Oltre la copertina, da Pistoia il primo libro sulle biblioteche viventi

di Federico di Vita

Il bibliotecario Martino Baldi è autore di “Come realizzare una biblioteca vivente”, un sistema per sconfiggere ogni forma di pregiudizio

È uscito da pochi giorni in libreria Come realizzare una biblioteca vivente (Editrice Bibliografica, pp. 80, € 8), del bibliotecario e studioso pistoiese Martino Baldi. Il libro, che è tra i primissimi testi a trattare in Italia l’argomento, introduce e illustra il singolare e innovativo concetto di ‘biblioteca vivente’, uno strumento ideato per combattere la paura della diversità favorendo dialogo e integrazione. Ma cos’è esattamente una biblioteca vivente? Si possono “prendere in prestito” persone al posto dei libri? L’idea non è quella alla base di Fahrenheit 451, in cui le persone imparavano a memoria i libri pur di impedire che andassero perduti, in questo caso al centro del racconto c’è l’esperienza di persone discriminate. L’idea è stata sperimentata per la prima volta nel 2000 in Danimarca, per poi diffondersi in Europa e nel resto del mondo, come strumento per favorire per il dialogo interculturale e la promozione dei diritti umani.

Il libro di Martino Baldi è il primo a spiegare ai bibliotecari come realizzare una biblioteca vivente nel proprio contesto, noi l’abbiamo intervistato per tentare di capire chi sia il lettore di in una simile biblioteca, ma anche chi faccia il libro e cosa sia la biblioteca.

“Dipende molto dal tipo di biblioteca vivente. Che non necessariamente è ospitata in una biblioteca. Le prime biblioteche viventi, furono organizzate all’interno di grandi festival musicali. Altre ancora sono state organizzate in ogni tipo di contesto: piazze, scuole, carceri... Se una biblioteca vivente è organizzata entro un altro contesto, l’obbiettivo è proprio quello di intercettare “lettori” casuali, anzi uno degli obiettivi con cui è nata è proprio quello di creare l’occasione di un incontro che altrimenti non ci sarebbe stato tra un libro vivente che racconta e qualcuno che ascolta e in alcuni casi può interloquire. Il lettore può, in definitiva, essere chiunque venga stimolato ad ascoltare la storia di un altro essere umano, a guardare “oltre la sua copertina”. Per l’associazione internazionale Human Library, soltanto chi sia vittima di un pregiudizio o di una discriminazione è deputato a essere un libro umano; molte biblioteche viventi – e io stesso nel mio libro e nella pratica delle biblioteche viventi che ho organizzato alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia sostengo questa via – allargano questa possibilità, ritenendo che la biblioteca vivente oltre che agire sulla percezione e il rispetto delle cosiddette diversità possa agire proficuamente anche nel consolidamento dei rapporti di prossimità e similarità e per abbandonare le categorie di simile e diverso, nella direzione di una apertura verso l’altro nella sua individualità, che è sempre in parte comune e in parte altra.”

È così difficile al giorno d’oggi parlarsi?

“Questa è una domanda troppo complessa a cui rispondere a fondo, una delle più difficili perché si tratta di dare corpo a quella che è una evidenza. Sembrerà strano dirlo in un’epoca di ipercomunicazione e iperconnessione tra gli individui, ma sì, è difficile parlarsi. Individualismo, superficialità, mancanza di sensibilità per la dimensione collettiva dell’esistenza e via dicendo. È sotto gli occhi di tutti, quanto sia diminuita in genere l’attenzione per l’altro e quindi la comunicazione più profonda, il parlarsi, appunto. Più che comunicare ci si posiziona, con un’infinità di linguaggi diversi e di mezzi diversi, ma il parlarsi, il conoscersi, il ri-conoscersi come legame fondante di una comunità è decisamente sottoquotato nel listino di borsa delle relazioni contemporanee”.

A un certo punto del secondo capitolo dici “Nei documenti ufficiali è esplicitato come possano rivestire il ruolo di libro umano soltanto le persone che hanno subito discriminazioni per problemi quali la razza, il sesso, l’età, la disabilità, le preferenze sessuali (ecc.)”, ma un approccio del genere non rischia di tenere lontani quelli che avrebbero più bisogno di vincere i propri pregiudizi? Come si fa a evitare questo meccanismo?

“Io credo che ogni pregiudizio sia un epifenomeno, un sintomo. Di una forma mentis che ragiona appunto per questo tipo di categorie. E il cervello è un organismo scaltro che non si educa con dei precetti; può a volte più un’emozione improvvisa che anni di convegni. Affrontare i pregiudizi frontalmente è spesso un atto più dimostrativo che efficace perché sfuggono a questa azione proprio coloro che più profondamente sono agiti da un modo di pensare per pregiudizi. È giusto farlo perché anche le dimostrazioni, la solidarietà, la sensibilizzazione, hanno il loro ruolo necessario dentro una società. Fanno massa critica e serve. Ma non è sufficiente e credo sia molto limitante, come ogni restrizione sempre è, ridurre tutto a questo. Il problema è a livello assai più profondo del razionale. Ci vogliono gli enzimi per metabolizzare certi contenuti. Imparare a parlarsi, a guardarsi, a riconoscersi, risillabare un lessico elementare delle relazioni di una comunità; senza escludere, naturalmente, il resto, anche questo può essere il portato della biblioteca vivente. Gli enzimi.”

Come realizzare una biblioteca vivente, Martino Baldi

30/11/2017