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I Blonde Redhead al Viper Theatre Intervista al batterista Simone Pace

Sabato 14 marzo arriva in concerto a Firenze il trio italo-giappo-canadese, paladini dell’indie rock statunitense

Lo scorso settembre è uscito Barragánil nono disco della band formata da Kazu Makino, Simone e Amedeo Pace. Il trio “scoperto” nel 1993 dal batterista dei Sonic Youth Steve Shelley ha preso il nome da una canzone dei DNA di Arto Lindsay.

Il loro sound ha attraversato molte fasi sempre all’insegna di una ricerca musicale curiosa e vorace. Dagli inizi post no-wave/noise di album come l’esordio omonimo, “La mia vita violenta” e “Fake Can Be Just as Good” fino agli ultimi più minimalisti come “23”, “Panny Sparkle” e Barragán appunto.
Dopo vent’ anni passati insieme sui palchi di mezzo mondo i Blond Redhead non si sono ancora stancati di portare in giro la loro musica. Sabato 14 suoneranno al Viper Theatre di Firenze e noi abbiamo scambiato due parole con Simone Pace, subito dopo il sound check per la data torinese, chiedendogli di fare un bilancio di tanti anni di vita da rocker.

So che Barragán viene da una suggestione per l’architetto messicano Luis Barragan appunto. Come mai avete scelto questo suono come titolo del vostro ultimo disco, che immagine vi ha evocato?
Siamo andati a visitare la sua casa a Mexico City e l’abbiamo collegata con la nostra musica. E’ strano pensarci adesso, direi che i colori forti, accesi che usa lui ci hanno ricordato un clima caldo, caloroso ecco!
Ho letto che anche se vivete a New York da tanti anni vi sentite sempre un gruppo straniero, come vi sentite invece quando suonate in Italia?
Ci sentiamo stranieri anche in Italia perché siamo nati qui ma sono tanti anni che non ci viviamo più. Siamo un po’ tagliati fuori da tutto, anche se abbiamo dei legami molto forti con l’Italia. Qui abita mia mamma, mia sorella, insomma tutta la mia famiglia praticamente. Siamo legati anche al Canada dove abbiamo vissuto e all’America ovviamente. Ma la verità è che ci sentiamo sempre stranieri dappertutto, non ci sentiamo a casa da nessuna parte.

Siete insieme dal 1993, avete passato tante fasi di cambiamento. Come e dove vi immaginate nel futuro? Tra dieci o venti anni farete ancora musica?

Spero di sì, spero che riusciremo sempre a fare qualcosa. Ci piace molto anche scrivere per film, fare colonne sonore. Magari sarebbe bello sviluppare cose di questo tipo e cercare di fare anche quest’esperienza che è molto interessante. Abbiamo sempre voglia di fare nuovi dischi per cui vediamo cosa riusciamo a fare e per quanto tempo ancora. Nove dischi che sono già tantissimi per un gruppo, però non ci vogliamo mettere dei limiti. 
 
Ho la mania di chiedere sempre a tutti i musicisti quali sono i dischi che stanno ascoltando. Vi capita di ascoltare anche musica italiana?
Artisti nuovi non tanti, anzi mi piacerebbe spendere un po’ di tempo alla ricerca di cose nuove. Abbiamo appena fatto un’intervista molto lunga in cui ci hanno parlato dei Massimo Volume un gruppo che non conosco. Abbiamo sempre ascoltato molta musica italiana degli anni ’70. Musica moderna molto poca per ora. 

L’estate scorsa avete suonato al Festival Zanne a Catania. Cosa ne pensate dei festival italiani, secondo te perchè qua da noi è impossibile avere un festival grande come uno qualsiasi dei festival europei?
E’ vero in Francia ci sono grandi festival. Non so perché non lo fanno. Certo forse raggiungere la Sicilia è un po’ complicato, non è così semplice. Noi ce ne siamo sempre fregati, adesso andiamo anche a Cosenza a suonare e a Bari. Tutti ci chiedono “ma perché andate lì ?”. E’ importante secondo me poter fare cose che non fa nessuno o che fanno in pochi. Non so perché l’Italia non spinga di più sui festival, forse perché non ci sono i luoghi dove si possono fare o forse perché non ci sono abbastanza fondi. Secondo me se ci fosse un festival grande, importante verrebbero tutti a suonare.
 
Qualche giorno fa il 7 marzo avete suonato a Tel Aviv in Israele, com’è stato suonare in un posto così delicato per gli equilibri politici, che si trova al centro di forti tensioni?
Noi non siamo un gruppo politico e quindi cerchiamo di starne fuori. Noi andiamo lì per suonare per il pubblico che ci vuole sentire. Ogni tanto cercano di coinvolgerci per cancellare i concerti. Ci arrivano messaggi su Facebook abbastanza severi, ragazzi che ci scrivono “perché venite qua dove in questo momento non dovreste venire perché la situazione è grave”. Però noi spieghiamo che non lo facciamo per nessun altra ragione se non quella di suonare la nostra musica. Alla fine anche nei momenti complicati e delicati poter offrire qualcosa di positivo è sempre una cosa buona anche se difficile. Noi cerchiamo sempre di starne fuori e fare musica per la gente che ne ha bisogno.
 
Suonerete a Firenze dove so che avete tanti amici, che scaletta farete in questo concerto, immagino che sarà Barragan il protagonista?
Adesso abbiamo una scaletta in cui facciamo anche pezzi vecchi. Perché abbiamo sentito che stanno bene con quelli di Barragan che sono abbastanza minimali. Faremo anche Violent Life dal nostro secondo disco, un pezzo che non facciamo da anni. Faremo sei o sette pezzi nuovi, poi il resto vecchi. Il bello di aver fatto tanti dischi è che puoi suonare tante cose diverse, avere più scelta. 

Il giorno prima a Firenze suona anche Lee Ranaldo, non è che per caso dobbiamo aspettarci qualche sorpresa?
Ma dove suona lui?
 
In Sala Vanni!
Non so se siamo già a Firenze venerdì. Se siamo lì mi piacerebbe un sacco venire a sentirlo!
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