Che fine ha fatto il nostro primo amore? Se lo chiede Fabio Mascagni nello spettacolo in scena a Firenze martedì 10, venerdì 13 e domenica 15 marzo, nuova produzione del collettivo Sotterraneo, su testo della drammaturga Premio Ubu Letizia Russo, nell’ambito della 13/ma edizione di Materia Prima Festival.
Un uomo torna nel suo paese natale, si siede a un bar e mentre si accinge a bere un caffè vede passare un uomo che sembra non risconoscerlo o ignorarlo, è il suo primo grande amore.
“Quello che vediamo in scena è un dialogo interiore, – ci racconta Fabio Mascagni – la chiave di lettura che mi sembrava più interessante era quella di riaprire un dialogo con quel quindicenne che ognuno di noi si porta dentro, perché quell’età, la sofferenza che si prova, spesso ce la dimentichiamo. Mi sono chiesto che ne è di tutto quel dolore che abbiamo creduto di provare da giovani. A un certo punto noi adulti mettiamo un velo su quel periodo di grandi intensità, di grandi temperature emotive e questa cosa poi, in qualche modo, la asfaltiamo. Anche per questo riusciamo difficilmente a capire gli adolescenti e spesso ci troviamo a dire le frasi che dicevano a noi ‘eh ma che vuoi che sia, vedrai da grande’. Invece no, quella è un’età complicatissima, forse una delle più complicate della nostra vita e la cosa che mi interessava era quindi ritornare a quel quindicenne che sono stato io. Non è un caso che nella locandina io abbia scelto di mettere una mia fototessera di quando avevo quindici anni.”
Mi sono chiesto che ne è di tutto quel dolore che abbiamo creduto di provare da giovani. A un certo punto noi adulti mettiamo un velo su quel periodo di grandi intensità, di grandi temperature emotive
Secondo te con l’età cambia anche il modo di innamorarsi? Perché a me sembra proprio uguale, quando ti arriva una botta veramente grossa è uguale a sedici come a trenta, quaranta, cinquanta anni
Questo sì, sicuramente sì, però io penso che il primo amore abbia una cosa in più cioè che tu non sai che può finire. Il primo ha un senso di eternità. Romeo e Giulietta si sono ammazzati a quindici anni, hanno fatto una cosa così estrema proprio perché era il primo amore.
Quando ho letto la trama del tuo spettacolo ho pensato, oddio, ma io vorrei rivivere la mia prima storia d’amore? Perché spesso sono delle esperienze molto horror, no?
Si, sono esperienze non voglio dire brutte però di sicuro un po’ terrificanti. Dunque, sì, sono storie horror nel senso che rivestiamo di romanticismo una cosa che in realtà ha tante sfaccettature e spesso lascia anche un grosso dolore. Sono anche momenti in cui siamo impacciati, maldestri.
Ti faccio un’ultimissima domanda, pensi che si impari qualcosa dalle storie d’amore? Si cresce imparando qualcosa oppure no?
Dio mio, spero di sì! C’è chi dice che le persone che incontriamo nella nostra vita ci servono, uso un termine un po’ forte, perché risuonano in noi, per migliorare e per crescere. Quando trovi sempre lo stesso tipo di persona evidentemente c’è un miglioramento che non stai facendo. Però sì, io penso che in generale sia un’occasione di crescita e che in qualche modo ci possa aiutare a cambiare. Certo, poi va fatto un lavoro su se stessi. In teoria più si va avanti più dovremmo avere storie più belle e in un certo senso, migliori. Nella realtà non funziona sempre così, ma nel mio caso specifico sì. Ho avuto delle relazioni, adesso si chiamano tossiche prima si chiamavano di merda e adesso invece facendo un po’ di selezione, ammettendo anche delle colpe e degli errori che facevo, ho una relazione sicuramente più appagante.
Appuntamento con “Primo amore” al Bar delle Baracche Verdi (via delle Mimose 8, Firenze), storico luogo di aggregazione del quartiere Isolotto, una scelta che conferma la vocazione del festival a portare il teatro fuori dagli spazi consueti, dentro al quotidiano di chi vive la città , martedì 10, venerdì 13 e domenica 15 marzo ore 21.00.
