‘Il futuro finisce presto’: le storie distopiche di Tommaso Galligani

di Costanza Baldini

Racconti in bilico tra Black Mirror e l’Apocalisse nel terzo romanzo dello scrittore pubblicato da Edizioni Jolly Roger

Migranti confinati in case popolari 'viventi', negozi che vendono la possibilità di cancellare i ricordi, sperimentazioni di realtà virtuale spinte ben oltre i confini della legge e supereroi in grave crisi di identità. Un vero e proprio juke box di storie distopiche 'alla Black Mirror', sparate a raffica sullo sfondo di inquietanti guerre tra organizzazioni segrete in silenziosa lotta per il controllo planetario, mentre trasmette live per milioni di videodipendenti Trash Pop, seguitissimo quanto delirante format internazionale: tutto questo è 'Il futuro finisce presto', romanzo del giornalista toscano Tommaso Galligani, in uscita per Edizioni Jolly Roger. Il libro costituisce il terzo capitolo di una saga a cavallo tra pulp, horror e cyberpunk dedicata al tema dell'Apocalisse: iniziata nel 2013 con 'Ricordami che devo ammazzarti' e proseguita tre anni dopo con 'Sporcizia, stupore e una pioggia di morte', la quadrilogia si completerà il prossimo anno con un ultimo romanzo, attualmente in fase di elaborazione, che ne concluderà l'arco narrativo. Tommaso Galligani, classe 1979, una laurea in legge ed un master in giornalismo, vive a Firenze, dove si occupa della comunicazione delle Gallerie degli Uffizi. Ecco la nostra intervista.

Ciao Tommaso è evidente che sei un appassionato, un fan sfegatato della fantascienza, quali sono i tuoi autori preferiti?
Su tutti, Philip Dick, che insieme a Lovecraft e Bukowski è un pilastro della mia Trimurti letteraria personale. Il primo amore, come per tanti, è stato Asimov, con le saghe dei robot e della Fondazione; poi ho scoperto l'amore vero, quello per il cyberpunk, con Neuromante e La notte che bruciammo Chrome di William Gibson e Cronache dal basso futuro di Bruce Sterling. Ma sono tante le opere letterarie sci fi per di cui mi sono innamorato e continuo a re-innamorarmi ad ogni rilettura: Jack Barron show (il cui cinico conduttore tv protagonista è stato una ispirazione diretta per questo romanzo), Il condominio di James Ballard, i racconti di dissesto metropolitano di John Shirley (leggendario sceneggiatore della versione cinematografica Corvo, non dimentichiamolo), le allucinanti weird stories di Richard Matheson, un altro incredibile maestro dalla penna più affilata dell'artiglio di Predator. Senza contare i grandi 'distopisti' classici: George Orwell (1984), Aldous Huxley (Il mondo nuovo), Anthony Burgess (Il seme inquieto).

Il tuo libro è ispirato all'ormai celebre serie tv Black Mirror, una serie che demonizza o meglio ci mostra cosa potrebbe succedere con un uso sempre più smodato dei social network e più in generale delle nuove tecnologie. Secondo te perchè fanno così paura?
C'è davvero del 'male' dentro realtà come Facebook o Instagram? Chiaramente no: il problema è che l'essere umano sa essere incredibilmente stupido e tende a fare di TUTTE le tecnologie (non solo i social, purtroppo) un uso sbagliato, nocivo, autolesionista. Anche questo è un tema di 'Il futuro finisce presto'. I social network avrebbero dovuto essere un sistema per avvicinare le persone, magari addirittura aiutare popoli lontani a capirsi tra loro. Invece vengono impiegati in larga parte come strumenti di manipolazione, spionaggio e rastrellamento di dati personali, oltre che per la diffusione e la promozione di odio e rancore. Ma il 'bug', tanto per usare un termine informatico, è nel cervello della gente, non nella piattaforma digitale.

Te lo devo chiedere qual è il tuo episodio preferito di Black Mirror?
Su tutti, Vota Waldo!, agghiacciante nella precisione chirurgica con cui ha previsto il trionfo dei governi cosiddetti populisti e l'efficacia spiccia della loro propaganda. Ma anche lo special natalizio, per la sua complessità; e Black museum, che, nella sua natura di storia di storie antologica, è costruito proprio nello stesso modo in cui io ho costruito i miei libri...

Uno dei racconti che mi ha colpito di più è quello in cui parli di FRANCO (Free Rationalizing Automaton and Narrative Construction Optimizer), cioè un distributore automatico di storie, mi sembra un'idea bellissima, come ti è venuta?
Come quasi sempre, dalla cronaca. Il distributore automatico di storie esiste davvero: è una sperimentazione che stanno portando avanti a Grenoble, proprio alle fermate del bus, senza troppo successo però, a quanto mi hanno raccontato degli amici che vivono là. La trovai subito un'idea fantastica, ma 'monca': i distributori di storie sono infatti semplicemente dei cassoni che contengono una raccolta di schede con dei racconti, punto. Ho pensato che se invece di un semplice schedario questi cassoni contenessero un'intelligenza artificiale in grado di sfornare nuovi racconti a richiesta, magari anche 'personalizzati' in base ai desideri e ai gusti degli utenti, allora si che sarebbero una cosa grandiosa. Purtroppo, a differenza di quanto succede nel mio libro, nessuno investirà mai un euro in un progetto del genere.

Il tuo libro si intitola 'Il futuro finisce presto', di tutti i possibili 'finali' del mondo, se tu potessi sceglierne uno in una sorta di 'disaster movie' immaginario, quale ti piacerebbe? Quale potrebbe essere il migliore dei finali possibili?
'Migliore' intendi nel senso di 'apocalisse più suggestiva', giusto? In questo senso, paradossalmente, tendo all'ottimismo. Preferisco cioè le apocalissi 'morbide', quelle che si lasciano alle spalle un'umanità degradata e disintegrata, ma pur sempre superstite, come Mad Max, Ken Shiro, il leggendario The Road di Cormac McCarthy (ne hanno fatto anche un fantastico film con Viggo Mortensen, tra l'altro), e pure Terminator 2, piuttosto che i grandi sconvolgimenti naturali, oppure bombardamenti nucleari davvero totali, che in sostanza finirebbero per ridurre il 100% della superficie terrestre a un parcheggio. Questi scenari non sono letterariamente interessanti, segnano un punto imperativo di fine, e poi? non consentono spazio per nuove storie, per ripartire, per immaginare qualcos'altro. Dal mio punto di vista, più che l'apocalisse, in effetti, è il postapocalisse ad essere interessante, a incuriosire l'occhio della fantasia.

Secondo te come mai quando si pensa al futuro ci immaginiamo sempre che debba accadere qualcosa di orribile?
Il modo in cui pensiamo al futuro riflette solitamente le aspettative del nostro presente. Non è un caso se in un momento pieno di speranze per il pianeta come gli anni '50-'60, dopo l'emersione dall'abisso della seconda guerra mondiale, la fantascienza tendeva a immaginarsi colonizzazioni spaziali, incontri con civiltà aliene, grandi e positive innovazioni scientifiche insomma per farla breve l'universo progredito, ordinato e 'a buona gestione' di Star Trek. Già negli anni '70-'80 la situazione era cambiata, nonostante l'estendersi del benessere in tutto il mondo occidentale: la benzina della speranza e delle aspettative di progresso era finita, lasciando spazio a nuove ansie, paure e visioni di futuri oscuri. A posteriori possiamo dire che nel 1977 Star Wars il canto del cigno della fantascienza 'ottimistica': ma non può non sfuggire il dato che nel momento in cui prendono forma gli eventi della saga stellare, a comandare nella 'galassia lontana lontana' ci sono quei bastardi brutti, neri e cattivi dei Sith e dell'Impero. Segno dei tempi. Ecco: si può dire che da allora la situazione sia solo peggiorata, e nemmeno di poco, visto che adesso non c'è più nemmeno quel benessere, e viviamo in un presente governato nell'ombra dalle multinazionali, in cui le disparità sociali sono aumentate vertiginosamente e siamo più o meno tutti discretamente controllati, studiati e catalogati attraverso un uso concretamente distopico delle tecnologie. Come fai a immaginare un futuro radioso, se sei immerso in un mondo di merda come questo?

Per comprare il libro: https://info9377839.wixsite.com/jollyroger/il-futuro-finisce-presto

24/12/2018