Gli /handlogic sono una band fiorentina nata dall’incontro tra sonorità elettroniche, alternative rock e sperimentazione visiva. Attivi nella scena indipendente di Firenze, il gruppo si distingue per un approccio sonoro stratificato, dove synth, chitarre e ritmiche pulsanti si intrecciano in atmosfere intense e contemporanee.
Venerdì 13 marzo verrà presentato live per la prima volta all’ExFila di Firenze “Chi ti guarderà?” il primo tassello del nuovo progetto discografico degli ⁄handlogic.
L’Ep della band, formata da Lorenzo Pellegrini (voce e chitarra), Miriam Fornari (voce, tastiere e synth), Alessandro Cianferoni (basso, cori) e Daniele Cianferoni (batteria), contiene tre canzoni: “Vieni Giù”, “Amilià” e “Ulula”.
Gli ⁄handlogic nascono a Firenze nel 2016. Dopo la vittoria al Rock Contest di Controradio esce il primo album “Nobodypanic” (Woodworm Label). Dopo aver suonato sui palchi di festival in Italia e in Europa nel 2023 esce “Esseri Umani Perfetti” album che segna il passaggio definitivo alla scrittura in italiano.
Adesso il viaggio degli /handlogic prosegue sempre all’insegna della sperimentazione.

Ecco la nostra intervista a Lorenzo Pellegrini
Ciao Lorenzo! “Chi ti guarderà?” è un Ep con tre canzoni, poi arriverà anche un album?
Sì, arriverà nella seconda parte del 2026. Alla fine del 2026 ci sarà un’uscita più luminosa, più grande. Questa è un’anteprima.
Cosa significa per voi la frase “Chi ti guarderà”? Sembra il titolo di un thriller
Chi ti guarderà è la prima frase di Vieni giù, che è il primo pezzo dell’EP. Abbiamo pensato che rappresentasse bene il tema generale. Vieni giù è un dialogo tra una persona chiusa nella sua casa, da solo, che guarda fuori una folla di persone che manifesta. La canzone parla del conflitto tra il voler partecipare, voler fare parte delle cose, ma autoescludersi e sentirsi in colpa perché non lo si sta facendo. Il pezzo parla del bisogno di essere visti, per poter essere visibili, bisogna esporsi molto, vivere anche in un certo senso “sovraesposti”. La domanda quindi è: chi ti guarderà se non ti fai vedere e chi ti ascolterà se non vuoi gridare. Se vuoi esistere nel mondo, se vuoi condividere, lo devi fare in un modo che spesso ti porta molto fuori dalla “zona di comfort”. È una metafora rispetto al doversi fare vedere, doverlo fare anche in modo aggressivo, martellante, sui social. Noi siamo sempre stati molto nascosti e da un punto di vista estetico molto poco comunicativi a livello di immagine. A questo giro vogliamo essere più espliciti, avere un’immagine più definita.
La domanda è: chi ti guarderà se non ti fai vedere e chi ti ascolterà se non vuoi gridare. Se vuoi esistere nel mondo, se vuoi condividere, lo devi fare in un modo che spesso ti porta molto fuori dalla “zona di comfort”
Ho guardato con curiosità le vostre nuove fotografie perché mi sembrate degli alieni da un altro pianeta, con queste luci bellissime fra rosso e blu
Sì, l’idea era un po’ quella, la nostra estetica l’ha curata Elena Molino, che è un po’ la nostra art-director. Avevamo in mente questa cosa di tradurre in immagini la sensazione che ci da il nuovo sound, che è elettronico e anche un po’ surreale, un po’ inquietante a tratti.
Avete iniziato la vostra carriera cantando in inglese e poi siete passati all’italiano, vi siete mai pentiti di questa scelta?
No, per ora non ce ne stiamo pentiti, perché è difficile tornare indietro, quando inizi a scrivere nella tua lingua, poi (almeno per me) scrivere in inglese sembra di sempre tradurre qualcosa invece di dirlo direttamente. Per noi non è mai stata una questione di arrivare al “grande pubblico” oppure avere più visibilità in Italia. La nostra musica per definizione in Italia non può arrivare al grande pubblico. Nell’ultimo disco avevo diari, cose scritte in italiano e mi faceva troppo strano tradurre, quindi ho voluto provare a dirle direttamente così. Il processo mi è piaciuto talmente tanto, mi ha messo talmente tanto in gioco anche proprio a livello di onestà, senza filtri, che poi è diventato abbastanza imprescindibile. Anche per le nuove cose è venuto assolutamente naturale continuare a scrivere in italiano. Ovviamente per noi che scriviamo con riferimenti anglofoni, è più difficile fare entrare le parole in italiano dentro un certo tipo di melodie. In questo disco per la prima volta abbiamo provato a cantare in modo particolare, facendo discorsi anche più lunghi, come un flusso di coscienza. Comunque è un percorso lungo, sentiamo che solo adesso dopo 3-4 anni che scriviamo in italiano iniziamo a sentirci davvero a nostro agio con la lingua e anche a trovare un modo proprio nostro diciamo.
Ti faccio un’ultima domanda e se tu dovessi definire il nuovo viaggio degli /handlogic, che viaggio sarebbe?
Il nostro ultimo disco era proprio un viaggio cinematografico in mezzo al mare. Questo qui non lo so, mi viene di risponderti che quando ho scritto questi pezzi all’inizio era anche perché avevo voglia di musica da poter sentire in macchina, pezzi un po’ più brevi, un po’ più d’impatto, più presi bene. Quindi ti direi che è un viaggio in macchina con altre persone, un “on the road”.
