Corona Virus, una società vulnerabile che si sente invincibile

di Simona Bellocci

Chi eravamo, chi siamo, chi dobbiamo diventare. Il virus rimette in fila le nostre vite, ci costringe a riflettere, ci confina nelle nostre case, pone l'esigenza di riscoprirci 'Paese'. Nell'epoca dell'individualismo sfrenato necessitiamo di ripartire dal 'noi'

Dicono che siamo il paese con la maggior burocrazia, costantemente aggirata con espedienti di ogni tipo. Dicono che siamo un paese fermo. Dicono che le regole qua non mancano, il problema è farle rispettare. E mai come oggi ci rendiamo conto che in Italia abbiamo scordato non solo che le regole vanno rispettate ma abbiamo totalmente perso il senso di civiltà e di comunità, di appartenenza ad una nazione che solitamente si riscopre unita, con tanto di bandiere fuori dalle finestre e dalle terrazza delle case, al massimo quando si giocano i Mondiali di calcio.

Bella storia. Questo siamo. Inutile nascondere oggi la polvere sotto il tappeto, riverniciare splendenti facciate quando siamo marci nelle fondamenta.

Serve responsabilità, ci dicono. Ma necessitiamo anche di autoanalisi e autocritica su ciò che siamo diventati. Eravamo le generazioni del segno ‘più’, quelle a cui fondamentalmente non è mai mancato niente. L’istruzione pubblica, la salute pubblica, i libri, il progresso, la rivoluzione tecnologica. E’ mancato il lavoro ma questa è un’altra storia. E ora queste generazioni - figlie dell’Italia dal dopoguerra ad oggi -  si trovano improvvisamente private di tutto. Di tutto quello che conta. Perché è nei momenti nei quali vengono a mancare le più banali libertà personali che si riscoprono i valori del vivere in una comunità o almeno così dovrebbe essere.

Cosa manca oggi a quelli che facevano file chilometriche per comprare l’ultimo modello di IPhone? Cosa manca oggi a chi ha svuotato i supermercati? A chi ha riempito i centri commerciali la domenica scordando la bellezza di una passeggiata all’aria aperta, di una buona lettura in riva al mare? A quelli che sputavano veleno sui social, sentenziando su tutto solo per dare un senso alla propria esistenza in rete? A tutti noi oggi manca prima di tutto il contatto umano. Un abbraccio, un bacio, una stretta di mano. E manca la nostra libertà che prima sembrava scontata, non considerata forse per quanto valeva.

Ci siamo scordati quando sia importante l’apporto del singolo all’interno di un gruppo e l’hanno dimostrato le centinaia di persone che sono scappate dal nord come animali in fuga mettendo a rischio un intero paese, in un individualismo sfrenato e incosciente che non tiene conto neppure degli affetti più cari. I giovani, quelli del tutto e subito (senza per forza generalizzare) non rinunciano all’aperitivo, dimenticando che a casa potrebbero essere i primi portatori del virus, contagiando quei nonni che sono l’elemento debole della catena, quelli più a rischio, quelli che insomma ci rimettono la pelle prima di ogni altro.

Viviamo in una società che sfida il pericolo ogni giorno con la certezza del ‘tanto non tocca a me’, una società vulnerabile che si sente invincibile. Questo è il problema di fondo. I selfie al cellulare in autostrada, la guida in stato di ebbrezza, i rapporti sessuali occasionali non protetti. Gli anni ci raccontano di comportamenti sconsiderati nei quali il pericolo è sempre stato un optional non considerato. Ma oggi che il nemico invisibile entra nelle nostre vite e non lascia scampo dobbiamo riconsiderare i comportamenti, le azioni, la vita di ogni giorno. Ogni nostro gesto, in questa emergenza che non sappiamo bene quando finirà, conta. Conta oltre ogni cosa. Che serva questa situazione drammatica a ricostruire una società impoverita nei fondamentali, priva delle istruzioni basilari su come si vive insieme.

Eravamo il paese dei geni, della bellezza, dell’architettura, dell’arte, della scienza, della letteratura, della musica. Riscopriamoci in questo periodo forzato nelle nostre case. Riscopriamo chi eravamo, sperando che qualcosa di buono sia rimasto nel nostro DNA di italiani. La storia insegna che gli uomini messi di fronte a difficoltà eccezionali trovano sempre una spinta, un motivo, uno scatto d’orgoglio, una forza sovrumana per ripartire, per lottare, per continuare a vivere.

Servirà saper aspettare nell’epoca del 'fast, fast, fast', della velocità e del cotto e mangiato, della frenesia e del tempo che manca, ci fa arrancare, ci rende peggiori. Serviranno costanza e coraggio, dedizione e idee, impegno e consapevolezza del poi. Perché dopo l’emergenza sanitaria arriverà quella economica di fatto già in atto, inutile nasconderlo. Ci attendono tempi incerti, nei quali sarà facile inciampare, fallire, cadere. E mai come in un momento come questo occorre riscoprirsi ‘paese’. E mai come oggi serve remare in un’unica direzione, con un unico intento, con un grande obiettivo generale. Rialzare la testa, insieme.

10/03/2020