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Sette piccoli errori

Al Museo Marino Marini fino al 19 giugno una mostra per spiazzare l’osservatore

Simon Wachsmuth

"Sette piccolo errori", questo il titolo della nuova mostra collettiva allestita nel sottosuolo del Museo Marino Marini di Firenze, ex chiesa di San Pancrazio. Il curatore è il giovanissimo Stefano Collicelli Cagol dal Royal College di Londra.
Il tema dichiarato è assai complesso: un’analisi della scultura vista alla luce della contemporaneità, una ricerca di come la prospettiva centrale rinascimentale sia stata anche uno strumento di controllo e mantenimento del potere nella nascita dello stato-nazione.
Più in generale la mostra vuole essere una riflessione sul processo in cui una forma prende vita e sul fatto che con le nuove tecnologie l’immagine spesso non coincide quasi mai con la realtà oggettiva . “E’ una mostra – ha sottolineato Cagol – che vuole insinuare sospetti nella mente del visitatore”.
E’ di Simon Wachsmuth la prima installazione (“Where We Were Then, Where Are We Now" cioè “Dove eravamo allora, dove siamo adesso”) che si incontra scendendo le scale. La sua è una riflessione sull’Iran e su come è stato conosciuto dall’esterno nel passato e nel presente. Due video ricordano da una parte le esplorazioni archeologiche e dall’altra, in uno dei video più potenti della mostra, lo Zourkhaneh, ovvero una sorta di danza-esercizio fisico che gli uomini persiani eseguono per tradizione. La sua installazione comprende anche pannelli e alcune aste che rappresentano sia le lance che le barre degli archeologi.
Proseguendo nella cripta si trova “The Alkahest” il resoconto di una performance che Alexandre Singh ha tenuto proprio nel Museo Marino Marini in gennaio. In cuffia il commento dell’autore unito ad alcune diapositive dell’evento. “Sono sculture fatte con le parole” commenta il curatore.
Tim Davies e Simon Fujiwara in “Feminine Endings” usano invece la musica di un violoncello per commentare le fotografie di immagini di donne nell’arte antica fino alla contemporaneità che scorrono davanti agli occhi dei visitatori. Il violoncello da sempre associato alla forma del corpo femminile fa da contraltare a donne che sono come delle icone mitizzate dai due artisti di sesso maschile.
Più avanti si incontra l’opera di Falke Pisano il quale riporta in cuffia le sue emozioni mentre sfoglia un libro di fotografie sullo scultore spagnolo Chillida. Nella pubblicazione le foto scattate da David Finn si uniscono ai commenti della figlia di questi. Dalle forme ai sentimenti.
Al centro della sala principale Kit Craig si chiede: Cosa farei se dovessi creare la scultura della testa di Giano? (What If I Were To Make A Sculpture Of Janu’s Head?) presentando una delle installazioni più incomprensibili della mostra. Questa volta si tratta di una vera e propria scultura che si ispira alla mitologica divinità bifronte. L’artista colloca undici disegni in circolo sostenuti da una struttura di legno e da undici lastre di jesmonite. Il tutto simboleggia i vuoti di comunicazione e la perdita progressiva di informazioni.
Dopo questa scultura due video di Isabelle Cornaro in "Premier Rêve d’Oskar Fischinger I and II". Uno in particolare risulta godibile, si vedono alcuni fermacarte che inquadrati sempre più da vicino vanno a creare realtà immaginarie e fantastiche come a mimare il gioco di un bambino.
Infine il “trittico” della coreana Sunah Choi che installa tre proiezioni di diapositive. Immagini di luce vanno a formare un micro oppure macromondo. Brillano nell’oscurità forme altamente simboliche e questa volta, possiamo dirlo, soprattutto bellissime.
Ci chiediamo davvero che ne sarà del visitatore pur volenteroso che armato solo di una brochure, senza altre indicazioni neanche accanto alle opere farà forse un po’ di fatica a comprendere le personalissime ricerche di questi giovani artisti.
“Non servono spiegazioni, è una mostra molto empatica” – dichiara Collicelli Cagol di fronte alle perplessità dei giornalisti – “Ho fatto leggere tutta la brochure a mia madre” confessa sorridente alla fine.

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