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‘Stregoni’: Johnny Mox e Above the tree portano i migranti al Glue

Venerdì 29 settembre il locale fiorentino riapre con una serata sul tema dell’immigrazione

Stregoni

Dopo un lungo tour che oltre all’Italia ha toccato anche le principali capitale europee giunge anche a Firenze ‘Stregoni’ il progetto ideato da Johnny Mox e Above the tree. Stregoni è il tentativo di comprendere attraverso la musica quello che sta accadendo nel mondo dal punto di vista dei migranti e dei richiedenti asilo. Il progetto si è strutturato con laboratori nei centri profughi e successivamente una serie di concerti organizzati sia nei centri profughi che nei club, per raccontare quello che accade ogni giorno non in mare, non ai confini del deserto, ma nelle nostre città.  Per il concerto fiorentino al Glue Alternative Concept Space è stata coinvolta la cooperativa La Pietra d’Angolo ONLUS che gestisce attualmente un progetto per l’accoglienza di più di cento richiedenti asilo sparsi tra i comuni di Fucecchio, San Miniato, Castelfranco di Sotto, Santa Croce sull’Arno e Montopoli in Val d’Arno. La serata è organizzata nell’ambito della rassegna Real Estate e curata dall’Associazione Culturale Lungarno. Ecco la nostra intervista a Gianluca ‘Johnny Mox’ Taraborelli.

Ciao Gianluca com’è nata l’idea del progetto?
Abbiamo cominciato questo progetto all’inizio del 2016 e l’idea era semplicemente cercare di capire cosa stava succedendo nelle nostre città riguardo alla situazione dei migranti. Tutto il progetto è dedicato a questo tema quello dell’immigrazione, non ci occupiamo di quello che succede in mare o ai confini ma di quello che succede nelle città italiane ed europee dove i richiedenti arrivano e passano due anni in questa specie di bolla spazio-temporale burocratica. Noi siamo andati a interagire con queste persone e l’abbiamo fatto con la musica che è il linguaggio che conosciamo meglio. Da subito abbiamo deciso di non avere una band con un organico fisso, il progetto è gestito da me e da Above The Tree. Ogni volta ricostruiamo la band in base alla città in cui ci troviamo con i migranti che vivono nella città in cui andiamo a suonare. Ogni volta è un percorso di conoscenza nuovo. Fino ad ora abbiamo suonato con più di duemila persone.

Come riuscite ad entrare dentro queste strutture che mi immagino non siano aperte a tutti?
C’è stata una prima fase in cui siamo andati a suonare nei centri migranti contattando gli operatori e cercando semplicemente degli spazi per fare dei laboratori. Poi abbiamo voluto portare questa esperienza prima nei club e poi ai festival, nei posti dove suoniamo di solito perché il valore di portare questi live in situazioni ‘miste’ è molto importante. Questi ragazzi spesso vivono nei centri, hanno il loro giro di persone, si confrontano con il resto d’Italia solo per quello che riguarda la burocrazia. Passare un sabato sera dove lo passano coetanei italiani della loro età fa una bella differenza e quindi li abbiamo portati un po’ ovunque.

Al Glue il 29 settembre ci saranno anche alcuni di questi ragazzi?
Prima di ogni concerto spieghiamo quello che sta per succedere, la gente che verrà al Glue il 29 vedrà in azione i richiedenti asilo di Firenze. Quello che vedranno è un concerto unico e irripetibile, costruito tutto sul momento o quasi. All’inizio le persone avranno difficoltà a capirsi e venirsi incontro ma è esattamente quello che vogliamo. La conoscenza reciproca non succede in un attimo, c’è bisogno di tempo per studiarsi, annusarsi e capirsi ma poi la musica arriva sempre e travolge tutto. È un’esperienza molto entusiasmante e di solito alla fine il pubblico entra in empatia. Il fatto di portare sul palco la difficoltà, l’errore in questi anni di editing forsennato, photoshop, in qualche modo ha anche una valenza rivoluzionaria. Si vedrà che sul palco ogni tanto le cose non girano e non c’è nessun motivo per nascondersi, non è il tipo di relazione che vogliamo. Bisogna capire chi sono questi ragazzi che arrivano e cercare un confronto. Io detesto la parola integrazione, non penso che ci sia nulla da capire. A volte non capisco quello che dico io, o quello che dice il mio vicino di casa, o la mia compagna o mia sorella, perchè devo capire come vive, cosa pensa, o cosa fa uno che viene dal mali? Però posso creare un terreno fertile, delle condizioni per cui ci sia un incontro e questo è il senso del progetto.

Dal progetto nascerà un disco?
Innanzi tutto abbiamo girato un film perché servivano le immagini per raccontare questa esperienza. Abbiamo fatto un lungo tour in tutta Europa, abbiamo suonato in tutta Italia, da Lampedusa fino al Brennero. Siamo stati a Bruxelles, Parigi, Amsterdam, Copenaghen, Amburgo e Stoccolma. Nel film raccontiamo questa storia ‘europea’. Nel futuro ci piacerebbe fare dei dischi. Abbiamo suonato con più di duemila persone, a volte erano musicisti incredibili, altre volte per niente. Con alcuni di questi ci piacerebbe ritrovarci. Sul territorio abbiamo già formato dei piccoli nuclei con cui lavoriamo, in futuro sicuramente registreremo qualcosa.

Quando vedo gli sbarchi in televisione, penso sempre una cosa non capisco perché la gente o i politici non si rendono conto che le frontiere vanno aperte, che non si può fermare una persona che ha deciso di scappare dal suo paese. In fondo la terra non è proprietà di nessuno. Cosa ne pensi?
Ovviamente sono totalmente d’accordo, molto spesso è come se mancasse un tassello in questa storia dei migranti, dell’immigrazione, dell’accoglienza. La prima cosa che va chiarita è che un europeo col suo passaporto può andare dove gli pare, con l’aereo, il treno, con qualsiasi mezzo. Per la maggioranza del mondo questo non è possibile. La prima cosa da fare per risolvere il problema sarebbe semplicemente concedere i visti, cosa che tra parentesi è stata chiesta anche al Vaticano. Una volta l’Italia lo faceva, ma con la Legge Bossi- Fini ha progressivamente chiuso le frontiere. Perché queste persone vengono in barca? Non perché gli piace il mare chiaramente perché non hanno altra scelta e devono farlo in maniera illegale. Bisogna concedere i visti e permettere alle persone di potersi spostare e decidere autonomamente a quale luogo dare il nome di casa. Purtroppo sia io che te viviamo nella realtà di tutti i giorni e sappiamo che queste sono partite politiche dove sono stati stipulati degli accordi criminali. È tutto molto semplice: la gente deve poter venire in Europa in condizioni degne e giocarsela in modo degno, pagando le tasse. Io non voglio forzarmi ad avere interesse per le altre culture, si ce l’ho ma non è quello che è importante in questo momento. Quello che è importante adesso è che la gente deve potersi muovere senza morire, e essere in grado di trovare una strada migliore per la sua vita e fine. Deve venire prima la dignità delle persone.

Anche a me sembra tutto molto semplice, ma evidentemente non è così.
Beh invece che dare sei miliardi alla Turchia e altrettanti alle bande che ci sono in Libia se quei soldi fossero investiti per mettere in condizione queste persone di trovare la propria strada, alla fine forse ne gioveremo tutti. Sono discorsi che purtroppo continuiamo a fare ma le cose vanno nella direzione opposta.

Ingresso con tessera del locale

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