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Il sentiment, questo “sconosciuto” Future Brand, scivolone Italia

18 esimo posto per lo Stivale, primo è il Giappone. Secondo Silvia Barbieri di Future Brand, l’Italia deve ripartire da “cibo, cultura e bellezza” e da alleanze operative

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La crisi regna sovrana in Italia da ormai troppi anni. E proprio nei momenti più difficili del Paese ci si ricorda di essere italiani. Si diceva che un tempo il tricolore univa lo Stivale, da nord a sud (isole comprese), solo in occasione dei mondiali di calcio. Adesso il verde, bianco e rosso lo ritroviamo nel pourparler delle tribune politiche, degli imprenditori e nelle tavole degli italiani, dopo una giornata di duro lavoro (per chi ce l’ha).  I discorsi, sono fritti e rifritti. La potenzialità del Made in Italy, la conosciamo tutti. Le bellezze artistiche, culturali e territoriali del nostro Paese idem, tanto che – nel mondo – ci copiano non solo il David, le architetture palladiane, Venezia (ne abbiamo una copia a Las Vegas), la Torre di Pisa (in Cina e in India) o la Fontana di Trevi (in Guatemala) ma addirittura i nostri migliori prodotti dell’enogastronomia dal parmigiano, all’olio (miseramente contraffatti).  Insomma, tutto quello che è italiano piace. Eccome se piace. Eppure ancora non siamo bravi a tutelare il nostro brand  a sfruttare il nostro appeal, anzi questo è in continuo calo, secondo il Future Brand che fotografa – con il Country Brand Index,  la percezione dei marchi/paese. Inutile dire che – nonostante la reputazione dell’Italia sia buona nei settori cultura, food e travel –  il brand Italia sia scivolato su una buccia di banana, allontanandosi dalla top 10 e crollando al 18esimo posto mondiale. Primo è il Giappone,  considerato dai consumatori leader nel settore innovazione e tecnologia. Un paese che secondo l’opinione pubblica genera prodotti di alta qualità. Poi ci sono tre paesi europei: Svizzera, Germania e Svezia.

E l’Italia che fa? Si crogiola nella sua bellezza (che crolla pezzo dopo pezzo come Pompei), si vanta della sua cultura (in molti credono che ancora non generi valore), si esalta con le sue tipicità enogastronomiche (che non sono abbastanza tutelate).

Tre asset, “cibo, cultura e bellezza” che Silvia Barbieri, Head of strategy di FutureBrand, definisce strategici per la nostra “Impresa Paese”. «Da questi e soltanto questi si può ripartire  – spiega – costruendo alleanze nuove indispensabili per competere in un mondo ad altissimo tasso di globalità. La nostra storia ci ha educato alla diversità culturale e all’individualismo operativo. Fino a qualche tempo fa questo approccio bastava a reggere il brand Italia – continua Barbieri  – ora si devono creare alleanze operative, nel rispetto delle diversità culturali. Una volta rilanciato il core e quindi protetta la competitività strategica dell’Italia, si aprirà anche l’opportunità di diversificare e portare la nostra cifra di eccellenza in settori importanti ma non core. Attenzione a invertire le priorità – avverte Silvia Barbieri – attenzione a continuare a ‘ballare’ da soli. Tutto il mondo cerca la nostra induplicabilità, impariamo a porgerla con forza».

Porgerla con forza. Eppure sembra che – ad oggi – pochi si siano interessati al sentiment, a come viene percepito il Paese Italia, sicuramente amato per arte, cultura, bellezza ma considerato, agli occhi del mondo, poco tecnologico, innovativo, scarsamente attento all’ambiente, alla sicurezza e poco funzionale nell’ambito dei trasporti. Ahimè, i trasporti, risultano una brutta piaga non solo i pendolari che ogni giorno si spostano per lavoro o studio ma anche per i viaggiatori. Ritardi, mezzi spesso fatiscenti e disorganizzazione.

A questo proposito, appena un mese fa, mi è  capitato di dover prendere un treno della tratta Firenze-Viareggio, nei giorni in cui si teneva Lucca Comics. Siamo stati fermi per un tempo imprecisato e costretti a cambiare convoglio per sovraffollamento, passando da un treno sovraccarico di persone ad un altro nella stessa identica situazione. Basterebbe organizzarsi, prevedere più corse in vista di un evento che richiama appassionati e turisti, borbottavamo nelle carrozze.

Basterebbe, già. In Italia il condizionale è d’obbligo.

 

 

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