Francesca Villani chiude la sua carriera dove tutto era iniziato. Domenica scorsa, al Pala BigMat, la schiacciatrice pratese ha ricevuto l’abbraccio del pubblico fiorentino per l’ultima gara casalinga della stagione, siglando un percorso partito nel 2013 con la promozione in A1 a San Casciano.
Dopo le esperienze con Brescia, Chieri e Novara, senza dimenticare le annate a Busto Arsizio e Scandicci, e dopo aver vestito la maglia della Nazionale, la numero 9 de Il Bisonte ha deciso di fermarsi. Una scelta maturata nel corso di un’annata segnata da un infortunio muscolare e dalla consapevolezza di non poter più garantire il massimo rendimento fisico. In questa intervista, l’atleta toscana ci racconta i motivi della sua decisione e il bilancio di un lungo viaggio nel volley professionistico.
Prima di tutto grazie mille per la disponibilità, immagino che in questi giorni sarai assediata dai giornalisti.
Sì, devo dire che ho detto “oh no, forse non smetto allora”… però fa piacere, fa molto piacere. Il fatto che ci sia questa richiesta mi rende molto contenta. A me poi piace molto parlare, quindi non è un problema, anzi.
Partiamo da domenica: ci racconti le emozioni di questo momento, anche simbolico. Chiudere il cerchio proprio dove tutto è iniziato e con la squadra che ti ha lanciato nel professionismo.
Sono stati giorni molto emozionanti, non solo domenica ma anche quelli prima. Per fortuna mi sono fermata poco a pensare, ho cercato di vivere tutto con la massima serenità. Domenica è stato l’apice. Se devo scegliere una parola, è “gratitudine”. Non solo per questa stagione o per le persone di oggi, ma per tutto il percorso iniziato tantissimo tempo fa, che mi ha dato tanto. In questo momento voglio soffermarmi solo sul bello, perché voglio che la pallavolo resti un bel ricordo. Le difficoltà ci sono state e ci saranno per tutti, ma arrivare alla fine e ricordarsi il bello è il regalo giusto da fare a questo percorso. La stagione però non è ancora finita, mancano due partite. È stato più che altro un saluto “a casa”, anche con la mia famiglia. Credo di dover ancora realizzare davvero tutto.

È una decisione che hai maturato nel tempo?
Sicuramente sì. Il primo obiettivo era avvicinarmi a casa, tornare a Firenze, nel posto dove ero una ragazzina, ma da persona più consapevole. Volevo dare un supporto diverso, sia alla società sia alle compagne. Non pensavo di smettere quest’anno, sinceramente. Pensavo di giocare ancora un paio d’anni. Però ho iniziato a sentire che qualcosa cambiava: il corpo non rispondeva più come prima. La testa c’è sempre stata, ma sentivo di dare tanto come persona e meno come atleta. E per rispetto verso chi investe su di te, devi esserci al 200%. Io vedevo che il mio corpo non mi stava più dietro. Poi a dicembre è arrivato l’infortunio, un edema osseo, che mi ha fatto fermare e riflettere. Lì è arrivata la consapevolezza: non potevo garantire un’altra stagione da atleta al livello che si richiede. E per me era una questione di rispetto verso la società che aveva puntato su di me.
Hai parlato di supporto alle più giovani: può essere una prospettiva futura?
Me lo auguro. Spero davvero che non finisca qui, perché la pallavolo è stata la mia vita. Non so ancora in che ruolo, ma anche senza un ruolo definito io ci sarò. Per le mie compagne, per le più giovani. Anche solo per ascoltare, per dare un consiglio. Avere una persona che ha vissuto certe esperienze può essere un aiuto, anche solo per sfogarsi dopo un allenamento andato male. È una cosa che mi piace e che mi dà responsabilità. Spero davvero che la pallavolo non finisca qui, perché sarebbe complicato.

Hai accennato anche al desiderio di maternità. Quanto è ancora difficile conciliarlo con lo sport di alto livello?
Ci tengo a dirlo: non smetto per questo motivo. È un desiderio che c’è, nel mio progetto di vita e di coppia, ma non è ancora realizzabile per questioni logistiche. Nei prossimi anni ci piacerebbe, sì. In generale però credo che lo sport professionistico sia ancora indietro su questo tema. Non siamo ancora pronti davvero a conciliare maternità e carriera ad alto livello. Per quanto mi riguarda è un desiderio forte, ma la decisione è legata a motivi fisici e mentali.
Se dovessi scegliere un’immagine della tua carriera, tra momenti belli e difficili?
I momenti negativi sono sicuramente legati agli infortuni. Ho avuto una carriera travagliata sotto questo aspetto. L’ultimo intervento chirurgico nel 2024 è stato forse il momento più duro, anche perché ero già grande e ne avevo passate tante. I momenti belli invece sono stati tantissimi: le Coppe Europee, la Nazionale, i campionati vinti con San Casciano e Brescia. Se devo sceglierne uno, dico la prima Coppa europea. È stato un momento di gioia altissima, vera.

Si parla sempre più di salute mentale nello sport. A che punto siamo?
Oggi nell’alto livello la figura del mental coach è molto presente. Io ce l’ho tuttora e ho avuto anche una psicologa. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Parlare con qualcuno di esterno, che ti dia un punto di vista oggettivo, è fondamentale. Ti aiuta a gestire pressione, infortuni, aspettative. Fare l’atleta non è semplice. Io lo consiglio a tutti, anche a chi non è in difficoltà: può essere anche solo una valvola di sfogo. Spero davvero che non sia più un tabù, perché è una cosa importantissima.
In campo ti abbiamo vista grintosa e determinata. Fuori, chi è Francesca?
In realtà sono molto sensibile. Mi piace aiutare gli altri, spesso metto davanti la felicità delle persone a cui voglio bene rispetto alla mia. Mi considero una persona generosa e leale, che crede molto nei rapporti e ci investe tanto. Sono anche permalosa, lo ammetto (ride). Però credo derivi dal fatto che do molta fiducia agli altri, e quando le aspettative non vengono rispettate ci rimango male. Ma sì, direi sensibile, generosa e molto legata alle persone.

Chiudiamo con i tifosi: cosa ti porti via da questo rapporto?
I tifosi sono stati un’arma vincente. Ho creato legami che durano ancora oggi, mi hanno sostenuto anche a distanza. Avere persone che ti seguono e ti supportano è fondamentale per un atleta. Le tifoserie che porto più con me sono quelle di Chieri e Brescia: molto calde, molto presenti, davvero parte integrante della squadra. E questa è una cosa che fa la differenza.