Igor Protti è stato il tipo di calciatore che non si dimentica. Uno di quelli che entrano in una città e, invece di passare, restano. Restano nei gol, nei cori, nei racconti di chi lo ha visto giocare e in quella fedeltà un po’ rara che oggi sembra appartenere a un altro calcio. È da questa immagine, dal passaggio della fascia da capitano con Cristiano Lucarelli, che parte Luca Dal Canto, regista livornese (e tifoso del Livorno), nel documentario IGOR. L’eroe romantico del calcio, per raccontare non solo la carriera dell’ex bomber riminese, ma anche un’idea di calcio fatta di provincia, appartenenza e sentimenti veri.

Giovedì 2 aprile c’è stata la proiezione del documentario al Cinema 4 Mori di Livorno, com’è andata e qual è stata la reazione del pubblico?
È stata veramente una bella serata e una presentazione molto emozionante. Emozioni diverse rispetto all’anteprima nazionale al Bif&st a Bari. Le emozioni erano tante e dovute al nostro legame con la città e con il fatto che Igor ci ha fatto questa sorpresa ed è venuto alla proiezione nonostante le sue difficoltà attuali. C’è stata un’atmosfera molto particolare.
Perché proprio Igor Protti? Come nasce l’idea per questo documentario?
Tutto parte dal fatto che Igor sia un mito sia per me che per Alberto Battocchi (autore del documentario ndr). Era novembre 2024, guardavamo parecchi documentari su calciatori e sullo sport, e ci siamo domandati come fosse possibile che un campione, un’icona degli anni Novanta del calcio italiano non avesse ancora un documentario o un progetto su di sé. Ci sembrava molto strano e quindi abbiamo iniziato a scrivere, a buttare giù idee con l’obiettivo non solo di raccontare i gol di Protti, ma soprattutto di raccontare tutto Igor per rendere onore al campione e a quello che ha fatto in tutta Italia, dal nord al sud.
L’idea, fin dall’inizio, non era dunque soltanto biografica. C’era il desiderio di restituire un clima, un’epoca, un modo di vivere il calcio e perfino le emozioni che appartengono a un’altra stagione della nostra storia recente. Raccontare Protti significava anche raccontare gli anni Novanta, quando lo sport era vissuto in maniera diversa, più lenta, più faticosa forse, ma anche più affascinante.

Ecco allora l’idea dell’eroe romantico.
Il nostro obiettivo era quello di raccontare Igor Protti, ma anche un modo di pensare, in questo caso il calcio romantico che non c’è più, con un po’ di malinconia verso quegli anni. E quindi abbiamo creato questa figura dell’eroe romantico, perché Igor è sempre stato un personaggio perfetto per incarnare le caratteristiche di un eroe che si è sempre messo dalla parte dei più deboli, delle province, delle squadre di provincia, per realizzare i sogni delle comunità dei tifosi piuttosto che i suoi.
E questo poi è venuto fuori anche nelle interviste: lui poneva il collettivo più che il suo obiettivo personale. Indipendentemente dalla maglia che indossava, si sentiva di quella città, sentiva di quelle curve.
Il documentario si compone da tanto materiale d’archivio con cui viene ripercorsa la carriera di Protti
Il lavoro sul materiale d’archivio è stato lungo, perché ovviamente noi quegli anni li volevamo raccontare esclusivamente con del materiale d’archivio. Abbiamo subito deciso di utilizzare l’aspect ratio 4:3 e di non riadattarlo al 16:9, come in molti documentari a volte si vede, perché volevamo che sembrassero ricordi emersi dalla realtà.
Poi, dal punto di vista fotografico, le riprese ai giorni nostri sono in 16:9, ma volevamo che in modo improvviso si ricavasse da quelle immagini il sapore degli anni Novanta e dei primi Duemila, quelli che guardavamo nelle nostre televisioni in quattro terzi. E soprattutto abbiamo optato per il 90 per cento di materiale d’archivio delle televisioni locali, perché avevano un’accezione ancora più romantica.
Le immagini delle tv locali erano più emozionanti, più genuine, più vere. Noi vedevamo quelle partite da piccoli, che fossero di Livorno o di altre città, sempre da quelle inquadrature fisse, uniche, dall’alto delle gradinate, delle tribune, con telecronisti di provincia incredibili, che sono dei comici più che dei giornalisti, ma che per passione riuscivano a tirare fuori le cose più belle possibili. Era quello che cercavamo: una forma visiva e sentimentale coerente con il personaggio.

E la scelta delle interviste e delle persone da intervistare?
Il nostro scopo era far uscire sia l’Igor calciatore, sia soprattutto l’uomo. Volevamo raccontare quello che lui è, la sua formazione umana e familiare, che poi riversava in campo indossando le maglie e giocando fino alla morte per quelle province, per quelle squadre.
I nostri punti fermi erano sicuramente i familiari: l’ex moglie, i figli, la sorella, la mamma. Poi ci siamo mossi verso quei calciatori con cui aveva legato di più e con cui ancora oggi ha un rapporto molto forte. Persone che potevano raccontare non solo lui, ma anche quel panorama calcistico e socio-sportivo degli anni Novanta. Penso a nomi come Signori, Lucarelli, Galante, Chiellini e ovviamente Tovaglieri, con cui creò quella coppia d’attacco mitica a Bari, con quel trenino rimasto nel ricordo di tutti i tifosi.
Com’è stato proporre il progetto a Protti?
Abbiamo voluto provarci. Ci siamo trovati in questo bar di Cecina, dove lui vive. Una situazione un po’ surreale, in un paesino di mare d’inverno. L’incontro con il nostro mito è stato meraviglioso, nel senso positivo del termine, perché non si aspettava che qualcuno potesse proporgli un film, un documentario su di lui.
Ha subito accettato, già il giorno dopo, forse persino il pomeriggio stesso. Da quel momento si è reso disponibile e ci ha anche indirizzati, spiegando chi secondo lui poteva darci più spunti. Ed è stato così. Durante le riprese è venuto con noi in tutte le città, come se fosse un amico da una vita. Abbiamo girato tre o quattro settimane, dal nord al sud, e lui è stato sempre con noi, perché voleva rivivere quelle persone, ripercorrere quelle strade.
E quando è arrivata la malattia? Avete sentito la responsabilità del lavoro che stavate portando avanti?
Ovviamente sì, c’è stata una reazione emotiva nostra inevitabile, ma non tanto legata al progetto, quanto al rapporto che avevamo instaurato con lui e a tutto quello che ricordavamo di lui sul campo. Più che altro è stata una situazione dal punto di vista umano.
Lui poi è stato sempre disponibile anche quando ha scoperto della malattia, che è arrivata dopo la fine delle riprese. Il progetto era già in fase di montaggio e anche lì è rimasto presente, pronto a vedere, a dirci la sua, ad accettare le nostre scelte.
Avete scelto di partire dalla fine, dal ritiro
Era un modo per raccontare la carriera, che è molto lunga e piena di squadre, in modo comprensibile. La difficoltà più grande è stata trovare una struttura narrativa. All’inizio doveva essere forse con un po’ più a salti temporali, ma poi abbiamo scelto la via cronologica, con questa divisione in capitoli.
Abbiamo lasciato solo un intro che parte dalla fine e poi si richiude alla fine del film. La scelta delle magliette non era studiata a tavolino, ma improvvisata sul set, a Rimini, uno degli ultimi giorni di riprese. Mi è venuta proprio quell’idea perché vedevo che lui teneva tantissimo a quelle magliette d’epoca: ce n’era una di ogni squadra che portava ogni giorno sul set. C’era una bella luce, lui sorridente, e mi è venuto naturale creare una sorta di quadro per dare inizio a quei capitoli.

C’è un passaggio del film o delle riprese che ti porti dentro più di altri?
Ce ne sono tanti. Personalmente, un momento che colpisce molto è quello del figlio che gli dice: “Babbo, perché non smetti?”. Era uno di quei momenti che volevamo fortemente, perché ci interessava capire anche i familiari, cosa provassero quando lui era sul finire della carriera e nell’immediato dopo.
È un passaggio molto bello, perché aiuta a capire anche cosa significhi lasciare il campo per sempre. Ogni volta che lo rivedo mi colpisce tantissimo. E poi, tra i ricordi personali delle riprese, sicuramente c’è l’essere stato con lui dentro alcuni dei più belli stadi d’Italia, tra cui il San Nicola e l’Olimpico.
E soprattutto i momenti di pausa, quando palleggiavamo con lui in quegli stadi, portando ogni volta quel pallone Tango, o meglio il rifacimento di quel pallone, quello che lui aveva sempre sognato. Lui si metteva a palleggiare lì con noi. Quei momenti di backstage, purtroppo, non li ha ripresi e fotografati nessuno, e sono quelli che mi porterò sempre dietro.
Anche il rapporto con i tifosi è molto forte. Dal vostro racconto emerge come sia sempre andato d’accordo con le diverse tifoserie e anche quando fu contestato dai tifosi del Livorno è riuscito a ricucire il rapporto. Igor non è solo il calciatore, ma è anche il primo tifoso delle squadre per cui gioca
Quel passaggio secondo me non poteva essere tagliato. Perché il nostro personaggio è anche una storia di formazione: l’eroe romantico, come in letteratura, trova nel suo percorso ostacoli, delusioni, piange, soffre. Tutto questo lo aiuta a formarsi, a migliorare e poi a raggiungere quello che ha raggiunto.
Il rapporto con i tifosi è un sentimento di amicizia che lo lega ancora oggi con alcuni esponenti che sono i suoi migliori amici. E questa cosa per noi era fondamentale: raccontare l’uomo che si sente parte di una comunità, non solo il goleador.

Che idea hai del calcio di oggi? Pensi che in futuro potremo avere ancora bandiere e romanticismo?
In questo momento ti dico di no: non vedo un nuovo romanticismo. È ovvio che poi il sentimento esiste sempre, ma le emozioni che derivano dal romanticismo si vivono decenni dopo, nel senso che, se la situazione peggiorerà ancora, probabilmente qualcuno tra venti o trent’anni penserà a questo periodo in modo romantico. Però, sinceramente, adesso non vedo i presupposti perché qualcuno consideri romantico questo tipo di calcio.
Ma vale un po’ per molti altri aspetti della vita quotidiana, perché l’avvento della tecnologia, di internet, degli smartphone ci ha inaridito, asciugato le emozioni. Quel modo di vivere ingenuo e immediato, quel senso dell’attesa, non c’è più. Oggi rivedi tutto subito, in diretta, e cambia il modo di vivere qualsiasi rapporto umano.
Andare allo stadio non è più uno spettacolo popolare e di appartenenza identitaria. Si è trasformato tutto in società che sono Spa, aziende in cui i tifosi vengono chiamati clienti e in cui si pensa solo al marketing. E il marketing, secondo me, è sempre molto freddo, in qualsiasi settore. I calciatori non sentono più quel tremare del terreno, quell’amore viscerale che veniva dalle tribune. E quindi non riversano più il loro amore per la maglia come una volta.
IGOR. L’eroe romantico del calcio è prodotto dall’associazione culturale Bredenkeik, da Luca Dal Canto e Alberto Battocchi ed è distribuito da Piano B Distribuzioni. Il documentario sarà proiettato al Cinema 4 Mori di Livorno nei giorni 9, 10 e 11 aprile.