Sant’Anna: cellule nello spazio per studiare l’invecchiamento

Un progetto dell’istituto di Scienze della Vita è stato selezionato dall’ESA per capire gli effetti di arteriosclerosi e ipertensione

Hanno inviato delle cellule umane in orbita per studiare gli effetti dell’invecchiamento e della sedentarietà prolungata: sono gli scienziati dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna, che spiegano come l’assenza di gravità si comporti come una “macchina del tempo”. Questa caratteristica rende più “anziane” le cellule in pochi giorni e permette di compiere esperimenti di biologia molecolare sulle cellule rientrate a terra. Gli studi servono a indagare il funzionamento del corpo umano – sia in condizioni normali che di malattia – per prevenire e individuare le terapie più efficaci contro patologie largamente diffuse come arteriosclerosi e pressione alta.

Tra gli organi che più risentono degli effetti della permanenza nello spazio c’è endotelio – l'insieme di cellule che rivestono dall’interno i vasi sanguigni – particolarmente sensibile alle variazioni della gravità. L’endotelio può rispondere a molti stimoli che provengono dall’esterno e dall’interno del corpo e, quando è danneggiato, è alla base di malattie come l’aterosclerosi, l’ipertensione e la trombosi. Le cellule spedite nello spazio nell’ambito di “Endothelial cells” (questo il nome del progetto di “bio-medicina spaziale” coordinato da Debora Angeloni), sono appena rientrate sulla Terra nella steppa del Kazakhstan, di ritorno dalla Stazione Spaziale Internazionale, a bordo della Soyuz. Erano partite dal Cosmodromo di Baikonur alle 6:37 del 2 settembre 2015. Per condurre l’esperimento, le cellule, utilizzate come modello semplificato dell’endotelio capillare umano, sono cresciute e si sono moltiplicate all’interno di microlaboratori realizzati da Kayser Italia.

L’esplorazione umana dello spazio è un’azione collettiva – sottolinea Debora Angeloni – e, da un punto di vista biomedico è chiaro che pone limiti e difficoltà, ma proprio per queste ragioni costituisce un’importantissima ‘scuola’ per imparare di più sul funzionamento del nostro corpo. Nello spazio gli astronauti sono soggetti a un invecchiamento accelerato ma reversibile, che simula in maniera fedele ciò che avviene sulla terra in tempi molto più lunghi e in modo non reversibile. Sui campioni di cellule rientrate in ottimo stato dallo spazio da ora in avanti sarà condotta un’ampia serie di analisi di biologia molecolare. L’obiettivo a breve termine è caratterizzare i meccanismi attivati dalla permanenza nello spazio, quegli stessi che probabilmente sono attivati anche dall’invecchiamento fisiologico dell’endotelio. L’obiettivo a lungo termine – conclude la scienziata – è mettere a punto metodi per la prevenzione e per la riabilitazione, utili non soltanto per gli equipaggi spaziali, ma anche per un gran numero di pazienti sulla terra”.

19/01/2016