LETTERATURA: LA COLLANA DEL FIORENTINO SANTONI TORNA AL PREMIO STREGA

di Federico di Vita
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In due anni è la seconda volta, con appena sette titoli. L’autore toscano si dimostra vero talent scout

È di questi giorni la notizia che per il secondo anno consecutivo un libro della collana di narrativa dell’editrice Tunué, diretta dallo scrittore fiorentino Vanni Santoni, è tra i finalisti del Premio Strega (stavolta l’onore tocca a Dalle rovine di Luciano Funetta, mentre dodici mesi fa era il turno di Stalin+Bianca di Iacopo Barison). Per una collana di soli autori esordienti, che conta al suo attivo appena sette titoli e per di più pubblicata da un piccolo editore, è certamente un risultato fuori dal comune. Ne parliamo col prolifico Santoni, che nel tempo dedicato alle attività di giornalismo e di scrittura, è riuscito a ritagliare uno spazio per affermarsi anche come talent scout.

Negli ultimi due anni con la collana di narrativa di Tunué avete portato due libri al Premio Strega: come ci siete riusciti?

“Risposta semplice: cercando di fare libri belli, all’interno di un progetto fortemente coerente e riconoscibile, e trovando da subito il supporto di pubblico e critica. Più nel dettaglio: abbiamo portato al Premio Strega due libri molto diversi tra loroStalin+Bianca di Iacopo Barison, dai toni lievi e meló, e Dalle rovine di Luciano Funetta, attualmente candidato, che è invece un testo cupo e selvaggio – i quali però hanno anche tratti importanti in comune: sono due esordi, e sono due romanzi fortemente narrativi, tutti vicenda e ambientazione, per niente provinciali od ombelicali, che sono poi i difetti che più di frequente si riscontrano negli esordienti.
Entrambi poi sono arrivati alla candidatura dopo un percorso che non è esagerato definire glorioso, fatto di ristampe a poche settimane dall’uscita, presentazioni piene di gente e decine di recensioni entusiastiche su tutti i principali giornali e blog letterari: Stalin+Bianca prima della candidatura ne aveva messe in cascina cento, Dalle Rovine, che è uscito solo da qualche mese, ha già superato le settanta. Sono numeri straordinari per una piccola casa editrice, che non possono non destare attenzione.
Nonostante tutto questo, è importante ricordare che se abbiamo fatto un simile passo la prima volta, e di conseguenza anche la seconda, lo si deve alla presenza di spirito e all’ambizione di Iacopo Barison. Fu lui ad avere l’idea di candidare il suo libro, io stesso pensavo che, essendo noi appena approdati alla narrativa – Stalin+Bianca era il nostro secondo titolo –, fosse prematuro. Del resto lo Strega ha reputazione di esser premio di editori... Iacopo però ci fece riflettere: avevamo un romanzo fresco, scritto da un ventisettenne, che stava facendo incetta di consensi e recensioni (e stava pure vendendo più di tanti titoli di major), perché non provarci? Ci provammo, e ci riuscimmo. A quel punto è stato chiaro che era possibile, quindi provare a candidare Dalle rovine, che è esploso da subito con una forza addirittura superiore a quella di Stalin+Bianca, ci è venuto naturale”.

I lettori forse non conoscono il meccanismo del Premio Strega, fatto apposta – si potrebbe dire – per favorire amicizie (si chiamano proprio "amici" i 400 votanti) all'interno dell'intricato mondo letterario, ci vuoi raccontare come si fa a convincere due ‘amici della domenica’ a puntare su un libro di un piccolo editre?

“Sul Premio Strega ci sono mille voci e altrettanti pregiudizi, ma la nostra esperienza in questo senso è stata completamente diversa. Il libro di Iacopo Barison fu candidato con immediato entusiasmo e generosità da Roberto Ippolito e Fulvio Abbate, che pure non erano amici miei né di Iacopo, né avevano rapporti di alcun tipo con Tunué.
Ugualmente stavolta Lorenzo Pavolini e Luca Ricci hanno candidato Dalle rovine sulla base della qualità del libro e nient’altro. Del resto ti basterebbe conoscere Luciano Funetta, vedere quanto è schivo, per capire che se Dalle rovine si sta facendo così tanta strada, davvero, è solo merito del testo. Inoltre, fino a un certo momento, quando avevamo una sola candidatura ed eravamo alla ricerca della seconda, è stato lo stesso Stefano Petrocchi, segretario del comitato direttivo del premio, ad aiutarci a trovare nomi che avrebbero potuto apprezzare un testo come quello e dunque candidarlo – e lo ha fatto proprio sulla base della volontà di avere tra i candidati un romanzo d’esordio di riconosciuta qualità. Alla fine ci siamo trovati addirittura con un surplus di ‘proponent’”!

Sei uno scrittore prolifico – anche dal punto di vista della produzione giornalistica (tra gli ultimi basta citare i due lunghi articoli usciti per Internazionale e The Towner, oltre alla tua rubrica domenicale sul Corriere) – cosa ti ha spinto a buttarti nell’avventura della direzione di una collana di narrativa?

“Credo che la volontà di dirigere una collana di narrativa nasca anzitutto dalla mia ossessione per il networking, per la creazione di contesti collettivi di produzione letteraria. Mi sono formato in una rivista autoprodotta e cerco di continuare a portare avanti quello spirito di condivisione e crescita collettiva. Come ebbe a dire Bolaño, i capolavori sono come sequoie o orchidee, ma non si è mai vista una sequoia o un’orchidea fuori da una foresta. Il nostro compito allora, oltre ovviamente a tentare di fare la sequoia o l’orchidea (certamente fallendo, o morendo nel tentativo) è contribuire a costruire la foresta. Sia tener viva una scena locale che ideare una collana indipendente che dà voce a molti esordienti sono azioni che cercano di andare in questo senso, così come lo è partecipare alle attività di riviste, organizzare simposi o fondare un progetto come SIC – Scrittura Industriale Collettiva.
Ovviamente poi tutto questo non sarebbe accaduto senza la volontà di Tunué e il suo essere coincidente alla mia: quando ho incontrato il direttore editoriale Massimiliano Clemente, che intendeva incaricarmi di dirigere questa collana, mi è stato chiaro fin da subito che non gli interessava inseguire suggestioni commerciali o ‘‘lettori da un libro l’anno’’, ma voleva, esattamente come me, provare a sfidare mercato e contesto con una collana che puntasse esclusivamente sulla qualità letteraria. Il successo dei Romanzi Tunué dimostra anche che i lettori preferiscono essere provocati che blanditi, e che il lettore da trenta libri l’anno è un interlocutore molto più interessante, e molto più meritevole di attenzioni, di quello da un libro l’anno”.

Il lettore da trenta (o settanta) libri l’anno è un interlocutore certamente più interessante, ma gli editori negli ultimi vent’anni hanno dimostrato di puntare più ad allargare la base del pubblico, tra l’altro scommettendo in qualche misura su una certa dose di presunta ingenuità (seguendo, si direbbe, il motto “nessuno è mai fallito scommettendo sul cattivo gusto”), solo che il mercato non sembra aver assecondato questa deriva. Quale pensi che sarà il futuro dell'editoria italiana, cambierà il taglio di alcune scelte?

“Come dici tu stesso, è una strategia che non ha pagato. Quando si pesca con la dinamite, si possono fare alcuni raccolti straordinari, ma poi si scopre di aver distrutto l’ecosistema. Tanto più che l’unico modo per ‘‘allargare la base dei lettori’’ è investire sulla scuola, a tutti i livelli, un compito che spetta anzitutto allo Stato. In anni di pesca col candelotto si è creato un clima di sfiducia da parte dei lettori, stanchi di hype e libri poco curati, lanciati sul mercato ‘‘tanto per vedere se funzionano’’.
Il concetto stesso di collana, in alcuni casi addirittura di marchio editoriale, dopo troppi casi di libri di scarso valore usciti a fianco di capolavori, ha perso valore, e proprio per questo abbiamo deciso di andare nella direzione opposta. Quello che volevo, e che sta succedendo, è che un lettore potesse andare in libreria e comprare il prossimo titolo Tunué anche senza saperne niente, certo di trovare un certo standard di qualità e una certa idea di letteratura.
La situazione attuale del campo editoriale italiano mi sembra piuttosto interessante. Certo, da un lato c’è stata una contrazione del mercato, e dall’altro una ulteriore concentrazione di potere – là dove c’era un gruppo molto forte, quello Mondadori, che include anche Einaudi, Einaudi Stile Libero, Piemme, Sperling & Kupfer, ora ce n’è uno ancora più forte visto che Mondadori ha comprato pure RCS libri – ma è anche vero che l’operazione ‘Mondazzoli’ ha portato anche a una serie di eventi imprevisti, come l’uscita di Adelphi, la creazione della Nave di Teseo con parti importanti di quella che era Bompiani, la sentenza dell’Antitrust che impone al macrogruppo la vendita di Marsilio e della stessa Bompiani. Questo scompaginamento ha avuto poi ulteriori effetti interni – penso ad esempio al passaggio di Franchini da Mondadori a Giunti – e avrà effetti anche sulle proposte editoriali. A tutto ciò si aggiunge la nascita di nuovi editori indipendenti con proposte molto interessanti, come NN editore, e a volte anche nuove modalità di produzione e distribuzione, come le case editrici ‘‘a tiratura limitata’’ Atlantide e Papero Editore. Il futuro mi sembra dunque assai stimolante per chi ama i libri. Se vogliamo parlare di problemi, li vedo più altrove, anzitutto nella ben nota sovrapposizione tra gruppi editoriali, distributori e grandi catene di vendita, che danneggia le case editrici indipendenti”.

Per concludere torniamo alla tua collana. In questi giorni è in uscita A pietre rovesciate di Mauro Tetti, poi in un commento su Facebook ti è scappato il nome di quella che sembra essere una delle prossime autrici, Yasmin Incretolli... La tua avventura di scout è destinata dunque a proseguire? Che direzioni prenderà prossimamente la collana che curi per Tunué? E infine, in relazione alla tua attività di scrittore, come si combina e cosa ti lascia questa esperienza di direzione editoriale?

“Certo, si va avanti e di gran carriera, la collana va benissimo e ha in serbo sorprese importanti. A pietre rovesciate di Mauro Tetti è uno splendido romanzo, già vincitore del premio Gramsci per inediti, che unisce a quella tradizione mitico-fiabesca sarda che fa capo a Sergio Atzeni un’ironia (e a volte quasi una satira) molto contemporanea. Al Salone del Libro di Torino invece – non ti si può nascondere niente – presenteremo Mescolo tutto, esordio di Yasmin Incretolli, una scrittrice giovanissima (è del ’94) ma dotata di una prosa sbalorditiva, che è già stata capace di attirare l’attenzione dei giurati del Premio Calvino, dove è arrivata in finale e ha meritato una menzione speciale.
Per uno scrittore lavorare con i testi degli altri, specie se si tratta di giovani di talento, è sempre un’occasione di crescita. Io aiuto loro a trovare la loro voce, ma attraverso i loro occhi e la loro sensibilità scopro anche nuove direzioni in cui può andare la letteratura, è una cosa molto bella e molto fertile. L’unica cosa che mi spiace è non avere la possibilità materiale di rispondere a tutta la gente che ci scrive proponendo manoscritti: purtroppo lavorare ai romanzi scelti prende già tutto il tempo e possiamo rispondere solo a chi viene selezionato. Spero sempre che chi invia un testo e non riceve risposta capisca che è un mero problema strutturale (servirebbero altri dieci dipendenti – sebbene sia vero che le responsabilità dell’editore sono verso i lettori, non verso gli aspiranti autori: chi aspira a una scheda editoriale dovrebbe piuttosto rivolgersi a un’agenzia o partecipare al Premio Calvino), ma tutto viene letto sempre e con la massima attenzione”.

06/04/2016