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© Claudia Gori

Cultura /

“La felicità quando è altrove” Silvia Frasson racconta Tre sorelle di Čechov a teatro

Venerdì 27, sabato 28 febbraio e domenica 1° marzo al Teatro Manzoni di Calenzano in scena la poliedrica attrice che interpreterà da sola i dodici personaggi del capolavoro dello scrittore e drammaturgo russo

Il teatro di Anton Čechov è un luogo vivo, necessario, profondamente contemporaneo. I personaggi che si agitano nelle sue opere potrebbero vivere e respirare oggi.

Venerdì 27, sabato 28 febbraio e domenica 1° marzo, il Teatro Manzoni di Calenzano ospiterà“Tre sorelle – Ovvero la felicità quando è altrove”, il nuovo spettacolo di Silvia Frasson, ispirato al capolavoro del grande scrittore e drammaturgo russo.

Le vite sospese di Olga, Maša e Irina e di tutti gli altri personaggi vivranno grazie alla voce e al corpo di Silvia Frasson, sola in scena, tra le protagoniste più autorevoli del teatro di narrazione contemporaneo.

Non una messinscena tradizionale, ma una distillazione profonda del testo cechoviano, in cui dialoghi, atmosfere e personaggi confluiranno in un’unica, vibrante esperienza narrativa.

Al centro, i temi eterni dello scrittore: l’incapacità di vivere pienamente il presente, il desiderio di fuga, l’amore spesso impossibile, lo scarto doloroso tra il sogno e la realtà.

Ecco la nostra intervista a Silvia Frasson

Silvia, so che questo spettacolo per te è un desiderio esaudito, lo hai inseguito a lungo 

Čechov è sempre stato in assoluto il mio preferito, da quando ho cominciato a studiare e leggere il teatro. Ho sempre desiderato farlo. Ma nella mia vita artistica, nel mio percorso, non c’è stata la possibilità. Da alcuni anni, avevo questa follia in testa. Perché è una follia vera e propria trasformare una pièce con 12 personaggi, (in realtà sarebbero 14) in teatro di narrazione. Portare in scena tanti personaggi da sola, insomma, è una bella sfida, ma mi sembrava che potesse essere un’ottima possibilità. Funziona sempre così: arriva un momento in cui le cose dentro la mia testa non ci possono più stare e capisco che è il momento in cui devono uscire.

Essere un classico significa avere la capacità di scrivere delle cose nel 1900, in cui oggi ci possiamo specchiare

Come hai lavorato al testo?

Devo dire che mi sono messa a scrivere senza avere la più pallida idea di come avrei potuto realizzarlo. Perché, veramente, è una cosa assolutamente diversa da tutte quelle che ho fatto fino ad ora. Non sapevo quale sarebbe stata la chiave…e poi l’ho trovata. E nel trovarla, in realtà, la narrazione è sparita quasi completamente. Il “narratore” sarà il 5% del testo, solo quello di cui ho bisogno per passare da un personaggio a un altro e per dire che cosa sta accadendo. Il resto sono tutti dialoghi tra i personaggi.

Silvia Frasson – © Claudia Gori

Riflettevo sul fatto che incredibilmente certe opere scritte un secolo fa, sono ancora attuali. Parlano della nostra vita, di noi, dei nostri problemi

Questa è l’arte di Čechov, quello che hai detto è assolutamente la cosa che mi ha fatto innamorare di lui. Non per niente è un classico. Essere un classico significa avere la capacità di scrivere delle cose nel 1900, in cui leggendole adesso ci possiamo specchiare. Credo sia quello che cerchiamo, credo, nella rappresentazione teatrale. Spesso è proprio uno specchio in cui ci possiamo riconoscere, ritrovare. È veramente incredibile, certe cose che dice e come le dice potrebbero essere dette ieri. Per esempio un personaggio racconta che qualche sera prima al circolo parlavano di Shakespeare e di Voltaire, ma nessuno in realtà li aveva mai letti, neanche lui, però tutti ne parlavano come se li conoscessero. Arriva a dire: tutti fingono di sapere cose di cui non sanno, che gente disonesta che siamo diventati”. Siamo noi, parla di noi, l’essere umano è uguale in tutti i tempi, in tutte le ere.

Beh direi che nell’epoca dei social network questo è lampante, siamo tutti esperti di tutto

Čechov fa anche un discorso in cui parla della stupidità dell’essere umano. Lui dice che la maggioranza, la massa è stupida. Su 100 persone stupide l’intelligente è uno. Questa è la situazione e non ci si può fare niente. Quindi, prosegue, quell’unico intelligente smetta di voler cambiare la situazione, perché non può. Faccia invece quello che è sua cura fare, cioè cose intelligenti. Costruisca ferrovie, lavori, faccia cose per cui si possa progredire, ma non cerchi di cambiare la stupidità degli altri.

A proposito della stupidità, mi rileggevo un po’ la trama, i protagonisti sono persone che si mettono in situazioni che inevitabilmente li portano a essere infelici, una cosa che capita spesso anche a noi. Come mai ci infiliamo in questi cespugli della vita? Forse è più facile essere infelici che essere felici…

Certo, assolutamente, uno dei personaggi dice proprio questo. Aleksàndr Veršinin si è sposato due volte e tutti e due i matrimoni sono infelici. La moglie attuale ogni tanto per fargli dispetto e per richiamarlo a casa si avvelena, così è sicura che lui tornerà. Lui dice che questa situazione la sopporta, o al massimo se ne lamenta, perché comunque sopportare è meno faticoso che cambiare. Questo racconta l’immobilità dei personaggi, tutti vorrebbero andare, fare, ma nessuno fa e nessuno va.

Perché forse lo psicologo costa troppo…

Čechov diceva che lo scrittore non deve trovare una soluzione, non deve rispondere al perché, deve esporre la situazione per com’è. Il giudice sarà il pubblico che, dopo aver visto lo spettacolo, farà i propri ragionamenti, tirerà le sue conclusioni.

I biglietti – posti numerati 14/16 euro – sono disponibili sul sito del Teatro Manzoni www.teatromanzonicalenzano.it, su www.ticketone.it e nei punti vendita Boxoffice Toscana.

Silvia Frasson – © Claudia Gori

Informazioni sull’evento:

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