Storia dei Toscani e delle sigaraie, 200 anni di tradizione e qualità

di Federico di Vita

Alle porte di Lucca la Manifatture Sigaro Toscano tiene in vita un prodotto che negli ultimi dieci anni sta vivendo una sorta di seconda giovinezza, qui ne scopriamo storia e caratteristiche

È divenuto ormai leggenda l’acquazzone che nell’agosto del 1815 infradiciò nel convento di Sant’Orsola una grossa partita di tabacco Kentucky. Per la Manifattura tabacchi di Firenze l’incidente rischiava di trasformarsi in disastro e così l’allora dirigenza decise di metterci la proverbiale pezza avviando una produzione d’emergenza: con quel tabacco bagnato sarebbero stati prodotti sigari da spacciare a costo di saldo ai fumatori della città. Quel che nessuno poteva mettere in conto era che la fermentazione avviata dal contatto con l’acqua avrebbe donato a quella partita di sigari un gusto inconfondibile. Erano nati i toscani, il popolo ne pretese degli altri e nel giro di tre anni la messa in produzione del nuovo sigaro andò a regime.

Era nato il sigaro che nella descrizione di Gianni Brera era quello delle “spire azzurre e calde che invadono la bocca e aggrediscono le mucose come un fiato demoniaco”. Un sigaro dal carattere forte, destinato a diventare un vero punto di riferimento per i fumatori di tutta Italia e in grado al tempo stesso di unire idealmente tutta la Toscana, a partire dalle piantagioni, che hanno trovato il terreno ideale nella Valtiberina aretina, fino ad arrivare all’antica manifattura di Firenze, trasferita dal Granduca nel 1853 al convento di Porta Sant’Anna di Lucca, con l’intenzione di rivitalizzare l’economia della città delle mura.

La storia del sigaro Toscano si sovrappone a quella delle sigaraie, le artigiane a cui era affidata sin dall’Ottocento la quasi totalità della produzione, figure attorno a cui non tardarono ad addensarsi storie e leggende – spesso eccessive, come quella infondata e dall’aura vagamente erotica dei sigari arrotolati tra le cosce, latrice di un’immagine oltretutto fuorviante circa il duro lavoro delle donne, impiegate in uno stabilimento industriale e capaci - prime tra tutte le lavoratrici italiane - di far valere i propri diritti. Dopo l’Unità d’Italia il numero delle sigaraie impiegate nel settore crebbe in modo esponenziale, sino a farne, verso l’inizio del secolo scorso, la presenza femminile più rilevante nel mondo delle fabbriche italiane, con circa 12.000 unità, che alla vigila della prima guerra mondiale passarono a 16.000.

Il clima turbolento, i continui soprusi da parte dei colleghi, i severi controlli in entrata e in uscita, portarono le sigaraie a ribellarsi: chiedevano maggiori diritti. L’apice delle loro proteste venne raggiunto proprio nello stabilimento di Lucca, dove nel 1912 delle lavoratrici a cottimo denunciarono la bassa qualità dei materiali a disposizione, situazione che impediva loro di raggiunge la quota giornaliera di sigari da rollare. Grazie alle proteste le sigaraie riuscirono a far valere i propri diritti di lavoratrici, ottenendo anche per prime l’allestimento di asili nido nei luoghi di lavoro.

 

Ancor oggi il lavoro delle sigaraie è di importanza decisiva, il confezionamento dei sigari Toscano di fascia più alta è infatti affidato interamente alla loro abilità. Oggi come nell’800 l’abilità della sigaraia sta nello scegliere il giusto quantitativo di ripieno e nell’arrotolare il sigaro con maestria: se rimanesse dell’aria nella fascia o il ripieno fosse eccedente, il sigaro non tirerebbe. Per quanto riguarda la produzione a mano il tabacco viene portato nel locale dove lavorano le quaranta sigaraie della manifattura, lì ciascuna riempie la propria sacchina e prende la porzione giornaliera di fascia pretagliata. A questo punto sparge la colla sulla tavoletta di legno, vi colloca la fascia e la stende. Quindi seleziona la quantità di ripieno da utilizzare e lo inizia a “pettinare” (allungandolo per creare i canali d’aria atti alla combustione). Dunque mette il ripieno sulla tavoletta e comincia ad avvolgere la fascia, in modo da ottenere un sigaro con tre volute di foglia. Il sigaro viene infine sistemato sulla taglierina dove viene spuntato delle estremità e portato così a misura. In questo modo sono oggi prodotti il Toscano Originale, il Toscano Originale Selected, il Presidente, il Millenium e il Moro. Per quest’ultimo, il più pregiato della produzione lucchese, si usa una mezza foglia non pretagliata di Kentucky americano.

Come detto la produzione di sigari in Italia era altissima nel secolo scorso, ancora nel biennio 1938-39 venivano venduti 423 milioni di sigari Toscano, cifra che supera abbondantemente i livelli di produzione e consumo del giorno d’oggi. Nel corso della seconda metà del ‘900 le fortune del Toscano erano però destinate a cambiare, il prodotto ha conosciuto decenni di crisi – anche qualitativa. Sembrava, secondo alcuni, che per i sigari stesse per suonare l’ultima campana. Epocale fu la scenata di un noto estimatore, lo scrittore Carlo Levi, che per lamentarsi del loro declino si presentò all’allora ministro delle Finanze e gli sbriciolò un sigaro davanti al naso: «Se questo fosse fabbricato da un privato tu avresti già dovuto chiederne l’arresto per frode in commercio». Ma non era ancora giunta l’ora del Toscano, che nei decenni successivi – dopo passaggi di mano e alterne fortune – vide finalmente tornare a crescere la produzione e a innalzarsi gli standard qualitativi.

Le nuove attenzioni sono state premiate dai consumatori: negli ultimi dieci anni infatti la produzione di Manifatture sigaro toscano è quasi raddoppiata, passando dai 110 milioni di pezzi del 2006 ai circa 196 milioni del 2016, di questi 3 milioni sono realizzati a mano, mentre 29 milioni vengono venduti all’estero, in più di 50 paesi. Il fatturato annuale della Manifattura è di circa 98 milioni di euro, mentre il totale dei dipendenti che lavorano nei diversi stabilimenti industriali – alcuni dei quali all’estero – è di oltre 450 unità.

02/03/2017