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Viaggio a Birkenau con le sorelle Bucci: Per noi era sempre inverno

Prima tappa del Treno della Memoria: in tutto 700 persone tra studenti, insegnanti e rappresentati delle associazioni oggi ha visitato il lager insieme alle sorelle sopravvissute

BIRKENAU (Auschwitz, Polonia) – È un inverno senza neve, il paesaggio polacco ci ha sorpreso sin da subito, quando alle sette di stamattina il cartello di Oswiecim ci ha rivelato le spoglie rotaie della stazione. Scendiamo dal Treno della Memoria, e uscendo ci accorgiamo che un cartello copre la metà superiore della facciata dell’edificio, recita Oswiecim Miasto Pokoju, Auschwitz città della pace. L’ambiguità dei nomi, anche quella cercata – come in questo caso – sembra in qualche modo mascherare l’orrore covato in queste terre.

Saliamo sui pullman, ne servono molti: in tutto siamo più di 700, e ci dirigiamo direttamente al Konzentrationslager di Auschwitz 2, meglio come noto come Birkenau. La campagna polacca è piatta e tratteggiata in un verde secco come carta. Il paesaggio è delimitato dalle spoglie chiome degli alberi, ovunque si volga lo sguardo. Avvicinandoci al campo di sterminio – si vedono già in lontananza le prime cortine di filo spinato – qualcuno tra i ragazzi delle scuole superiori toscane si stupisce della vicinanza di alcune case al campo. Un’altra cosa sorprendente è la dignitosa solidità delle prime costruzioni, sono in muratura e sembrano in grado di offrire un certo riparo – più di quello che era lecito immaginarsi, probabilmente.

La guida ci spiega che Birkenau in polacco significa “luogo delle betulle” e che non è per il gusto del macabro che qualcuno ha deciso, negli ultimi 50 anni, di costruire la sua casa nelle adiacenze del campo, qui – prima dell’arrivo dei tedeschi – c’erano diversi villaggi, ed è col materiale ricavato dalla distruzione di quelli che i primi confinati – prigionieri politici russi dell’inizio degli anni ’40 – hanno tirato su le baracche di mattoni. I polacchi che hanno costruito le loro case in questa zona non fanno altro che tornare in una terra loro da sempre.

All’interno del campo incontriamo Tatiana e Andra Bucci, deportate a Birkenau nel marzo del 1944. Le due sorelle avevano sei e quattro anni quando sono arrivate, solitamente i bambini di quell’età venivano spediti direttamente alle camere a gas. La loro fortuna fu quella di somigliarsi molto, le presero per gemelle e sui gemelli Mengele, nel complesso dei campi di sterminio di Auschwitz, conduceva esperimenti genetici. “Vivevamo come animaletti”, dice Tatiana, “nessuno si prendeva cura di noi”.
“Quando arrivava un camice bianco – ricorda Andra – e portava via un bambino, quel piccolo la sera non sarebbe tornato alla baracca: per questo ho sempre avuto paura dei medici, anche dopo, quando ormai avevo capito”.

Le due sorelle ci guidano sicure tra le baracche. Hanno un volto sereno e tenace. Ci portano nel luogo dove sorgeva la loro, le cui fondamenta sono state riscoperte da pochi anni. Sono state a Birkenau dieci mesi, non potevano servirsi di un bagno e dormivano su stuoie di paglia con indosso gli stessi vestiti portati durante il giorno. Gli era concesso usare il lavatoio, che sorgeva proprio di fronte alla loro baracca, ma l’acqua non c’era quasi mai. Qui hanno visto tutte le stagioni ma ricordano solo l’inverno.

Un tratto comune a tanti sopravvissuti è quello di ricordare l’inverno: “Perché le altre stagioni in Polonia sono belle – ci dice la guida – a volte l’autunno è meraviglioso”. Dopo averci raccontato la loro storia nel punto in cui da bambine hanno vissuto gli facciamo largo, per fargli qualche foto.
La più piccola delle due, Tatiana, dallo sguardo consapevole e non privo di ironia, per un momento si mette in posa, solleva una gamba in modo un po’ vezzoso, sembra accennare un passo di danza. Un fotografo le chiede di non farlo – forse quella posa non corrisponde all’idea che lui ha della loro storia o a quella che intende raccontare. Io mi rammarico di non aver fatto in tempo a scattare – sarebbe bastato un secondo di più – per immortalare un gesto che mi è sembrato un bellissimo simbolo di qualcosa cui non so dare voce.


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