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Insetti nel piatto: il più probabile consumatore è uomo e giovane

L’Università di Pisa è partner dello studio sul gradimento degli insetti in cinque paesi: Belgio, Cina, Italia, Messico e Stati Uniti

Insetti commestibili

Uomo e giovane: è questo l’identikit del consumatore più propenso ad accogliere gli insetti edibili nella propria dieta. La notizia arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Plos One e realizzato dall’Università di Pisa, insieme agli Atenei di Parma, Ghent in Belgio, Cornell negli Stati Uniti e Nanjing in Cina.

Il sondaggio su 3mila persone in cinque paesi

La ricerca è stata condotta attraverso un sondaggio realizzato a febbraio e marzo dello scorso anno su un campione di circa 3mila persone dislocate in cinque diversi paesi (Belgio, Cina, Italia, Messico e Stati Uniti) con vari livelli di cultura gastronomica legata al consumo di insetti. Per l’Università di Pisa hanno partecipato allo studio il ricercatore del Dipartimento di Scienze Veterinarie Simone Mancini e la professoressa Roberta Moruzzo.

“Si tratta del primo studio che mette a paragone più paesi in continenti diversi – spiega Simone Mancini stiamo utilizzando i dati raccolti per ricerche e pubblicazioni ancora in corso, si tratta di materiale molto utile per chiunque si occupi di marketing in questo settore”.

Dai risultati del sondaggio è emerso che il genere è il fattore principale che influenza il livello di accettazione, con il maggiore di rifiuto in Italia (circa 85% donne e 75% uomini) e il minore in paesi come Messico (circa 46% donne e 15% uomini) e Cina (circa 62% donne e 50% uomini)dove l’entomofagia è culturalmente più accettata.

Insetti nella dieta: i giovani sono i più propensi

Nei paesi poi dove la predisposizione a includere gli insetti nella dieta è minore, ovvero Italia e Belgio, l’età più giovane è un fattore che predispone positivamente al consumo. Considerando infine tutti i cinque paesi, l’accettazione degli insetti trasformati, ad esempio nelle farine, è risultata sempre maggiore rispetto a quelli interi.

La maggiore propensione al consumo nella fascia di popolazione tra i 18 e i 41 anni rispetto agli over 42  potrebbe essere spiegata dalla curiosità dei più giovani verso il novel food e da una maggiore sensibilità rispetto ai temi legati alla sostenibilità alimentare – aggiunge Mancini – in generale, per quanto riguarda il nostro paese, i risultati  in parte confermano che gli italiani sono meno pronti a inserire questi novel food nella loro dieta, ma denota anche come altri paesi europei o occidentali abbiano già superato queste barriere e siano pronti a buttarsi sul mercato”.

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