“All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non Italia. Perché non è la stessa cosa”.
Era una cittadina del mondo Oriana Fallaci ma non ha mai nascosto l’orgoglio fiorentino. Nonostante la sua città natale non sia sempre stata gentile con lei, alla Fallaci Firenze, dove aveva scritto i suoi primi articoli per la cronaca nera del Mattino dell’Italia centrale, scorreva nelle vene e qui ha scelto di morire e di essere sepolta nel settembre del 2006. Ricorre proprio quest’anno il ventennale dalla morte di una delle giornaliste più amate e discusse. Più capaci e più testarde. Più affascinanti e più divisive .

Lo “scrittore” Oriana Fallaci
Oriana Fallaci è sepolta al Cimitero Evangelico “agli Allori”. Sulla lapide, sotto al nome, c’è inciso “scrittore”, al maschile, una scelta che ha anticipato di anni la battaglia per l’uguaglianza di genere linguistica.
D’altronde, “l’Oriana” ha sempre anticipato i fatti, capace di comprendere prima di tanti che piega avrebbe preso la storia e quali personaggi intervistare. E correva, correva con la sua macchina fotografica in mano, un filo di eyeliner e lo smalto rosso alle unghie, smalto che dovette togliersi per fare la famosa intervista all’ayatollah Khomeini pubblicata sul Corriere della Sera il 26 settembre 1979 durante la quale si tolse il velo definendolo “stupido cencio da Medioevo”.
Ma forse è meno di dominio pubblico che per quell’intervista fu costretta a sposare il suo interprete: erano stati trovati nella stessa stanza e per la legge in vigore in Iran, se un uomo si appartava con una donna che non era sua moglie, rischiava la condanna a morte. L’intervista a Khomeini sarebbe sfumata. Era disposta a tutto per quell’intervista: la prima donna occidentale ad intervistare lo ayatollah. Era disposta a tutto per il giornalismo .

Era disposta a tutto per difendere le sue idee: da bambina, quando faceva la staffetta per i partigiani, da adulta, durante i suoi faccia a faccia con i potenti della storia. Anche a costo- anzi pienamente consapevole – di diventare una figura “divisiva”. Divisiva anche per Firenze, tanto che ci sono voluti anni, e tentativi naufragati (anche in modo eclatante), per dedicarle una piazza. Oggi chi sale sulla tramvia fiorentina può sentire il nome di Oriana citato dalla voce registrata: Strozzi Fallaci è una fermata della linea T1, nei pressi del piazzale che porta il suo nome.
Sarà presto online, invece, il Fondo Oriana Fallaci con oltre 26mila le digitalizzazioni, acquistato dal Consiglio regionale della Toscana nel 2016 grazie alla donazione di Edoardo Perazzi, nipote ed erede della scrittrice e giornalista fiorentina.
Oriana che amava la libertà
Si definiva “scrittore” ma non per denigro nei confronti delle donne. Oriana Fallaci amava la libertà prima di sé stessa, e forse proprio per questo si affermava al maschile: per rivendicare il suo diritto di essere libera, il suo essere una professionista nei modi che potevano permettersi solo gli uomini.
Leggendo la Fallaci è palese quanto fieramente rivendicasse il suo essere donna, come forte fosse il suo desiderio che ogni donna facesse altrettanto in ogni parte del mondo e quanta sofferenza ruggente uscisse dalla sua penna quando ciò non accadeva. Basta leggere “Il sesso inutile”, dove racconta le donne incontrate nel mondo: invisibili, sfruttate, coraggiose.
Era così orgogliosa di essere donna, nonostante vivesse in “un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini”. Desiderava che nascesse femmina il figlio che non riuscì mai a stringere e a cui si rivolse in “Lettera ad un bambino mai nato” dove, almeno a parer di chi scrive, ha inserito uno tra i più potenti appelli alla dignità femminile: “[…]Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine, avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata”.
La Fallaci si è sempre schierata pubblicamente a favore dell’aborto, rivendicando il diritto della donna a scegliere, giudicandola una questione di civiltà ed emancipazione. Celebre il suo intervento in un dibattito Rai del 1976 durante il quale tuonò: “Non lo voglio per me l’aborto, lo voglio per chi lo vuole”. Anche in quel caso una difesa estrema della libertà . Quella libertà che aveva visto minacciata e tolta in tanti contesti di guerra a cui aveva partecipato come corrispondente, dal Vietnam a Beirut, all’ America Latina.
“Ogni persona libera, ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità ovunque essa sia. E se non lo fa è, nell’ordine: un imbecille, un disonesto, un fanatico”, scrisse nella lettera agli studenti della scuola Rosselli di Marina di Carrara dell’8 maggio 1975.
Oriana, la guerra e la rabbia
L’Oriana che denuncia senza distinzioni di colore, religione o fazione politica, inizia occupandosi di cinema. In “I sette peccati di Hollywood” – che molti considerano un libro minore – c’è già la sua insofferenza per la menzogna, per la finzione, per il potere che si maschera da spettacolo.
Il 1967 è l’anno della svolta perché ottiene di essere inviata come corrispondente in Vietnam. Racconta il suo primo anno sul fronte in “Niente è così sia”. I suoi racconti “di guerra” sono diversi, c’è il campo da battaglia ma ci sono anche gli uomini, le donne, i soldati, i potenti, le vittime. E poi c’è lei. Sempre in prima linea. Sempre pronta a fare domande scomode, a raccontare personaggi scomodi. Come l’intervista del 1972 al Segretario di Stato Henry Kissinger: il profilo che emerse era molto diverso da quello dell’uomo che “chiamavano Superman, Superstar, Superkraut”. Si dice che il presidente Nixon si infuriò per le dichiarazioni rilasciate da Kissinger e che ribaltò di fatto i ruoli tra i due, fino ad allora decisamente più pendenti verso il segretario di Stato (tanto che pare che circolasse questa battuta all’epoca: “Pensa cosa succederebbe se morisse Kissinger. Richard Nixon diventerebbe presidente degli Stati Uniti…”).

Si arriva poi alla “trilogia delle contraddizioni,” che ha reso la stessa Oriana un personaggio scomodo. “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista se stessa – L’Apocalisse”. Libri scritti a New York mentre aveva già iniziato a convivere con “l’alieno”, il cancro che la stava divorando.
Oriana che voleva morire guardando l’Arno
Oriana era una scrittrice che ha usato la propria vita come materiale narrativo, una donna che non ha mai chiesto il permesso di esistere. Non scriveva per diletto, ma per scuotere. Nel bene e nel male . Così è stato fino all’ultimo.
Questa era Oriana e a 20 anni dalla sua morte ancora c’è chi si sforza di inquadrarla, inserirla in qualche schema di parte. Forse basterebbe riappacificarsi con lei, come lei si riappacificò con Firenze, scegliendo il capoluogo toscano per fermarsi per l’eternità:
“Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata”.