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Un lavoro che ti entra nel cuore La passione dentro gli hangar

Dai Cinquini fino ai Bonetti, un mestiere che si tramanda di padre in figlio. L’arte della cartapesta porta con sè la metafora della vita

Dentro l’hangar del costruttore Breschi

A lavorare dentro gli hangar della Cittadella del Carnevale ci sono intere famiglie. Spesso infatti, i maestri carristi sono figli d’arte, cresciuti tra i giganti di cartapesta. Hanno respirato l’odore della colla, vissuto tra quintali di giornali, vernici, saldatrici. Hanno respirato il profumo della creatività e assaporato cosa significa la parola “passione”.

L’arte, a Viareggio, è questo. Si mischia alla tradizione, a una manifestazione culturale profondamente radicata. Qui, il Carnevale, è un’istituzione. “Questo per me è un punto d’arrivo – confessa Stefano Cinquini che insieme al fratello Umberto sta lavorando al suo carro “Revolution”, una rivoluzione d’amore capitanata dal loro idolo John Lennon.-Mio padre lavorava qui, continua, sono nato tra i vecchi hangar”.

“Questo non è un lavoro – gli fa eco il fratello Umberto. Quando si mescola passione e lavoro si rischia di non portare la pagnotta a casa. E’ un lavoro pericoloso – riflette, mentre guarda la sua creatura di quasi dieci metri di altezza. Io come hobby ho il mio lavoro, ci dice. Ti porta via tutto il tempo che hai, quando arrivi a casa pensi a cosa creare ma questo è un lavoro bellissimo e io – la sera – torno a casa contento”.

Quello che si percepisce, entrando in questi immensi padiglioni , da fuori freddi come ghiaccio, è il valore profondo del lavoro. Le gioie, i conflitti, i sogni degli uomini vivono come ovattati dentro a queste smisurate scatole di cemento. Le passioni, qua, sono di casa.

Si lavora per otto mesi ininterrotti a un’idea, la si costruisce, si modella. Poi arrivano i particolari, le rifiniture. Quindici ore di sfilata, per cinque corsi, poi è già tempo di pensare alla nuova edizione del Carnevale. C’è chi ne esce vincitore, chi sconfitto. Chi gioisce, chi è deluso. Così, poi, si riparte. Si ricomincia. Perché questo è un lavoro che quando ti entra dentro non puoi più farne a meno. Lo dice quasi sottovoce Uberto Bonetti, mentre nel suo laboratorio si lavora sodo.“Da una decina d’anni a questa parte il Carnevale rappresenta la vita, quando inizi a fare questo lavoro ti entra nel cuore e non lo lasci più”.

“Ho iniziato nel ’79- racconta invece un altro dei pilastri del Carnevale –Massimo Breschi. Nei miei carri faccio tutto da solo, modello, pitturo, studio l’idea. Poi insieme a mio fratello, mia sorella, alcuni amici si tira avanti la carpenteria. Però, per quanto riguarda il lato artistico, faccio da me. Sono un fact totum”.

Le famiglie, gli amici. Il Carnevale, dentro gli hangar, è anche questo. Generazioni che vivono per quelle sfilate di febbraio e marzo, per vedere costruire nei mesi i colossi pungenti creati da menti fervide e generose. Menti belle, come le creature che generano. Con umiltà, interpretano i pensieri degli italiani. Provano a calarsi nei loro problemi, nelle arrabbiature ma anche nelle speranze. Le ingigantiscono. Le deridono. Provano a stuzzicare, con la loro satira sopraffina, l’anima degli uomini. E ci riescono ogni anno tra balli, coreografie, nella festa. Dove si ride, si scherza e si riflette. Il Carnevale, a Viareggio, è vita. Da sempre.


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