NUOVE STRADE CONTRO IL FALLIMENTO. LA STORIA DI ANTONIO CIVITA

di Eleonora Lopiano
Nuove strade contro il fallimento. La storia di Antonio Civita

L’agenzia di cui è direttore creativo poteva rimanere una delle tante che fatica a trovare clienti, ma ha reagito alle difficoltà reinventandosi. L’esperienza vincente approda alle Fuckup Nights fiorentine.

In un mondo che cambia a una velocità esponenziale, gli imprevisti sono sempre in agguato e ci si trova spesso davanti a un inevitabile cambiamento da affrontare. Possiamo a quel punto vedere l’ostacolo come una sciagura che non può portare a niente di buono oppure trasformarsi e cavalcare l’onda senza lasciarsi travolgere.

È ciò che è successo ad Antonio Civita, speaker alle Fuckup Nights fiorentine di stasera giovedì 4 aprile che, nello spazio eventi dell’Impact Hub di Firenze, porterà l’esperienza della sua agenzia di web marketing.

Antonio è direttore creativo di Lift-D, un’agenzia che attraverso una metodologia vincente supporta le aziende in decisioni strategiche. Per questi clienti Lift-D oggi è una vera e propria bussola che permette di capire quali sono gli obiettivi fondamentali e come raggiungerli, ma la strada che ha fatto l’agenzia per diventare un punto di riferimento così importante non è scontata.

Antonio, cosa ti porta a partecipare alle Fuckup Nights?

«Parlerò ad agenzie come la mia, ma anche alle aziende. La maggior parte dei clienti sono convinti che sia sufficiente concentrarsi sull’estetica per vendere i propri prodotti, così acquistano layout predefiniti o presentazioni standard certi che basti una grafica impattante per essere innovativi. Niente di più sbagliato, perché ormai contenuto e suo contenitore non possono più viaggiare separati»

Più che di fallimenti in sé potremmo parlare di errori, allora, scelte sbagliate che possono portare a dei fallimenti. Giusto?

«Esatto, ma l’errore è in agguato per entrambe le parti, sia per il cliente che compra nel modo sbagliato che per le agenzie che si ostinano a vendere in una modalità sorpassata. La parte estetica è diventata quello che in termini economici si dice una commodity, un bene il cui valore non è più misurabile. Di conseguenza, il cliente non è più disposto a pagare cifre smisurate per qualcosa che trova sul mercato a un costo veramente irrisorio e talvolta di qualità migliore del materiale prodotto internamente. Su questa base, il vecchio modello delle web agency è in crisi e quelle che non mettono in atto un atteggiamento di sperimentazione non sono competitive»

Non è la tua agenzia ad aver fallito, però.

«No, ma abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il rischio di perdere rilevanza con i clienti. Uno dei grandi problemi che affrontano le agenzie del nostro genere è la staticità, non c’è niente di più deleterio per un team di creativi. È per questo che lo scorso agosto abbiamo deciso di stravolgere il nostro modello di business e - lo ammetto – cambiare la squadra è stato per me un momento particolarmente difficile, per quanto una scelta necessaria. Il fatto è che spesso si presenta un disallineamento tra le skills iniziali e quelle che emergono con le tecnologie e il mercato: raramente si rimane motivati e l’impresa è di solito vissuta passivamente, senza rendersi conto che è proprio in azienda che si imparano le migliori strategie»

Qual è la chiave per affrontare le novità, quindi?                                              

«L’adattamento attraverso un atteggiamento di continua sperimentazione, oltre che in questo caso un essenziale e costante rinverdimento delle competenze. Quello che cerchiamo di far comprendere anche ai nostri clienti è proprio il potenziale delle innovazioni. Abbiamo scelto di portare una strada alternativa a quelle aziende che potevano correre il rischio di comprare inutili pacchetti pre-fabbricati. Non lasciamo più, come accadeva per le classiche agenzie di comunicazione, che ci deleghino a occhi chiusi una parte così importante come quella della costruzione della loro customer experience, ma lavoriamo insieme per realizzare qualcosa integrato nel loro modello di business. A noi piace dire che co-creiamo con il cliente»

E i progetti hanno successo?

«Certamente, perché non sono fini a se stessi, hanno un impatto sulla cultura aziendale che non si limita a quel momento. I clienti si rendono conto che è addirittura più semplice adottare un atteggiamento agile.  La qualità del servizio, poi, costruito così su misura, è maggiore»

Possiamo dire che il fallimento è evitabile rinnovandosi. C’è però una sconfitta personale che ti è stata di insegnamento?

«Senza dubbio. Quattro anni fa abbiamo lanciato il marketplace Archivio Store e posso dire che abbiamo completamente sbagliato modello di business. Abbiamo investito tanto, modificato più volte il modello operativo, ma non è andata. Ci indirizzavamo a piccoli imprenditori, artigiani che non erano preparati a vendere online. La nostra mission era proprio coprire questo gap, ma i partner facevano fatica e quello che era il nostro obiettivo si è rivelato in realtà il più grande ostacolo. Tecnicamente, però, ha funzionato: con questa esperienza ci siamo pagati la scuola più dura, è un fallimento che ci ha insegnato molto. Oggi utilizziamo i processi che abbiamo iniziato a usare proprio in quel contesto: è migliorandone la qualità di esecuzione che abbiamo superato il problema. In questo modo abbiamo imparato a gestire partner complessi e quelle stesse tecnologie si sono rivelate utili per i clienti che vogliono entrare in particolari nicchie di mercato» 

Sbagliando si impara, insomma. Così come molto si può imparare da questa e dalle altre storie che andranno in scena alle prossime Fuckup Nights.

L’appuntamento è per stasera 4 aprile a Impact Hub; l’ingresso è gratuito iscrivendosi a questo link: http://bit.ly/FUNFIN17

04/04/2019