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Ad Auschwitz gli studenti toscani rendono omaggio al muro della morte

Sarà trasferito a Firenze il memoriale italiano del Block 21, da anni ormai chiuso al pubblico del lager

AUSCHWITZ (Polonia) – Prosegue con la visita al campo di sterminio di Auschwitz 1 il viaggio degli oltre 500 ragazzi partiti lunedì mattina da Firenze sul Treno della Memoria. Appena giunti partono le perquisizioni coi metal detector, oggi è il primo giorno che vengono eseguite – il timore che contagia l’Europa è arrivato anche qui. La lentezza della nuova operazione contribuisce alla nostra dispersione, siamo costretti ad affrettarci per raggiungere la guida abbinata al nostro pullman e, prima che ce ne possiamo rendere conto, è correndo che passiamo sotto alla scritta Arbeit Macht Frei.

Auschwitz non è Birkenau, tutti gli spazi del campo sono conservati perfettamente. Per prima cosa veniamo introdotti nelle camere a gas, vediamo i fori quadrati dove i medici delle SS lasciavano cadere le pillole di cianuro. Molti immaginavano il gas propagarsi dai sifoni delle docce, scene da film. Il veleno asfissiante veniva lasciato cadere in queste stanze sotto forma di pillole che avrebbero iniziato a sublimarsi in gas a partire dai 25°. E con centinaia di persone stipate in poco spazio questa temperatura era assicurata.

Ci dirigiamo al muro della morte. Si celebra il consueto rito di suffragio compiuto ogni volta da tutti i partecipanti al Treno della memoria. Oggi durante la celebrazione è stata data ufficialmente la notizia che il memoriale italiano del Block 21 sarà trasferito a Firenze, per la precisione in piazza Gino Bartali a Gavinana.

Il memoriale del Block 21 era inaccessibile da anni. La direzione del museo del campo non lo ritiene da tempo in linea con le vigenti direttive didattiche. Oggi ci viene eccezionalmente aperto. L’opera, realizzata nel 1971 dai reduci di Mauthausen Baffi e Belgioioso, in collaborazione col pittore Pupino Samonà, del musicista Luigi Nono e di Primo Levi. L’opera è costituita da una fascia dipinta che si dipana lungo tre stanze avvolgendo il visitatore in una angosciante spirale, dominata dai colori rosso, nero e giallo, dai simboli del nazifascismo e da tremendi strilli di giornale.

Usciamo, la visita prosegue nel Block 11, quello di Israele. Apprendiamo che nei campi di Belzec, Majdanec, Sobibor morirono molti più ebrei che ad Auschwitz. Veniamo a sapere che essendo più a ovest i tedeschi non fecero in tempo a tentare di smantellare le prove dell’olocausto, così come successo qui e a Birkenau – non si erano resi conto della vicinanza dei russi. Qualcuno domanda perché allora siano più famosi questi campi, rispetto a quelli. La risposta è che lì non è sopravvissuto nessuno: quei lager erano destinati esclusivamente allo sterminio.

Proseguiamo la visita, vediamo le celle di 90 centimetri per 90 dove hanno dormito in piedi quattro prigionieri per notte, puniti per aver colto una mela. Vediamo le forche per le esecuzioni pubbliche, le finestre sbarrate nel cortile della morte – dove le fucilazioni erano “segrete” (ammessa la sordità di tutti i confinati); le sale dove i medici nazisti sperimentavano metodi di castrazione femminile.
Vediamo montagne di occhiali, di borse, di utensili da cucina (agli ebrei veniva detto che si sarebbero trasferiti all’estero, per cui si portavano tutto l’occorrente per viverci, all’estero, oltre ai loro averi – razziati immediatamente all’ingresso dei lager), vediamo montagne di giochi per bambini e di protesi ortopediche. Ma quella che mi scioglie le ginocchia è una grandissima stanza piena di ciocche di capelli, tagliati dai sonderkommando alle donne appena gassate. Le ditte del Reich ne avrebbero ricavato a buon mercato tessuti elastici e resistenti.

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