STAMPANTI 3D E CO-WORKING: IL FUTURO IN SCENA AL FABLAB DI FIRENZE

di Federico di Vita
Stampanti 3D e co-working: il futuro in scena al FabLab di Firenze

Mattia Sullini, uno dei 23 fondatori di quello che è il secondo laboratorio digitale aperto in Italia, ci introduce a un mondo tanto visionario quanto precario

Nel 2012 a Firenze ventitré soci hanno fondato il secondo FabLab italiano. Il laboratorio fiorentino si trova all’interno di Impact Hub, uno spazio di co-working in cui sono presenti professionisti e piccole imprese tra loro indipendenti. Le loro attività, pur non portando avanti progetti comuni, collaborano le une con le altre grazie al vantaggio offerto dalla conoscenza personale resa possibile dalla condivisione degli spazi lavorativi. Siamo andati a trovare Mattia Sullini, uno dei fondatori del FabLab di Firenze, per scoprire come funziona una realtà laboratoriale di questo tipo.

FabLab Firenze non nasce per l’iniziativa di un singolo soggetto o per quella di un’istituzione, un’università o un’impresa – come, per citare un caso, il FabLab di Palermo, che è dentro Leroy Merlin –, noi nasciamo da un gruppo di 23 soci, ciascuno dei quali aveva un interesse nell’ambito dei FabLab o della fabbricazione digitale – c’è chi faceva i tessuti intelligenti, chi le stampanti 3D, chi un e-commerce di oggetti realizzati da makers, io che avevo interesse all’aspetto collaborativo e di comunità… insomma ognuno aveva una passione e abbiamo deciso di comporle in un’iniziativa comune, sapevamo che c’era questo format dei FabLab e abbiamo deciso di contribuire al suo sviluppo”.

Quali sono le caratteristiche del FabLab Firenze?

“FabLab Firenze applica uno schema di condivisione delle scrivanie di un co-working agli strumenti di fabbricazione digitale, tutti quelli cioè collegati a un computer. Questa combinazione di strumenti fisici localizzati e in uso comune, quindi legato al territorio ma con la possibilità di trasferire oggetti e iniziative, è una caratteristica specifica di questi spazi. Infatti Gershenfeld (il professore dell’MIT che ha ideato nel 1998 questo tipo di spazi laboratoriali, n.d.r.), quando si inventò questa cosa dei FabLab, si pose la domanda di come riuscire a eseguire il maggior numero di lavorazioni col minimo numero di macchine. E non a caso quelle usate in questi spazi sono macchine molto generiche, non troncatrici, mortasatrici o altro... ma stampanti 3D che stampano oggetti tridimensionali in maniera additiva; trapani controllati dal computer che creano oggetti o incisioni in sottrazione, quindi ablando materiale; laser cutter; plotter per il taglio del vinile, tutte macchine che lavorano su piani, che tagliano o incidono materiale planare o disposto su rulli; strumenti generici che poi vengono accompagnati da una serie di dispositivi ancillari, che servono a integrare la lavorazione: il banco di elettronica, una sezione di lavorazione-metalli e una falegnameria”.

La vita di un FabLab dipende anche dai metodi di condivisione di strumenti e conoscenze, voi che approccio avete?

“Negli ultimi anni c’è una tendenza sempre maggiore alla standardizzazione dei processi, soprattutto all’interno della Fab Foundation. A Firenze invece siamo un po’ eretici da questo punto di vista: riteniamo che il valore aggiunto sia quello che ci ha spinto alla creazione del FabLab, spingendoci verso lo sviluppo di alternative. Una delle pratiche più comuni di sviluppo dei progetti è quello della condivisione dei materiali base e dei cosiddetti “fork”, delle diramazioni in cui ci si trova in fase di progettazione e realizzazione, a partire dai quali possono venire sviluppate diverse possibilità, generando progetti diversi. A nostro avviso rinunciare a questa ricchezza, quindi sfrondare i rami “anomali”, è un’operazione comprensibile dal punto di vista dell’affidabilità, della certificabilità e della prevedibilità dei risultati e delle pratiche, però è anche una perdita di valore potenziale per tutto quello che potrebbe nascere”.

Il FabLab di Firenze all'interno di Impact Hub
Il FabLab di Firenze all'interno di Impact Hub

È per questo che avete deciso di non far parte della Fab Academy?

“La Fab Academy è intensiva, i corsi sono interessanti, fatti da gente estremamente accreditata, ti offre una visione a 360° sulle tecniche di fabbricazione digitale… però nessuno mi convincerà mai del fatto che con sei mesi, anche lavorando 20 o 30 ore a settimana, si possa imparare a gestire con disinvoltura cose come: programmazione software, gestione di hardware come Arduino, stampa 3D, laser, le CNC, la costruzione di macchine, quella di software di controllo macchine, l’interattività, l’interaction design, le app, l’elettronica di base e quella avanzata, la meccanica e via dicendo… Queste sono tutte competenze che vengono sviluppate in anni di corsi dedicati e di pratica. Ci sarebbe piuttosto bisogno di un sistema che metta in rete le persone che queste cose le sanno fare… Anche perché vanno immaginate altre abilità che nella Fab Academy non vengono integrate, il format, per quanto fatto con intelligenza, non risolve competenze soft come possono essere le conoscenze di pedagogia, di community building, di risoluzione dei conflitti o altro… elementi importanti quanto le competenze tecniche per la riuscita dei progetti. L’idea iniziale dei FabLab è stata concepita in ambito ingegneristico e manca di tutta quella parte un po’ più immateriale, sociologica, che però è importantissima per un’innovazione che ambisca alla portata che dichiara di avere. Non lo dico con ostilità, semplicemente la nostra, rispetto a quella della Fab Academy, è una visione un po’ diversa delle cose, forse più integrata”.

Riuscite a vivere di quello che fate qui, lo consideri un lavoro?

“Il nostro ancora non può essere un lavoro o meglio, se uno vuole prenderlo come un lavoro può farlo, ma ha dei margini bassissimi a fronte di investimenti materiali non trascurabili. Quindi va immaginata una configurazione che permetta di non dover investire, come può essere la creazione del laboratorio all’interno di un’università, in quel contesto è normale che il gestore del FabLab sia una risorsa umana retribuita. Faccio più fatica invece a immaginare possibilità in ottica imprenditoriale, ciò che potrebbe massimizzare il ritorno economico sarebbe operare come service, il che però richiede competenze specifiche, una dedizione assoluta, l’ottimizzazione dei tempi e quindi l’abbandono di tutte le attività collaterali come la divulgazione, se non in ottica di marketing – ma si perderebbe la natura del FabLab e sarebbe un po’ triste”.

Come giudichi l’esperienza dei FabLab e che prospettive immagini per i prossimi anni?

“La vedo come una grande opportunità che se non instradata con intelligenza, maturità e un po’ di pragmatismo rischia di essere l’ennesima occasione persa, per esempio la nostra associazione – magari per nostra incapacità ma parlando con gli altri operatori vedo che si tratta di una condizione diffusa – si basa sul lavoro volontario e l'estrema disponibilità di tante persone, però non è compatibile con tutti gli stili di vita e non tutti se lo possono permettere. Materialmente è un lusso il concedersi la possibilità di verificare se in futuro ci sarà occasione di far diventare questo un lavoro. Ci sono tanti FabLab ma il loro equilibrio dipende tantissimo dalle condizioni locali e un modello prevedibilmente remunerativo e soprattutto replicabile non è ancora stato trovato”.

E voi del FabLab Firenze, che scelte farete?

“Ci sono due possibilità: o si trova un modo di guadagnarci – e noi ci proveremo, verso febbraio apriremo una cooperativa attorno all’associazione, che proverà a lavorare soprattutto come service e sulla progettazione europea – oppure si può rendersi conto che è un’attività no-profit, che genera un’utilità sociale pubblica, oggettiva, anche se non immediatamente monetizzabile, e che quindi debba essere sostenuta da soggetti che apprezzano questo tipo di utilità, attraverso agevolazioni di qualche genere, o quantomeno offrendo la disponibilità di spazi pubblici o allestendo alcuni bandi… e non lo dico per vivere di bandi ma semplicemente perché se impresa sociale deve essere un minimo di sostegno istituzionale ci vorrebbe”.

27/10/2015