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Misteri e leggende del mare toscano 5 storie dallo Sgarallino al Polluce

Dal posamine tedesco Brandenburg alle storie di stupefacenti e degli 8 nomi dell’Anna Bianca: leggende e voci dal mare della Toscana

Relitti mare della Toscana

Dalle navi passeggeri alle posamine, solcando i mari della storia degli ultimi due secoli. Il passato dei relitti che ‘abitano’ i fondali dell’Arcipelago toscano attraversa le vite di armatori ed eserciti, la prima e la seconda guerra mondiale, ma anche delle tempeste che hanno causato naufragi ed affondamenti.

La prima di queste cinque storie ve l’abbiamo raccontata nel dettaglio qualche giorno fa ed è quella dell’Elviscot, mercantile sulla linea Taranto-Napoli-Marsiglia e divenuto ‘famoso’ come “il relitto di Pomonte”: dal gennaio 1972 infatti – quando naufragò a causa del maltempo andando a sbattere sugli scogli davanti Pomonte – è diventato una meta di turismo per i sub. Il relitto è infatti adagiato con la murata di sinistra su un fondale sabbioso, con il ponte di poppa a soli 8 metri di profondità.

Molto differente invece la storia dell’Andrea Sgarallino, piroscafo intitolato all’eroe livornese protagonista dei moti rivoluzionari del 1848, che operò nel trasporto passeggeri dal 1930 al 1943 tra Piombino e Portoferraio. Dopo l’invasione nazista dell’Isola d’Elba, lo Sgarallino fu costretto ad issare la bandiera nazista, che ne causò anche la fine: all’alba del 22 settembre 1943 il sommergibile inglese Uproar lanciò due siluri verso la nave ne provocò l’immediato affondamento, davant le coste di Nisporto, a poche centinaia di metri dal porto di Portoferraio. Le vittime furono oltre 300 e praticamente ogni famiglia elbana ebbe un lutto legato allo Sgarallino. Sessanta anni dopo, nel 2003, venne posta una lapide a ricordo sulla fiancata del relitto.

I colpi di scena, affondamenti e cambi di nome invece caratterizzano la lunga storia dell’Anna Bianca. La storia del mercantile affondato nel 1971 a pochi metri dalle coste dell’Isola di Giannutri inizia nel 1920 col nome di Vivien; i successivi 51 anni di vita – attraverso la seconda guerra mondiale – videro ben 8 cambi di nome (Fridius, Carlin, Mariù, Tirana, Eminia, Argo, Vandam e dal 1963 – finalmente – Anna Bianca) ed una fine avvolta nel mistero. Le testimonianze su quel 3 aprile del 1971 parlano infatti di un mare calmo e sereno alle porte di Giannutri, e si confondono tra realtà e fantasia: le voci più ‘verosimili’ raccontano di un mare agitato e di un equipaggio messosi in riparo all’ultimo dall’affondamento, le ‘fantasie’ invece attraversano storie di traffico di stupefacenti (legate ad una strana polvere bianca apparsa la mattina dopo sullo specchio d’acqua dell’affondamento) e del poco nobile premio assicurativo legato al mercantile.

La guerra torna protagonista nelle vicende del Brandenburg, posamine tedesco che recò danni e morte nell’Arcipelago toscano tra il 1942 ed il 1943. Costruito nel 1936, il Brandenburg arrivò sulle coste della Toscana a causa dell’occupazione della Francia da parte della Germania nazista. All’indomani dell’armistizio italiano – l’8 settembre 1943 – il posamine attaccò, a largo di Rosignano, l’incrociatore italiano Piero Foscari ed il vapore Valverde, danneggiandoli gravemente. La sua ‘gloria’ di guerra fu però breve: il 21 settembre 1943, colpito dal sommergibile inglese Unsees (“invisibile”), affondò con il suo equipaggio a sette miglia nautiche a nord-est di Capraia, dove dovrebbe giacere ad oltre 150 metri di profondità.

Misteri che avvolgono anche il più vecchio dei cinque relitti. Quella del Polluce è una storia che si interrompe la notte del 17 luglio 1841: adibito al trasporto di preziosi, venne abbordata dal vapore napoletano Mongibello che la fece colare a picco in meno di 15 minuti a circa 3 kilometri a largo di Capoliveri. Tutti i passeggeri e l’equipaggio si salvarono, ad eccezione di un marinaio. L’armatore del Polluce, il genovese Raffaele Rubattino, intentò causa ai proprietari del vapore napoletano, ed alla fine del processo i giudici decretarono che l’abbordaggio fosse avvenuto in maniera dolosa. A quel punto Rubattino, a due mesi dal naufragio, cercò di recuperare il relitto. Le testimonianze scritte raccontano come fu eseguita l’opera e come il relitto fu sollevato dal suo letto di sabbia; ma a causa del peggioramento del tempo il recupero fu definitivamente abbandonato.
Una doppia beffa per l’armatore genovese: le spese per il recupero del Polluce portarono l’azienda sul lastrico.

 

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