Francesco Dotta: 'curiamo il diabete ingannando il sistema immunitario'

di Costanza Baldini

Intervista al Direttore del Reparto di Diabetologia dell’Università di Siena impegnato da anni nello studio del diabete di tipo 1

Il professor Francesco Dotta si occupa di ricerca in ambito diabetologico. Attualmente è impegnato in una serie di progetti di ricerca mirati alla caratterizzazione di vari aspetti immunopatogenetici del diabete tipo 1 e di altre endocrinopatie autoimmuni presso l'Università di Siena.

Quando ha capito che voleva intraprendere la strada della ricerca?

Ho capito che mi piaceva fare ricerca quando dopo la laurea in attesa del concorso di specializzazione (avevo fatto una tesi sulle donne in gravidanza col diabete), decisi di passare l'estate in America a Boston. Partii per un periodo di studio di tre mesi, poi sono rimasto affascinato e ci sono rimasto quattro anni. All'Harvard University ho cominciato a fare ricerca sul diabete giovanile, di tipo 1. Contemporaneamente mi sono iscritto alla scuola di specializzazione a Roma e ho avuto la possibilità di frequentare a distanza tornando in Italia fare gli esami. Era un ambiente molto stimolante, ricerca di frontiera non solo biologica ma sempre applicata alle terapie e al paziente, quella che oggi si chiama ‘medicina traslazionale’. Poi sono tornato a Roma come ricercatore, ma il mio rapporto con gli Stati Uniti non si è mai interrotto, ci vado ogni anno, è vitale sotto tanti punti di vista. Dopo dieci anni alla Sapienza di Roma come professore associato in endocrinologia, decisi di venire all’Università Siena dove stavano cercando un direttore per la diabetologia. Era la fine del 2003, avevo poco più di 40 anni e decisi di gettare il cuore oltre l'ostacolo e impegnarmi nella formazione.


Si è trovato bene a Siena?

Devo dire che sono molto contento perché qui in Toscana ho avuto la possibilità di crescere e di far crescere un gruppo di lavoro, cosa che in un'Università grande come la Sapienza non sarebbe stato così facile. Qui ho trovato tante competenze complementari alla mia, sia nell'Università che nelle tante strutture non accademiche con cui sono riuscito a collaborare come il Toscana Life Science o la Novartis. Questo ci ha permesso di fare un salto di qualità e di diventare sempre più indipendenti. Adesso riusciamo ad automantenerci e ad ottenere tanti fondi dalla Comunità Europea e dagli Stati Uniti.

Qual è la situazione attuale sulle cure per il diabete?
Il diabete di tipo 1 è quello insulino-dipendente in cui il paziente ha bisogno di varie iniezioni di insulina tutti i giorni per sopravvivere. Una volta veniva chiamato diabete giovanile perché si pensava che colpisse soprattutto i bambini. In realtà abbiamo visto che può comparire ad ogni età, così come il diabete di tipo 2 quello considerato tipico dell'adulto in sovrappeso si può verificare anche nei bambini. Detto questo il diabete di tipo 1 è una classica malattia di tipo autoimmune cioè in cui il sistema immunitario riconosce come estranee delle proprie componenti e le distrugge. Nel caso del diabete queste componenti sono le cellule beta che producono l'insulina.
In tutti questi anni sono stati fatti enormi progressi in varie direzioni. Dal punto di vista terapeutico rispetto a 10-20 anni fa si è assistito a un miglioramento delle formulazioni dell'insulina che mimano l'insulina endogena. Adesso riusciamo a cucire addosso al paziente una terapia che gli permette una vita quasi normale. Oltre a questo ci sono stati enormi progressi anche nel campo del pancreas artificiale che inietta l'insulina, oggi ne esistono di piccolissimi e sostituiscono le iniezioni. Così come nel monitoraggio della glicemia, ci sono metodiche non invasive.

E per quanto riguarda la ricerca?
È  stato scoperto che possiamo identificare precocemente i soggetti che diventeranno diabetici di tipo 1, attraverso il dosaggio di anticorpi specifici, una cosa che viene fatta nei bambini che hanno un fratello o un genitore col diabete. La brutta notizia è che se identifichiamo questi soggetti non siamo ancora in grado di prevenire la malattia, tuttavia sapere di poter avere il diabete ha azzerato il rischio del coma diabetico.
A Siena stiamo cercando di capire il dialogo tra la betacellula e il sistema immunitario che la distrugge. Cioè stiamo cercando di capire il perché avviene questo e come possiamo evitarlo. Tra le varie cose che abbiamo scoperto una cosa importante che è emersa è che in un sottogruppo di soggetti col diabete 1 c'è un'infezione virale delle betacellule che le rende più deboli e più vulnerabili al sistema immunitario. Quindi in soggetti geneticamente predisposti un'infezione virale può accelerare la distruzione delle betacellule da parte del sistema immunitario. Ad esempio un paziente che sarebbe diventato diabetico in vent'anni, a causa dell'infezione lo diventa in sei mesi. Noi stiamo cercando di capire i meccanismi per i quali i virus vanno a infettare le cellule beta.

Ci sono altre ricerche in parallelo?

L'altro aspetto su cui stiamo lavorando è il microbioma intestinale, perché è stato visto che i microbi che stanno nel nostro intestino influenzano moltissimo la risposta immunitaria. Abbiamo fatto degli studi su modelli sperimentali e si è visto che l'utilizzo di sostante probiotiche come il lactobacillo, componenti che si trovano anche negli yogurt, va a migliorare la qualità del microbioma intestinale e blocca i fenomeni infiammatori che causano il diabete. Forti di questo abbiamo avuto un grosso finanziamento da parte della Comunità Europea grazie al quale abbiamo scoperto che dando un lactobacillo che fa vedere l'insulina al sistema immunitario intestinale, rendiamo il sistema immunitario tollerante all'insulina stessa e di conseguenza il sistema immunitario non distrugge più le betacellule. È  un approccio non invasivo con cui riusciamo ad educare il sistema immunitario a lasciare perdere le betacellule perché espandiamo una popolazione di linfociti regolatori protettivi tramite il lactobacillo. In pratica prendiamo in giro il sistema immunitario, cerchiamo di distrarlo. Oltre a questo ci sono altre strategie che cercano di rinforzare le difese delle cellule beta, anche quella è una linea di ricerca molto interessante. Per concludere un'altra area nell'ambito della medicina di precisione è cercare di individuare tramite un semplice prelievo di sangue non solo le persone con una predisposizione per la malattia ma anche le persone che risponderanno o meno a un certo tipo di terapia. Abbiamo delle linee guida sui farmaci ma spesso non funzionano su tutti, cerchiamo quindi di identificare in anticipo i soggetti che possono avere degli effetti collaterali.



08/07/2017