“Anche i matti sono creature degne d’amore”. “Anche”, appunto. Una sottolineatura che la dice lunga sull’assenza di empatia che per decenni ha accompagnato la cura della salute mentale. Lo scrittore e illuminato psichiatra viareggino Mario Tobino era invece mosso dalla convinzione che i malati e le malate dovessero essere prima di tutto ascoltati e compresi. Quelle creature con cui connettersi nel profondo, provandole a leggere oltre la fronte, interrogandone prima di tutto l’anima. Creature a cui non spegnere sogni, desideri, deliri. Persone a cui restituire vita. Così fece, per oltre 40 anni, nel manicomio di Maggiano, a Lucca, l’ospedale-paese dove si trovavano il fornaio, il cinema, il calzolaio, una colonia agricola.
I suoi libri, tra cui “Le libere donne di Magliano” – che pubblicò nel 1953 – non sono solo un affresco superbo del Novecento ma anche una limpida fotografia della vita dentro i manicomi.
A questo romanzo ed alla figura di Tobino è dedicata anche la serie tv “Le Libere donne”, una coproduzione Rai Fiction- Endemol Shine Italy, in onda dal 10 marzo su Rai 1, diretta da Michele Soavi.
Ad interpretare Tobino è Lino Guanciale. L’ho incontrato oltre un anno e mezzo fa in una fredda giornata di dicembre, di rientro da una visita alla Fondazione Tobino, a Lucca. Là dove lo psichiatra visse e scrisse i suoi capolavori nelle due stanze con le pareti azzurre come il mare, che rappresentarono per lui casa, rifugio, tormento. E anche solitudine, negli anni in cui il dibattito sulla chiusura dei manicomi portato avanti dai Basagliani, lo vide emarginato dal mondo psichiatrico e letterario. Tobino si sentì incompreso, sconfitto ma mai si arrese.
Con Lino Guanciale ne parlammo in una lunga chiacchierata nella quale mi spiegò quanto fosse importante, per lui, che questa serie contribuisse a riportare luce sulla figura di questo grande personaggio del Novecento.

Lino in tv vestirai i panni di uno dei più importanti e lungimiranti psichiatri italiani. Conoscevi la storia di Tobino e di Maggiano?
Ho letto da ragazzo Le libere donne, una lettura rivoluzionaria per me
Avevo letto da ragazzo “Le Libere Donne” e ne ho un ricordo bellissimo. Fu una lettura rivoluzionaria per me. Queste donne “urlavano”, nei ritratti di Tobino, il proprio bisogno e ricerca di libertà attraverso le manifestazioni di quella che, all’epoca, era colta come diversità molesta. Tornare sui passi di Tobino, conoscerne meglio la vita è stata un’opportunità fortissima, bellissima per me.
Ne “Le Libere Donne” Tobino chiese all’editore Vallecchi di scrivere una frase, nella prefazione: “Anche i matti sono creature degni d’amore”. E qui c’è un concetto rivoluzionario per l’epoca: quello del diritto di vivere in libertà le passioni, l’amore, i desideri. Tobino perpetua con convinzione questo suo credo.
Questa attenzione alla persona, questa profonda convinzione della necessità di umanizzazione del trattamento sono un lascito fortissimo. Sono molto felice che questo lavoro cada dentro una specie di Tobino Renaissance anche da parte degli studiosi.

Con l’avvento della Legge Basaglia Tobino è incompreso e vive anni difficilissimi, quasi vittima di oscurantismo. La serie aiuterà a comprenderne la posizione di medico?
Ridurre tutto quanto a uno schema di tifoserie è una semplificazione della realtà deleteria
“La legge Basaglia è un patrimonio dell’umanità. E’ di fatto un primato che l’Italia può a buon diritto rivendicare. Però la preoccupazione legittima di Tobino, che la prova dei fatti storica ha riconosciuto come tale, era legata alla tutela, all’assistenza dei malati. Di fatto poi il vuoto assistenziale c’è stato e lo affrontiamo tutt’oggi. È sempre sciocco ridurre tutto quanto a uno schema di tifoserie che è una semplificazione della realtà deleteria. Mi dispiace che a farne le spese sia stato un importante psichiatra come Tobino, che nell’immediato si è visto affibbiata addosso un’etichetta pesante, come se volesse difendere uno status quo disumano. Spero che questo nostro lavoro possa rappresentare una goccia nel mare che aiuti a riscoprire una figura imperdibile”.

Mario Tobino da luminare passa quasi ad essere emarginato quando si scontra con quelli che definisce con pungente ironia i “Novatori” (n.d.r. i sostenitori della Legge Basaglia). E scrive nel romanzo “Gli ultimi giorni di Magliano”: “ Chi ha poca personalità, chi non ha talento, con poche frasi, sempre le stesse, è finalmente alla ribalta e può sputare e risputare quelle parole , è un innovatore, un rivoluzionario, un giustiziere, finalmente è qualcuno.”.
Quanto sono attuali queste parole di Tobino che ci ricorda quanto sia più facile seguire la tendenza del branco invece di elaborare un libero pensiero critico?
Nel gioco di schermaglie in cui riduciamo tutto quanto a bianco e nero si perde l’attenzione per chi fa le spese delle decisioni
Sospetto che Tobino, da Dantista quale era, dentro il termine innovatore ritrovasse anche quella accezione di “nova” come “portatore di mostruosità”. Chi segue un flusso più per utilità e appartenenza che per convinzione, poi partorisce mostruosità. Se andassimo a fare una bella cernita, c’è da chiedersi quanti siano stati quelli che hanno seguito il flusso del percorso di Basaglia, senza esserne poi del tutto compenetrati. Nella posizione di Tobino non vedo un’avversione al cambiamento ma l’attenzione di un medico verso le persone a cui aveva deciso di dedicare la vita. Nel gioco di schermaglie in cui riduciamo tutto quanto a bianco e nero, alla fine succede che si perde l’attenzione per chi fa le spese delle decisioni. Per essere chiaro fino in fondo: è un po’ come chi dice che la proporzione di femminicidi è relazionata agli ingressi degli immigrati: fuori dalla realtà, tutto qua.
Tobino in uno splendido documentario della Rai racconta quanto sia importante leggere oltre la fronte dei propri pazienti. Sta in queste poche parole, per quanto hai studiato e approfondito la figura di questo psichiatra, il suo manifesto di medico?
“Tobino aveva un approccio di “corpo a corpo” tanto con le parole quanto con le persone, l’interesse a comprendere per stilare una buona diagnosi. Aveva ben chiaro che si trovava ad affrontare una galassia di mondi diversi rappresentati dalle persone: a Maggiano c’erano più di mille ricoverati. La missione del medico era ascoltare e scoprire che cosa si celava dietro un soma, un aspetto. Un approccio umano a tutto tondo di questo signore”.

A Maggiano c’erano anche le malate di malinconia. Un dolore timidamente aggressivo con il quale combattiamo anche nei nostri tempi. Come lo avete trattato?
“La malinconia è un po’ come il crepuscolo, no? E’ quel momento in cui le cose ti appaiono in una luce nuova e diversa rispetto alle altre ore del giorno. È un momento fecondo dal punto di vista della creatività. Michele Soavi (il regista n.d.r.) ha cercato di affrontare la malinconia, in questo progetto, non come uno stato di incupimento ma come un momento più positivo che regressivo”.
Qual è il messaggio più importante che il tuo Mario Tobino vuole dare attraverso questa serie?
La diversità non è un mostro da temere
“Che la diversità non è un mostro da temere. È un orizzonte interessante e fecondo di opportunità da scoprire. Siamo tutti mondi diversi e non c’è propaganda buonista in questo: è la cosa più realistica che mi sento di dire. Credo che questo messaggio pulsi forte, almeno nelle nostre intenzioni, in questo lavoro. Spero che arrivi a chi ci guarderà”.
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