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La guerra dell’olio: è tutto oro verde quello che luccica?

Il via libera europeo all’olio senza dazi dalla Tunisia ha scatenato una rivolta nei produttori e smuove questioni complesse: quanto è alto il rischio frodi? E perché importiamo l’extravergine quando abbiamo il migliore al mondo, quello toscano?

Ha scatenato una vera e propria sollevazione nelle campagne di tutta Italia il via libera del Parlamento europeo all’importazione senza dazi di 35mila tonnellate in più all’anno di olio tunisino, per il 2016 e il 2017. Una misura presa per aiutare il paese maghrebino dopo gli attentati terroristici dello scorso anno, che hanno messo in ginocchio l’industria del turismo. Le voci dei produttori si sono alzate anche in Toscana contro il provvedimento: la preoccupazione principale è che il surplus di olio in arrivo dalla Tunisia possa andare ad alimentare il mercato delle frodi ed essere venduto come europeo o italiano, a danno dei consumatori e degli olivicoltori onesti.

OLIO: UN SETTORE A RISCHIO FRODI – Il rischio esiste ma la nostra è una delle regioni italiane dove la vigilanza è più alta, a partire dall’ ICQRF del Ministero delle Politiche agricole – ovvero l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e delle repressioni frodi dei prodotti agroalimentari – che nel 2015  ha effettuato circa 1500 controlli, a cui vanno aggiunte le ispezioni eseguite da Guardia di Finanza, Nas, Corpo forestale dello stato, Polizia, Agenzia per le erogazioni in agricoltura e Agenzia delle Dogane.
“Il 90% dell’olio tunisino finisce in Italia e la maggior parte probabilmente in Toscana, che è diventata negli anni una piattaforma dove si importano oli extracomunitari e si trasformano in oli di media o bassa qualità, per questo siamo contrari a questo provvedimento – spiega il presidente di Coldiretti Toscana, Tulio Marcelli – l’olio negli ultimi tre anni ha subito un incremento del 287% dei sequestri, questo vuol dire che le contraffazioni sono aumentate in maniera esponenziale su questo settore. I controlli garantiscono che ci sia uno stato delle forze dell’ordine e un sistema che presiede questo tipo di problematiche, ma è anche vero che questo aumento delle truffe non ci fa stare tranquilli.”

PRODUZIONE, IMPORTAZIONI, EXPORT: I CONTI NON TORNANOAl di là del pericolo frodi però l’importazione di olio sembra al momento inevitabile: l’Italia già ne fa arrivare moltissimo da Spagna, Grecia e appunto Tunisia, perché la nostra produzione nazionale (461mila tonnellate secondo i dati dell’istituto Ismea) non è sufficiente neppure a coprire il consumo nazionale (662mila tonnellate), senza contare tutto quello che vendiamo all’estero (376mila tonnellate). La situazione in Toscana è ancora più complessa: il nostro extravergine è di altissima qualità ma ne produciamo meno di quello che si potrebbe pensare, appena 180mila quintali di olio all’anno, pari al 3% della produzione italiana. In compenso in Toscana si imbottigliano 2 milioni di quintali di olio annui, ovvero il 36-37% del totale nazionale, dieci volte quello che i nostri 17 milioni di olivi e le nostre 50mila aziende sarebbero in grado di sostenere. Con 325 frantoi e 721 imbottigliatori e una filiera da 100mila lavoratori, la Toscana detiene il record nazionale per la presenza di operatori oleari.

ATTENZIONE ALL’ETICHETTA – “In Toscana si imbottiglia la grande maggioranza dell’olio italiano e non italiano, perché il brand toscano è un valore e quindi anche il dire “imbottigliato in Toscana” ha un valore – sottolinea il presidente del Consorzio dell’Olio Toscano Igp, Fabrizio Filippi – se poi aggiungiamo le aziende che anche in etichetta richiamano la Toscana se non espressamente il nome di qualche città, Firenze in primis, c’è un messaggio che passa al consumo che è ingannevole, che fa credere che quel prodotto sia toscano quando non lo è. Poi nelle pieghe dell’etichetta nel retro c’è scritto piccolino che proviene da olive del bacino del Mediterraneo o dell’Unione Europea, però quello che conta è il messaggio chiaro davanti, il consumatore si ferma lì.”

ALTA QUALITÀ, BASSA QUANTITÀ – Mentre le multinazionali e i grandi gruppi industriali controllano il settore del confezionamento, la Toscana resta indiscutibilmente anche la terra dell’olio di altissima qualità che può vantare ben cinque denominazioni di origine controllata che coprono il 40% di tutto l’extravergine certificato a livello nazionale. Le quattro Dop – Chianti Classico, Terre di Siena, Lucca e Seggiano – e il Toscano Igp, la denominazione più importante italiana con 11mila ovicoltori associati, garantiscono una filiera toscana al cento per cento, dalle olive alla spremitura fino all’imbottigliamento.

Nonostante il loro extravergine d’eccellenza, per i piccoli produttori è difficile restare sul mercato, anche perché in Toscana i costi di produzione sono in media più alti che nel resto d’Italia. I nostri oliveti tradizionali con le piante molto distanti tra loro e non a filari stretti, disposti a terrazzamenti in zone di collina o montagna, non sono adatti ai sistemi di ovicoltura intensiva, meno costosi perché utilizzano macchinari moderni. Anche per questo in Toscana ci sono 4 milioni di olivi abbandonati, che secondo Coldiretti potrebbero valere 40 milioni di euro in più di extravergine. In un mondo che ha sempre più fame di olio toscano – con la cifra record di 688 milioni di euro di vendite all’estero nel 2015 – aumentare la produzione sembra essere l’unica strada anche per diminuire il rischio delle contraffazioni. Il primo Piano olivicolo nazionale, da poco approvato dal Ministero delle Politiche agricole, va proprio in questa direzione: aiutare le aziende italiane a modernizzarsi e produrre più extravergine.

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