Mario Tobino, scrittore viareggino e medico illuminato, ha lavorato e vissuto per 40 anni nell’ospedale psichiatrico di Maggiano, a Lucca. Maggiano fu il suo luogo nel mondo dal 1942. Tobino in quell’ospedale entrò in contatto con le menti e con i cuori dei pazienti, di quelli che un tempo chiamavano i “matti”, scavando con una sensibile empatia oltre la corteccia dell’animo.
Negli anni Sessanta entra a Maggiano come medico assistente lo psichiatra Fabio Pezzini che con un lungo racconto ci porta a quei giorni, narra con lucidi ricordi il lavoro con Tobino, gli insegnamenti e la sua visione di cura della salute mentale.
Ci sediamo nel salotto di casa sua e iniziamo a parlare.

Che ricordi ha di Mario Tobino?
All’epoca ero medico assistente a Maggiano e la mia stanza, per il turno di guardia notturno, si trovava nella Casa Medici, vicino alla camera di Tobino. Tutte le sere lo sentivo ticchettare sulla macchina da scrivere. In quel tempo mi ricordo che scriveva “Biondo era e Bello”, il romanzo su Dante. A volte ascoltava dischi di musica classica o accendeva la televisione fino ad addormentarsi, tanto che a mezzanotte cessava il segnale e partiva un sibilo che durava per un po’, fino a quando non si svegliava per spengere tutto. Ricordo quel suono che arrivava dall’altra stanza ed è lì che pensavo, il Dottore si è addormentato.
Qual è stato il merito più grande di Tobino?
La sua visione era quella di un manicomio aperto dove i pazienti potevano uscire per vivere la propria interpretazione della vita
Direi il rispetto della patologia e degli aspetti sintomatici della malattia come un’espressione di vivere la vita in una maniera diversa ma che comunque andava difesa e salvaguardata. In Inghilterra lo psichiatra Cooper sosteneva che la follia andava fatta vivere in una situazione di normalità, di integrazione con il resto delle persone. In fondo questo era anche il concetto di Mario Tobino, seppur con le sue peculiarità. La sua visione era quella di un manicomio aperto dove i pazienti potevano uscire per vivere la propria interpretazione della vita, anche nelle fantasie o nelle distorsioni percettive.
Tobino ha sempre sostenuto un approccio umanistico alla patologia.
Verissimo, tanto che c’era una sorta di adorazione verso di lui da parte delle pazienti.
Ma non fu pienamente compreso nella fase finale della sua carriera. Lo scrisse lui stesso, con sofferenza, in uno dei suoi libri…
Sicuramente Tobino fu bersaglio di “fulmini politici” nel percorso che portò all’abolizione degli ospedali psichiatrici. Gli venne attribuita, non correttamente, una funzione anti-Basaglia. Tobino in realtà mise in evidenza i rischi che sarebbero derivati dalle dimissioni in massa dei pazienti che erano presenti in manicomio. Sosteneva che le famiglie non sarebbero state in grado di accogliere con le giuste cautele e con gli opportuni interventi i familiari dimessi dall’ospedale e paventava, come in effetti in parte è successo, anche fenomeni di atti suicidari.
Qui torna dunque evidente il suo approccio “umanistico” e l’attenzione al paziente anche in questa fase che fu delicatissima.
Tobino diceva che l’abolizione dei manicomi dettata dalla Legge Basaglia dovesse essere applicata in maniera graduale utilizzando l’ospedale psichiatrico, non come locale di intervento verso la cura, ma come mantenimento domiciliare dei pazienti, così da non creare disorientamento. I pazienti avevano la conoscenza dei luoghi di Maggiano, si riconoscevano dunque in una realtà che avevano vissuto negli anni anche abbastanza liberamente. Questo passaggio avrebbe loro consentito di essere portati alla dimissione completa quando ci fossero state le strutture utili a dare un’assistenza a livello di famiglia. Questa secondo me era una proposta da valutare, tanto che le difficoltà poi ci sono state davvero.

Tra gli “illuminati” di Maggiano, un’altra figura di spicco fu il direttore, il professor Gherarducci che dette vita a quello che venne definito “un ospedale paese”. Come si viveva a Maggiano e quale significato ebbe questa impostazione?
All’interno di Maggiano c’erano la banca, il teatro, il cinema, il forno. Le lenzuola e i vestiti venivano fabbricati all’interno, con l’ausilio dei telai
Il professor Gherarducci credeva nel concetto che il manicomio potesse essere considerato come un villaggio. All’interno c’erano la banca, il teatro, il cinema, il forno. Le lenzuola e i vestiti venivano fabbricati all’interno, con l’ausilio dei telai. Maggiano aveva i propri muratori, elettricisti, operai. La cucina del manicomio doveva servire 800 pasti mattina e sera ai pazienti e poi c’era la mensa di medici, infermieri e impiegati per 500-600 persone.
Un mondo nel mondo..
Era sicuramente un modello di auto-sussistenza. La colonia agricola era gestita dagli infermieri e dalle persone in cura. Questo consentiva di collocare i pazienti in un ambiente che non fosse esclusivamente nosocomiale, sviluppando anche le proprie capacità di attività di lavoro agricolo.
Quale fu un altro momento di cambiamento per l’Ospedale di Maggiano?
Fu sicuramente importante anche l’introduzione del servizio sociale. Le assistenti sociali misero in campo tante azioni, tra queste anche le richieste di riconoscimenti economici per i malati. I pazienti venivano accompagnati dal personale infermieristico a comprarsi i vestiti e ogni malato, laddove possibile, aveva il suo armadietto dove teneva le sue cose, i suoi oggetti.
Fu un modo per riappropriarsi della propria identità di persona?
Riappropriarsi dei propri abiti significò recuperare la dignità
Identità ma anche dignità. Quando ho iniziato a lavorare a Maggiano il paziente che veniva ricoverato attraversava il rito della “vestizione”. Indossavano camici tutti uguali, a volte anche con taglie non adeguate. Successivamente, anche il fatto di poter acquistare indipendentemente i propri abiti, significò recuperare quella dignità che partiva anche della cura di se stessi e dalla scelta dei propri vestiti.
In quale altro modo il manicomio di Maggiano si aprì al paese e viceversa?
Il direttore quando individuava un paziente che potesse avere le caratteristiche giuste poteva decidere di affidarlo alle famiglie degli infermieri, dunque esternamente all’ospedale. Gli infermieri venivano acquisiti tra gli abitanti circostanti alla struttura perché durante le emergenze venivano richiamati in servizio attraverso una campana che si trovava in cima al manicomio, dunque era importante che abitassero in un perimetro dal quale poterne sentire il suono. Affidare gli internati agli infermieri significava anche abituare i propri figli o nipoti al rapporto con i malati, creando un rapporto che andava al di là di quello all’interno dell’ospedale, costruito quindi in un ambiente non manicomiale.

Tobino ha dedicato la propria vita ai suoi pazienti. Quale era invece il rapporto con voi giovani medici?
Quella di Tobino era una colleganza affettuosa, quasi paterna
Ci ha dimostrato sensibilità, anche nelle piccole cose. Ricordo che il nostro direttore organizzò alcune visite nei manicomi più avanzati e per raggiungere Limbiate prendemmo l’aereo da Pisa. Dopo il decollo Tobino venne da me e subito dopo da un altro collega, il dottor Vogliazzo e disse: “Voi due stasera siete miei ospiti al ristorante”. Aveva saputo dagli infermieri che non avevamo mai volato. Con quell’invito dimostrò non solo sensibilità ma anche una giusta interpretazione di una colleganza affettuosa, quasi paterna. E poi sapeva essere divertente.
C’è qualche episodio che vuole raccontarci?
La Casa Medici si affacciava in un cortile dove davanti c’erano gli uffici della direzione e del reparto amministrativo, sulla destra invece c’era un passaggio libero che portava nel cortile d’ingresso del manicomio. Lì vicino c’era una stanza dove si trovava il telefono. Un giorno entrai e lo sentii sillabare il proprio cognome “Si…T come Torino, O come Otranto, B come Bari, I come Imola, N come Napoli, O come Otranto”. Poi mi guardò e mi disse: “E io che credevo di essere famoso!”. Era anche simpatico.
E poi era un uomo che, fuori dal manicomio, amava la compagnia degli amici. A metà pomeriggio a volte venivano a prenderlo e andavano “Da Solferino”, un noto ristorante di San Macario, vicino all’ospedale. Erano già lì verso le sei, le sei e mezza. Chi arrivava verso l’ora di cena poteva sentire un brusio in crescita, man mano che le ore passavano. Infatti aumentavano le bottiglie di vino sul tavolo e c’era un’escalation della tonalità delle voci. Sauro, il proprietario, aveva riservato a Tobino una saletta. Sulle pareti c’erano dei quadri che contenevano anche delle citazioni di Tobino stesso. Me ne ricordo una che in sostanza diceva “Sento la voce di Lucca e ne sento il cicaleggio”. Era un grande intenditore di cibo e di vino.
Tobino, il medico che leggeva oltre la fronte dei pazienti
Fabio Pezzini sorride al ricordo di quei giorni mentre concludiamo la nostra chiacchierata. Ripensa lucidamente agli anni vicino a Tobino, non solo un grande medico pioniere della psichiatria moderna ma anche uomo dotato di una straordinaria profondità intellettuale e umana. Il medico che leggeva oltre la fronte dei suoi malati, che sapeva entrare in contatto con il cuore e la mente, scandagliando l’animo umano intrecciato, soffocato e intorpidito dalla follia ma ancor vitale nella passione che anima l’autenticità dei sentimenti.