Il 2025 è stato uno degli anni più caldi mai registrati in Toscana. Secondo il nuovo rapporto annuale sul clima elaborato dal Consorzio LaMMA, l’anno appena trascorso si colloca al quarto posto tra i più caldi dal 1955, con una temperatura media superiore di +1,11 °C rispetto alla media del periodo 1991-2020.
Se il confronto si allarga al clima di cinquant’anni fa, l’aumento diventa ancora più evidente: rispetto al periodo 1961-1990 la temperatura media del 2025 è stata superiore di +2,05 °C. Il rapporto è stato presentato a Firenze, a Palazzo Strozzi Sacrati, dal presidente della Regione Eugenio Giani insieme al direttore del LaMMA Bernardo Gozzini. Il dato regionale è in linea con il quadro italiano ed europeo: a livello globale il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, preceduto solo dal 2024 e dal 2023. Una sequenza di anni recentissimi che conferma il trend di accelerazione del riscaldamento climatico.
Più pioggia del normale, soprattutto nel nord della regione
Non solo caldo. Il 2025 è stato anche più piovoso della media, con precipitazioni complessivamente superiori del 20% rispetto ai valori climatici di riferimento. Gli scarti maggiori si sono registrati nel nord della regione e in alcune aree costiere. Tra gli episodi più rilevanti spiccano le piogge eccezionali sulla Riviera Apuana, dove a Massa sono caduti oltre 2100 millimetri di pioggia, circa il 75% in più della media. Eventi intensi hanno interessato anche l’Isola d’Elba, colpita da diversi nubifragi e fenomeni temporaleschi molto impattanti.
Giani: “Il clima è una sfida cruciale per il governo del territorio”
“Ringrazio il nostro Consorzio LaMMA per l’eccellenza scientifica che rappresenta a livello nazionale – ha dichiarato il presidente Eugenio Giani – e per il lavoro quotidiano che ci aiuta a leggere le sfide del clima in un’epoca di grandi cambiamenti”. Secondo Giani, il quadro che emerge dai dati conferma una tendenza ormai consolidata: l’aumento delle temperature e la crescita di eventi meteorologici estremi.
“Le piogge intense e fenomeni eccezionali sempre più frequenti – ha aggiunto – come le cosiddette bombe d’acqua che hanno colpito l’Elba, dimostrano che la difesa del suolo è oggi una priorità assoluta. Avere un punto di riferimento scientifico regionale è fondamentale per programmare interventi mirati, dalla gestione delle risorse alla prevenzione del rischio idrogeologico”.
Gozzini: “Monitorare il clima per pianificare il futuro”
Per il direttore del LaMMA Bernardo Gozzini il monitoraggio costante del clima è uno strumento decisivo per orientare le politiche pubbliche. “Il clima sta cambiando anche in Toscana e i dati lo mostrano con sempre maggiore chiarezza. Comprendere quello che accade sul territorio è essenziale per valutare i rischi e pianificare il futuro”.
La prossima sfida scientifica riguarda la traduzione degli scenari climatici globali su scala regionale, per capire con maggiore precisione quali impatti interesseranno la Toscana nei prossimi decenni: dall’agricoltura alla gestione dell’acqua, fino alla salute e alla progettazione delle città.
Il calendario 2026 guarda alla Toscana del 2050
La presentazione del rapporto è stata anche l’occasione per lanciare il calendario LaMMA 2026 “Dodici mesi di clima in Toscana”, giunto alla quarta edizione. Quest’anno il progetto propone uno sguardo al clima del 2050, basato sugli scenari scientifici indicati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change. Secondo le proiezioni, le estati potrebbero essere caratterizzate da blocchi anticiclonici subtropicali più frequenti, con aria calda proveniente dal Nord Africa e un possibile raddoppio delle giornate oltre i 35 gradi.
Un cambiamento che avrà conseguenze concrete sulla vita quotidiana. “Significa ripensare gli spazi delle città – spiega Gozzini – con più aree ombreggiate, edifici pubblici e scuole più adatti alle ondate di calore e nuove attenzioni per chi vive e lavora all’aperto”. Anche la primavera potrebbe cambiare volto: con temperature più alte le fioriture di colture mediterranee come l’olivo potrebbero anticipare fino a due settimane, aumentando però la vulnerabilità dell’agricoltura alle gelate tardive.