Daniele, i videogiochi e quel sogno che si frantuma. Ma c'è la rinascita

di Gianluca Testa

Negli anni '90 Firenze era al centro della scena nazionale del gaming. C'era una società con gradi sogni, infranti poi dalla bolla speculativa. La storia a Fuckup Nights

Firenze, culla del Rinascimento. Una definizione di vanto innegabile. Perché le eccellenze, com'è giusto che sia, sopravvivono al tempo. Questa città toscana ha visto crescere talenti e sviluppare nuove idee, in qualsiasi campo. Dall'arte all'artigianato, dall'imprenditoria alle tecnologia. Quindi non stupisce sapere che qua, negli anni Novanta del secolo scorso, era nato un collettivo capace di rappresentare la migliore (e più efficace) innovazione nel mondo del gaming. Sì, stiamo parlando di videogiochi.

Sono ormai lontani i tempi in cui i videogiochi, nell'immaginario collettivo, erano erroneamente associati alla figura di giovani nerd o di ragazzotti un po' sfigati attratti dalla possibile interazione con le figure e le azioni che si animavano sui monitor. Quei ragazzi avevano una passione. E per molti di loro quella passione è diventata una professione. Ma non sempre le storie che nascono sotto la migliore stella hanno come conseguenza il lieto fine. E questo Daniele Trambusti, fiorentino, lo sa bene. La sua è una storia straordinaria che si è chiusa nel peggiore dei modi. Ma al fallimento non sempre corrisponde la parola fine. Anche se la sua star-up (certo, al tempo non si chiamava così) si è violentemente scontrata con la bolla speculativa delle dot-com, Daniele ha ripreso in mano le sue competenze e la sua vita. Una storia, la sua, che racconterà giovedì 4 ottobre alle Fuckup Nights di Firenze. Oltre a lui, nella sede di Impact Hub (Via Panciatichi 16) ci saranno anche Alessandra Cafiero (Officina delle parole), Andrea Dusi (Imprenditore e Tech investor che alle 18 presenterà il libro "Come far fallire una start-up ed essere felici") e Daniela Ferraro (mamma adottiva e scrittrice).

A vederla oggi, la foto di quel collettivo infonde un po' di epica malinconia. Non solo ai protagonisti, ma anche a chi quegli anni li ha vissuti e li ricorda bene. I primi computer erano entrati nelle case. L'avevano fatto senza un eccessivo clamore, anche se ben presto quella rivoluzione sarebbe diventata soprattutto uno status più che un reale bisogno. Non tutti sapevano cosa fare con un Vic-20 o un Comodore 64. I più ci giovavano, semplicemente. Ma altri, con quegli strumenti, iniziarono a programmare.

Il collettivo si chiamava Nayma. Un nome ispirato al personaggio di Nirvana. Nel film di Salvatores, Naima (con la "i" e non con la "y") era Stefania Rocca, giovane hacker dai capelli blu. A vederli oggi, a distanza di più di vent'anni, quei ragazzi non assomigliano affatto a dei nerd. Lo scatto risale alla manifestazione "Mediartech". Era il 1998 e il collettivo aveva uno stand nel quale presentavano i loro lavori. Lì ci sono i musicisti, i programmatori e gli innovatori del mondo di domani. Ovvero il nostro presente. In quel preciso momento, però, avevano un sogno comune. E Daniele Trambusti quel sogno ha provato a realizzarlo.

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Quando è iniziata la tua passione per i videogiochi?
«Da ragazzino. Avevo dodici anni quando uscirono i primi computer. E il mio fu un Vic-20. Giocare mi piaceva, ma amavo anche la programmazione. Così iniziai a studiare informatica».

La svolta sul gaming?
«È avvenuta a metà anni Novanta, con l'uscita di Doom. Un gioco spara-tutto che ha cambiato la storia dando il via a una rivoluzione. A quel punto ho pensato che forse potevo trasformare la mia passione in lavoro. E così sono entrato in contatto con la scena fiorentina...».

Era una contesto vivace?
«Di più. In quegli anni Firenze era al centro della scena dei programmatori di videogiochi».

Il tuo ruolo in Nayma?
«Mi sono appassiono quasi subito alla grafica 3d, ho seguito quel filone».

Poi cos'è successo?
«Ci siamo trovati di fronte a una grande occasione. A Belluno fu creata un’azienda, spinta da un forte investimento. Ci proposero di farne parte. Io non sono andato, ma altri sì. Ho preferito restare».

Sei rimasto fiorentino fino all’ultimo.
«Sì, è così. Restai e insieme sviluppammo un motore 3D. Allora rappresentava un'eccellenza. Oggi ci sono tool gratuiti, ma al tempo esistevano solo motori commerciali che costavano milioni di dollari. Le riviste specializzate iniziarono a parlare di noi».

È a quel punto che arriva la proposta a cui non si può dire di no?
«Esatto. Fummo coinvolti in un grosso progetto il cui budget sfiorava il miliardo di lire. Ci proposero di entrare per sviluppare due sotto-giochi che sfruttavano questa tecnologia. La nostra società era appena nata e ci trovammo di fronte a un contratto da 150 milioni di lire. Portammo a termine il progetto, eravamo soddisfatti».

Ma qualcosa andò storto...
«Era il 2001, scoppiò la bolla delle dot-com e crollò il mercato. La società che ci aveva coinvolto si tirò indietro e improvvisamente ci trovammo indebitati».

La vostra società riuscì a sopravvivere?
«Ci avevano pagato due terzi di un lavoro che non ha mai visto la luce. Ma quelle risorse erano importanti per portare avanti i nostri progetti. Abbiamo proseguito per altri sette anni, sempre col fiato sul collo, realizzando per lo più progetti su commissione. Alla fine abbiamo seguito altre strade».

Il rammarico più grande?
«Forse avremmo dovuto guardare di più all'estero. Del resto il settore dei videogiochi è il primo per fatturato nell’ambito dell'entertainment. Inoltre, tornassi indietro, dedicherei più tempo a cercare persone con esperienza di gestione aziendale, anche nell'ambito del marketing. Eravamo molto autarchici, e questo ci ha un po’ penalizzato».

Le difficoltà?
«Era difficile lavorare nel settore dei videogiochi in Italia. Al tempo non esisteva nemmeno il concetto di start-up. Non c'erano incubatori o acceleratori d'impresa. Nonostante tutto, qualche soddisfazione ce la siamo tolta».

Da cosa nasce la scelta di cambiare?
«Dalla maturità. E dal fatto che si è perso un po' l'interesse per il settore, che continuo a seguire, certo, ma dalla giusta distanza».

sparkleapp.com

Oggi cosa c'è nella tua vita?
«Una nuova società. Continuo a fare lo sviluppatore. Dopo tante tribolazioni, insieme a un ex compagno delle scuole superiori abbiamo realizzato un nuovo progetto creando un website builder per Mac che permette di costruire siti. Si chiama Sparkle ed è presente anche sullo store di Apple».

I vostri mercati di riferimento?
«Nell'ordine sono Stati Uniti, Germania e Francia. Al quinto posto c'è l'Italia».

Informazioni e iscrizioni:
www.f6s.com/fuckupnightsfirenzevol12

03/10/2018