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Il tempo nelle mani: storie di botteghe toscane, tra presente e futuro

Un viaggio nell’artigianato toscano tra botteghe storiche, mestieri antichi e nuove sfide contro la desertificazione urbana. Marmo, oro, cuoio e ceramica: un patrimonio di saper fare che resiste al tempo

Ceramica OFF Montelupo Fiorentino

C’è un filo invisibile che lega le botteghe toscane: il tempo . Sembrano sospese, lasciti della tradizione, nelle botteghe il tempo non corre, sedimenta. Almeno a vederle da fuori. Vetrine nascoste, espongono pezzi unici, che trasudano ore di lavoro.

E le insegne, un po’ datate, dove l’elemento centrale è spesso il rimando alla tradizione, al legame con la città, dove la parola “bottega” è pensata per essere una garanzia di eccellenza e toscanità: “Torrini bottega orafa Firenze”, “Pelletteria fiorentina”.

Le città cambiano, anche il tessuto economico è cambiato e continua a farlo, ma anche nel capoluogo, nelle strade meno battute dall’overtourism, sopravvivono botteghe dove le mani sanno riconoscere un difetto prima degli occhi. In certe strade l’odore del cuoio, che profuma ancora di tannino, riesce a farsi largo nella nube indistinta che esce dagli street food e dai market a buon prezzo, un mix si senape, carne bruciata, affumicato, e guacamole.

Il tempo dicevamo. È una corsa contro il tempo quella a preservare le botteghe storiche e tipiche della Toscana, dove i minuti sono scanditi da gesti ripetuti, appresi guardando, sbagliando, rifacendo, tramandati di padre in figlio. Un patrimonio che il tempo, sempre lui, rischia di portarci via . Non mancano però le iniziative per preservarlo questo patrimonio. Proprio a Firenze, con il supporto dell’amministrazione cittadina, il progetto di rigenerazione urbana Recreos, punta a riportare in strada artigiani, creatività e presidi culturali per restituire a via Palazzuolo quell’identità che rischia di scomparire. Due le “botteghe” già inaugurate nei fondi ristrutturati assegnati da Fondazione CR Firenze, un laboratorio creativo e uno studio di fotografia.

La Toscana della Pietra

Salendo per le cave di Carrara, quando si celebra la lizzatura storica, con il sole che brucia la pelle e gli occhi che faticano a tenere la vista sul marmo che sembra ghiaccio, ci si imbatte in piccole botteghe, una, due stanze al massimo dove il marmo prende vita e diventa forma. Una riproduzione in miniatura di ciò che avviene nei laboratori dei grandi maestri del marmo di Carrara.

A Volterra l’alabastro racconta una continuità rarissima: dagli Etruschi agli artigiani di oggi, la pietra viene scavata, tornita e lucidata quasi allo stesso modo da oltre duemila anni . Nel 1895, proprio per promuovere la lavorazione dell’alabastro, fu fondata la Società Cooperativa Industriale Magazzino di lavori in alabastro.

Non è una bottega in senso stretto, ma un’istituzione del lavoro artigiano volterrano: nasce per tutelare gli artigiani e organizzare una produzione che, già allora, aveva una rilevanza economica internazionale. Scopo principale della costituzione della Cooperativa era quello di permettere agli artigiani alabastrai, di avere un magazzino di raccolta di tutti i loro manufatti e che ci fosse personale esperto incaricato di seguire l’opera fino alla consegna. La Società cambiò nome in Cooperativa Artieri dell’alabastro nel 1908 in seguito alla visita di Gabriele D’Annunzio a Volterra: si deve proprio a lui il nome “Artieri”.

La Toscana dell’oro e della ceramica

Arezzo è la città dell’oro.  Le botteghe orafe affondano le radici nel Medioevo e arrivano fino a oggi con una continuità rara. L’oro non è solo valore: è precisione, pazienza, rispetto. In un mondo di produzioni seriali, qui l’errore pesa più del tempo. La prima azienda orafa ad Arezzo aprì i battenti nel marzo del 1926 per volontà di Carlo Zucchi e Leopoldo Gori, i due “padri fondatori”, oggi l’azienda, UNOAERRE, è una delle principali realtà mondiali specializzate nell’ideazione, produzione e distribuzione di prodotti di oreficeria e gioielleria.

 

E saltando da Arezzo alla Valdelsa le botteghe di ceramica di Montelupo Fiorentino sono una gioia per la vista: busti, terrecotte, vasi. Non è oro, ma poco ci manca. Manufatti di grande creatività e artigianalità che hanno contribuito a forgiare l’identità locale nei secoli. Già dal XIII secolo, lungo l’Arno, le fornaci di Montelupo producevano vasellame, piatti e contenitori destinati a una circolazione sorprendentemente ampia. Alcune botteghe risalgono ai primi del Novecento: è il 1921 quando Guido Bitossi fonda la Manifattura Maioliche Artistiche Guido Bitossi, oggi ancora attiva e riconosciuta come una delle imprese storiche italiane per eccellenza artigianale,

Dietro ogni bottega, una storia

L’artigianalità non è solo una questione di tradizione, dietro ogni bottega c’è una storia. Alcune storie hanno segnato, purtroppo in negativo, la cronaca degli ultimi mesi. Penso alla chiusura dello storico negozio di giocattoli Dreoni, e nel mese di gennaio Firenze ha detto addio alla storica mesticheria Mazzanti. Volti, persone, che hanno dato tanto alla collettività e che lasciano un vuoto enorme nell’identità cittadina.

La tendenza è preoccupante: “il fenomeno della desertificazione commerciale non solo indebolisce la vitalità economica degli spazi urbani, ma compromette anche la qualità complessiva della vita cittadina, riducendo l’accesso dei residenti a beni e servizi essenziali”, si legge nel rapporto di novembre sul futuro del commercio al dettaglio in Italia di Confcommercio. Secondo le proiezioni al 2035 la Toscana potrebbe perdere fino a un quarto delle attività di vicinato . Per arginare la desertificazione urbana, tra le proposte di Confcommercio la riapertura dei negozi sfitti, il sostegno alla nascita di nuove imprese di prossimità, il miglioramento della logistica urbana, la valorizzazione dei centri storici e dei negozi di vicinato. Si può partire dal sostenere il saper fare delle botteghe acquistando da loro.

E magari dando una possibilità a chi, andando in controtendenza, invece decide proprio di investire nell’artigianato locale. Come Francesca, Sonia e Denise, tre ragazze che a Suvereto hanno fatto propria la tradizione del sughero e qualche anno fa hanno aperto una bottega di oggetti in sughero nel borgo. Quella di Francesca, Sonia e Denise non è una storia isolata, anche grazie ai bandi regionali che mirano ad avvicinare i giovani alle botteghe, non mancano esperienze che lanciano segnali positivi.

In fondo la Toscana che il mondo ci invidia non vive solo nei musei o nelle cartoline: vive dietro quelle vetrine discrete, negli errori rifatti mille volte finché diventano perfezione, nelle mani che sanno ancora aspettare. In quelle botteghe dove il tempo non corre.

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