Cultura /L'intervista

Diventare madre è una “Supernova”: la metamorfosi della matrescenza nel libro di Nina Gigante

Tra neuroscienze, antropologia, psicologia e vissuto personale, il saggio pubblicato da Aboca racconta il processo profondo che trasforma una donna quando ha un figlio, tra ambivalenza, postpartum, carico mentale e solitudine per ripensare la maternità oltre i miti del sacrificio e della perfezione

La supernova è una spettacolare esplosione che segna la morte di una stella e rilascia in poco tempo una quantità di energia enorme, capace superare la luminosità di un’intera galassia, da cui nascono stelle di neutroni, materiali che poi formeranno nuovi sistemi stellari e persino buchi neri. La supernova quindi è la fine di un ciclo vitale e allo stesso la nascita di qualcosa di nuovo: per questo è un’immagine potente per raccontare ciò che accade nella maternità, quando una donna crea una nuova esistenza riconfigurando completamente se stessa nel processo. È la metafora stellare da cui prende le mosse “Supernova. Quando nasce una madre: le trasformazioni di cui nessuno ti ha mai parlato”, il saggio pubblicato dalla casa editrice toscana Aboca della giornalista e integrative health coach specializzata in medicine orientali Nina Gigante, che si addentra nella trasformazione radicale che accompagna il diventare madre.
Attraverso neuroscienze, antropologia, psicologia, femminismo e vissuto personale, Nina Gigante – che presenterà il libro a Firenze il 6 giugno all’interno del festival “La città dei lettori” – affronta temi ancora poco discussi: la matrescenza, l’ambivalenza materna, il carico mentale, la solitudine del postpartum e il bisogno di una rete di cura che oggi è venuta a mancare.

Questo libro è nato da una domanda: quando si diventa madri? È così che sei approdata al termine matrescenza, che in Italia è ancora molto poco conosciuto e identifica il diventare madre non come un momento che cambia tutto ma come un processo. Come l’hai scoperto e perché è così importante?

Ci sono arrivata così: una notte ero disperata, con il mio bambino piccolo in braccio, davanti al frigorifero, di cui ricordo ancora perfettamente la luce tagliente, e mi sentivo completamente sola ed estranea a me stessa. Avendo partorito in pandemia quella solitudine era amplificata, ma credo sia un sentimento che accomuna molte madri. In quel momento dolorosissimo ho preso il telefono e mi è comparso un post che diceva: “You’re not broken, you’re becoming”. Ho fatto uno screenshot e sono finita su un podcast in cui due ragazze parlavano di matrescenza.
Quella notte stessa ho iniziato a cercare, a leggere, e ho scoperto Dana Raphael, antropologa allieva di Margaret Mead, che negli anni Settanta ha introdotto il concetto di matrescenza, perché aveva intuito che mancava qualcosa nel modo in cui raccontavamo la maternità: uno sguardo sulla donna che diventa madre.
La sua intuizione oggi è confermata dalle neuroscienze: i cambiamenti ormonali, neurologici e identitari che attraversiamo sono paragonabili a quelli dell’adolescenza. Solo che all’adolescenza concediamo tempo e variabilità, mentre alla maternità no. Questo termine è importante perché spiega cosa ci accade e ci insegna ad essere più pazienti con noi stesse, a stare dentro il cambiamento.

Nel libro spieghi che la matrescenza non finisce mai, mi ha colpito il fatto che le cellule del bambino rimangano per sempre dentro il corpo della sua mamma.

Sì, c’è uno studio su questo fenomeno, che si chiama microchimerismo, che ha trovato cellule dei figli nel corpo di donne di 94 anni. Ma la cosa straordinaria è che non si tratta di cellule inermi: entrano nei tessuti, diventano parte del corpo materno.
Questo significa che la maternità riscrive davvero la materia e, simbolicamente, anche l’identità. Per me è bellissima questa idea di identità porosa: noi ci costruiamo nella relazione con l’altro, in questo caso con nostro figlio.
Il problema è che tutto questo non è stato studiato per decenni. Sul corpo femminile esiste un enorme bias, sappiamo che fino al 1996 i trial clinici venivano condotti solo sugli uomini, e sul corpo materno il bias è ancora più forte. Abbiamo dato per scontato che le donne fossero “fatte per quello”, senza chiederci cosa accadesse davvero dentro i loro corpi e le loro menti, senza capire di cosa ha fisiologicamente bisogno una neo mamma.

Il concetto di matrescenza apre alla possibilità che esistano tante maternità, non una soltanto, e anche all’ambivalenza materna: è normale amare profondamente un figlio e, allo stesso tempo, desiderare uno spazio per sé. Questa ambivalenza se non viene riconosciuta è pericolosa, quanti danni può fare il mito del sacrificio?

Tantissimi. Noi prima abbiamo raccontato una maternità tutta luce, amore e gioia, poi da qualche tempo stiamo vedendo anche i lati oscuri ma ancora non riusciamo a tenerli tutti insieme. Noi parliamo solo dei casi estremi, della mamma depressa e della mamma felicissima, ma provare sentimenti ambivalenti è costitutivo della matrescenza. Posso amare immensamente mio figlio e contemporaneamente desiderare un’ora da sola, una doccia in silenzio, e questo fa parte dell’esperienza psichica della maternità.
Alle madri non concediamo ciò che invece consideriamo normale in altri passaggi della vita. Diciamo che è sano che un adolescente provi rabbia o ribellione ma una madre che dice “non ce la faccio più” viene subito giudicata come cattiva madre. Invece sono sentimenti costitutivi dell’esperienza materna, non ci deve essere nessuna vergogna e non è questa la misura dell’amore per il proprio bambino.

Supernova di Nina Gigante

In “Supernova” sottolinei anche quanto il postpartum sia un periodo delicatissimo, che in molte culture in tutto il mondo prevedeva diverse forme di sostegno e aiuto per le madri che invece oggi sono spesso lasciate sole.

Quando parliamo di salute mentale perinatale parliamo quasi esclusivamente di depressione postpartum, di cui soffre una donna su cinque. Ma ci sono moltissime altre forme di sofferenza: ansia, sovraccarico, smarrimento identitario.
Una donna può non essere depressa e sentirsi comunque travolta dal nuovo rapporto con se stessa, con il lavoro, con il partner, con il bambino. Dopo il parto non torni quella di prima dopo sei settimane. Non funziona così. La matrescenza, come dice la psicologa clinica Aurélie Athan, può durare tutta la vita. Ogni fase del figlio ti trasforma di nuovo.

Mi ha colpito molto lo studio che riporti in “Supernova” che dimostra che non solo il cervello delle madri cambia nell’accudimento: anche quello dei padri si può modificare nella relazione con il figlio.

Sì, gli studi dimostrano che anche il cervello dei padri e dei caregiver cambia, ma a una condizione: che siano coinvolti nella cura. Il problema è che non esiste ancora una cultura del lavoro compatibile con la genitorialità. Se a noi donne viene chiesto di lavorare come se non facessimo figli e di fare figli come se non lavorassimo anche per i padri non è diverso. Dobbiamo capire che la cura nel postpartum non è negoziabile, mamma e papà devono prendersi cura entrambi del bambino, sia per la salute della madre ma anche per la relazione che si genera tra i papà e i figli.

Arriviamo alla parte più politica del libro, quella finale, dove sostieni che il femminismo abbia fallito con la maternità. Secondo te perché e da dove possiamo ripartire?

Il femminismo ha dimenticato le sale parto. Storicamente è comprensibile: le donne erano schiacciate dentro il ruolo materno e hanno giustamente rivendicato il diritto a essere altro. Ma in questo salto abbiamo lasciato sole le madri. Per questo oggi sento fortissima la necessità di un femminismo matricentrico, in cui ogni madre possa riconoscere degli strumenti attraverso cui leggersi e rivendicare i propri bisogni. Il suicidio è la prima causa di morte nelle madri perché non siamo sostenute, non siamo viste, non c’è una cassetta degli attrezzi per noi, né culturale né medica né politica. Occuparci delle madri è una battaglia di civiltà fondativa della democrazia, perché senza madri non c’è futuro.

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