‘IL CORPO È UN INDUMENTO SACRO’ LA VIDEOARTE AL MUSEO NOVECENTO

‘Il corpo è un indumento sacro’ la videoarte al Museo Novecento

Arriva a Firenze dal 21 aprile al 20 settembre la rassegna video ideata da Beatrice Bulgari per In Between Art Film, a cura di  Paola Ugolini

La rassegna video “Il corpo è un indumento sacro” ideata da Beatrice Bulgari per In Between Art Film e cura di Paola Ugolini, per la nuova sala cinema del Museo Novecento (al primo piano) mette al centro il corpo umano come fil rouge che unisce i lavori di otto artisti internazionali: Masbedo, Anahita Razmi, Lucy Harvey, Damir Ocko, Silvia Giambrone, Marzia Migliora, Alessandro Piangiamore e Marinella Senatore. Nei film d'artista selezionati – che verranno proiettati uno dopo l'altro, a ciclo continuo, in questo nuovo spazio rialleastito - il corpo indagato non è solo fisico, ma anche mentale, “un corpo che è la misura del nostro esistere in questa dimensione terrena – spiega la curatrice -, un corpo talvolta negato o rappresentato soltanto da un particolare anatomico che diventa metafora di più complessi scenari esistenziali”. Si tratta del primo appuntamento di un ciclo biennale nato dalla collaborazione tra il Museo Novecento e Beatrice Bulgari.

InBetweenArtFilm è una casa di produzione cinematografica, fondata da Beatrice Bulgari nel 2012, specializzata nella produzione di film e documentari che si basano sull’interdisciplinarietà e lo scambio tra i diversi linguaggi artistici del nostro tempo.

“Il Corpo è un indumento Sacro” (titolo ispirato alla definizione data dalla coreografa americana Martha Graham, che ha contribuito con il suo lavoro a definire il concetto di danza moderna), vede il corpo umano come comune denominatore dei lavori selezionati. Il corpo, nelle opere di questi otto artisti internazionali, tutti nati fra la fine degli anni sessanta e i primi ottanta, non è utilizzato solo come presenza fisica ma, soprattutto, è indagato come strumento metaforico per parlare dell’esistenza con le sue contraddizioni e le sue paure ma anche con i suoi momenti di straordinaria, vitalistica e ottimistica coralità.

Il duo di video-artisti italiani Masbedo (Nicolò Massazza – 1973, Milano e Jacopo Bedogni – 1970, Sarzana) con l’opera Until The End (2011) incominciano un nuovo ciclo tematico, non più narrativa, non più lotte estenuanti per affermare la propria umana individualità, ma la presentazione, grazie ad una sola immagine in movimento, di un messaggio universale che gli artisti hanno definito “condanna” o “sentenza per la grandezza”. Su uno sfondo nero una ballerina lotta contro la forza di gravità cercando di sollevarsi dal suolo. Il video mostra solo il dettaglio dei suoi piedi nudi mentre cerca di sollevarsi sulle punte. Questo gesto, in fondo molto primitivo, da un lato simbolizza l’elevazione fisica ma è anche una possibile metafora del superamento delle barriere sociali. La “condanna” per la ballerina è rappresentata dalla sua ambizione di conquistare grazia, bellezza e potere. Dall’altro lato, questa immagine rappresenta il tentativo per un essere umano di librarsi in una dimensione metafisica, in cui il corpo lotta per elevarsi verso la luce e l’infinito. Il video è anche una trasfigurazione contemporanea della ballerina classica di Degasiana memoria, un’immagine iconica della Storia dell’Arte, ma che trascende l’aspetto leggiadro concentrandosi sui suoi piedi nudi e deformati dalla sofferenza del continuo esercizio.

Di madre tedesca e padre iraniano Anahita Razmi, vive e lavora ad Amubrgo ma ha un rapporto speciale con il paese di origine di suo padre come si evince dal video Middle East Coast West Coast (2014) in cui l’artista ripropone la video intervista “East Coast West Coast” del 1969 di Nancy Holt e Robert Smithson. Nella versione originale Holt e Smithson improvvisano una conversazione infarcita di luoghi comuni e di stereotipi sui differenti stili di vita di chi vive nella West Coast o nella East Coast degli Stati Uniti. Holt interpreta il ruolo dell’artista newyorkese concettuale e super intellettuale mentre Smithson interpreta il rilassato californiano cool che vive di sentimenti e di istinto. Il video Middle East Coast West Coast mantiene la colonna sonora del lavoro del 1969 mentre i due attori protagonisti sono stati sostituiti da due figure prive di connotati in quanto completamente coperte, cancellate, da un nero burqa che dialogano in un setting minimale e privo di rimandi iconografici. Il dialogo è un interessante clichè che contrappone l’arte occidentale alle immagini stereotipate dell’arte e della cultura medio-orientale. Il video focalizza l’attenzione sulle caratteristiche di questi stereotipi e sulle idee distorte che ci facciamo su chi è diverso da noi.

L’inglese Lucy Harvey (Nantwich, 1967) in “Guide to Life III (b) Productive Living (Emotional Well-Being) 4. Entertainment Strategies for Those Living Alone” (2000) filma il suo dito indice mentre percorre i contorni di una stanza, dal soffitto al pavimento. L’artista nella sua ricerca mette spesso in scena la condizione umana attraverso l’uso di azioni o di materiali non convenzionali. Il procedere meticoloso e annoiato del dito lungo i dettagli dell’ambiente domestico è l’emblematica, triste e amaramente ironica rappresentazione della solitudine e del bisogno di riempire i vuoti esistenziali.

Il lavoro di Damir Ocko (Zagabria, 1977) è un invito ad esplorare la complessità del linguaggio e il modo in cui il sistema neurofisiologico riesce a crearlo in maniera così poetica. I suoi lavori oscillano fra desiderio e privazione, realtà e finzione. Nel video DICTA II l’artista esplora il concetto di nonsense attraverso la lettura di una serie di parole “salvataggio” dette “safewords” collezionate in svariati Forum BDSM. BDSM è l’acronimo per Bondage, Dominazione (o Disciplina), Sadismo, Masochismo e indica una vasta gamma di pratiche relazionali e/o erotiche che permettono di condividere fantasie basate sul dolore, il disequilibrio di potere e/o l'umiliazione tra due o più partner adulti e consenzienti che traggono da queste soddisfazioni e piacere. Enunciate con un tono di voce incolore e privo di pathos questa parole formano una specie di dizionario distorto organizzato secondo un metodo criptico ma che imita l’architettura di un linguaggio privo di senso. Il video filma una sessione di lotta fra due uomini inframmezzata da scene di un non specificato gioco in cui vengono tirate su un piano orizzontale sfere di diversi colori e dimensioni. La lotta e il gioco, sottolineate dalla lettura delle “safewords”, esplorano l’idea di violenza consensuale nei rapporti umani con i suoi limiti ma è anche una metafora dell’attuale stato di democrazia in quanto simula un linguaggio che è formato solo dal concetto della parola STOP.

La giovane Silvia Giambrone (Agrigento, 1981) nei suoi lavori prende ispirazione dalla propria vita, non cerca risposte ma pone molte domande e le interessa la violenza. La violenza come rituale domestico. Qualcosa di così interno al tessuto della vita da non essere più riconosciuta come violenza. Silvia è interessata ai punti di frizione potenti, ma sotterranei, che tendono a sfuggire e quindi a diventare insospettabili. Nel video "Sotto Tiro" (2011) l’artista, inquadrata dalle spalle in su, davanti a un fondo neutro, è colpita da un puntatore laser che le scorre sul viso e sul decollete senza darle un momento di tregua. L’artista si pone su quel confine sdrucciolevole in cui una cosa diventa il suo opposto e viceversa. Chi infligge violenza? Chi la subisce? Esistono davvero ruoli precisi? Domande quindi più che risposte.

Un corpo atletico, anche se non più giovane, è il protagonista del video di Marzia Migliora (Alessandria, 1972) "Forever Overhead" (2010) in cui la macchina da presa si concentra sui movimenti perfetti di un tuffatore che in piedi sul trampolino si lancia incurvandosi verso lo specchio d’acqua sottostante disegnando una parabola curva, che nella sua ascesa/discesa, metaforicamente allude al ciclo completo di una vita che nascendo compie una parabola destinata inevitabilmente a concludersi.

Per Alessandro Piangiamore (Enna, 1976) qualsiasi spiegazione delle sue opere potrebbe limitarne le potenzialità evocative, il lavoro è fatto di immagini e, come dice l’artista “le immagini sono per loro natura difficili da comunicare”, sono come dei “presagi” che possono solo essere evocati. Nel video “Around an empty shell” (2014) la camera inquadra in primo piano le mani dell’artista che tengono una conchiglia dalla superficie madreperlacea che viene grattata senza soluzione di continuità con un coltellino a serramanico. Quest’azione, probabilmente priva di senso ma impegnativa fisicamente, rientra nell’ inafferrabile cammino mentale che caratterizza la pratica artistica di Piangiamore. Le sue performance sono sfide al possibile, sono una ricerca di archetipi ancestrali e durante il processo creativo avvengono inaspettate metamorfosi, perdite, sovraccarichi della forma o complete sparizioni come inevitabilmente in quest’azione ripetitiva e ipnotica.

L’arte di Marinella Senatore (Cava dei Tirreni, Salerno,1977) è totalmente relazionale infatti, da sempre, questa artista globe-trotter lavora a contatto con intere comunità che diventano le protagoniste del processo creativo. Nei progetti di Senatore chiunque può partecipare, utilizzando le piattaforme create dall’artista in molteplici modi, riformulando il ruolo dell’autore e quello del pubblico. Nel 2013 l’artista fonda "The School of narrative dance", focalizzandosi sull’idea che lo “storytelling” sia un’esperienza da poter indagare coreograficamente, attraverso un insegnamento privo di gerarchie, con l’intento di creare vere e proprie comunità usando un metodo didattico totalmente libero e non non schematizzato. La Scuola che è nomade e gratuita si trasforma a seconda degli spazi che temporaneamente occupa, proponendo un sistema educativo alternativo, basato sull’emancipazione, sull’inclusione e sull’autoformazione. La scuola offre una vasta gamma di discipline come letteratura, storia, storia dell’arte, falegnameria, artigianato, matematica, teatro, coreografia incoraggiando così ogni partecipante ad acquisire nuove competenze o a condividere le proprie con gli altri in modo da costruire non solo dei gruppi di lavoro ma anche un’idea di comunità allargata. La scuola ha già riunito migliaia di persone provenienti da diversi paesi de mondo, tra cui attivisti, politici, artigiani, analfabeti, studenti, società operaie, pensionati, insegnanti, casalinghe e disabili. Il video “The school of narrative dance Ecuador” (2014) è stato girato a Cuenca in Ecuador dove l’intera città è stata coinvolta nella realizzazione di questa incredibile performance corale.

Per informazioni:
http://www.museonovecento.it/

26/04/2018