Trent'anni contro il potere: intervista a Mario Cardinali

di Costanza Baldini

Da Charlie Hebdo al "processo alla Topa" il direttore del Vernacoliere lo storico giornale satirico dialettale ci racconta trent'anni vissuti sbeffeggiando il potere

Dito nell'occhio dei potenti, incubo di ogni capo di stato degli ultimi trent'anni di storia italiana il Vernacoliere nato nel 1982 dalle ceneri di Livornocronaca è il primo e unico esempio di giornale satirico dialettale. Il giornale conta 36mila copie a numero diffuse a macchia di leopardo in tutte le edicole della Toscana ma può vantare migliaia di abbonati in Italia e all'estero. In occasione del Festival "Il Senso del Ridicolo" proprio alle prime pagine del Vernacoliere è dedicata una mostra alla Fortezza Vecchia da giovedì 24 (inaugurazione ore 18) fino a domenica 27 a ingresso gratuito. Noi siamo andati a intervistare il direttore Marco Cardinali che da 33 anni è l'anima e la mente pensante dietro a questo successo editoriale.

Mi sono sempre chiesta chi è che inventa quei bellissimi titoli della prima pagina?
Lo devo chiedere a me stesso, mi apro il cervello e glielo chiedo. Le faccio tutte io, sono esclusivo parto della mia testaccia. Però io ho dato dei contenuti non sono solo parolacce. In televisione la volgarità è stupidità, è sintomo della banalità. I titoli del Vernacoliere prendono spunto per la maggior parte episodi di attualità, ma mentre negli anni '80 mi riferivo a episodi di costume o fatti paradossali, pian piano c'è stata una svolta diciamo socio-politica. Il Vernacoliere è stato un referente di anti-politica, anzi di anti-potere e anti-palazzo. Il servilismo è tipico del giornalismo di oggi, il Vernacoliere si oppone a tutto questo. La gente purtroppo legge solo i titoli sulle locandine, chi legge i pezzi sono solo trenta-quarantamila persone, quelli che comprano il Vernacoliere. Se dovessi vendere un decimo delle copie di quanti leggono le locandine sarei multimiliardario.

Quando e come nasce il Vernacoliere?
L'ideazione delle locandine ha inizio nell'82 quando Livornocronaca si è trasformata in Vernacoliere ovvero il giornalismo d'inchiesta è diventato giornalismo satirico vernacolare. Io cominciai quando venne il Papa Wojtyla a Livorno e feci il titolo "Boia il Papa a Livorno". E già cominciarono a dirmi che avevo offeso il Papa perché molti non sapevano che "boia" è una tipica esclamazione livornese che vuol dire "accipicchia", "accidenti", "caspita", "perdindirindina", "perdincibacco". Bisogna conoscere bene il vernacolo per saperlo scrivere, anzi bisogna prima conoscere l'italiano per scrivere bene in vernacolo. Oggi la gente non conosce l'importanza di esprimersi bene in italiano, figuriamoci in vernacolo. E insomma io creai questo giornalismo che era riferito a fatti d'attualità ma poi diventava un giornalismo fantastico, basato sul una lingua il vernacolo che è tipicamente irriverente, sovversivo perché non porta rispetto e corrisponde perfettamente alla mentalità dei livornesi.

Ecco appunto, voi Livornesi avete uno spirito davvero acuto che si riverbera in tutta la cultura della vostra città, nella musica penso a Bobo Rondelli e i Gatti Mezzi fino a personaggi come Don Zaucher di Caluri che davvero solo un Livornese poteva inventare. Cos'avete voi Livornesi di diverso dagli altri?
I livornesi sono a-toscani, non sono toscani come gli altri. Il livornese di oggi è una mescolanza di varie etnie. I Medici di Firenze vollero fondare una città con un nuovo porto perché quello di Pisa si stava interrando. Il sito c'era, era un luogo di malaria, di febbri, di pestilenza e allora dettero possibilità a chiunque volesse di venire a lavorare per fare questa città. Da cui le famose leggi livornine che davano la libertà ad ognuno, qualunque peccato avesse commesso era "fatto libero" e quindi arrivò un sacco di "gente di coltello" ma arrivarono anche tanti perseguitati politici, tanti ebrei sefarditi dalla Spagna. Così si è formato questo miscuglio, questo poutpourri di persone che caratterialmente non hanno mai servito padroni e non sono stati padroni. Io ho un motto che ripeto quando mi invitano a parlare dai circoli anarchici ai Rotary Club che è: "Il livornese a mandare in culo il Re ci mette quanto a mandare in culo il Papa" e questo dice tutto.

Come ha vissuto la vicenda di Charlie Hebdo? E' cambiato qualcosa per lei nel fare il suo lavoro?
Lo abbiamo vissuto come un fatto tragico ma per le vite umane non tanto per la satira. Noi in Italia abbiamo avuto tanti precedenti per la Mafia. Quanti giornalisti hanno ammazzato i mafiosi? La gente si è dimenticata che la stampa è stata perseguitata, è stata martirizzata. Tantissimi poi si sono piegati, anche durante il Fascismo. E' quello che hanno fatto tutti i regimi, questo è un regime particolare, in questo caso hanno ammazzato sette persone. Ma prima di tutto è un lutto di umanità, poi viene la satira.

La soddisfazione più grande nel suo lavoro qual è stata, il processo alla Topa?
Quello fu il primo processo della storia a un titolo vernacolare, ma non ce ne sono stati molti altri. Sa adesso il Vernacoliere è diventato di portata nazionale e internazionale e i giudici stanno attenti. Quando era un giornalino sconosciuto ci saltavano addosso tutti. Adesso dietro c'è tantissima opinione pubblica e io sono sempre andato a difendermi, siccome non sono un bischero, porto avanti orgogliosamente le mie battaglie. Io ho fatto scienze politiche, ho fatto la tesi in diritto costituzionale comparato, quando sparo le mie cazzate so perché le sparo, non apro bocca per dare fiato, se ti mando affanculo poi ti spiego anche il perchè. E' un modo di fare satira e critica, è una forma di ribellione al potere anche per rompere con l'italianese della politica da azzeccagarbugli. Anche Don Milani faceva la stessa cosa, anche se non in vernacolo. In fondo la storia della resistenza umana comincia dai cristiani. Io più che altro lo faccio per divertirmi, fa parte della mia filosofia, del mio modo per essere vivo.

Per informazioni:
http://www.vernacoliere.com/

22/09/2015