documenti. Arrivavano comunicazioni. Ma anche lì le rivolte interne, quando ci furono – ne racconta nel suo libro pure Shlomo Venezia – ebbero poco successo e furono presto soffocate. In cinque anni si dice che ci provarono solo in ottocento. Ottocento su oltre un milione e mezzo di deportati. Per 144 però la fuga ebbe successo.

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