Da un garage a Castel Goffredo nell’alto mantovano trasformato in sala prove parte un’onda elettrica che attraversa oceani e palchi infuocati: sono i Bee Bee Sea, il power trio formato da Damiano Negrisoli alias Wilson Wilson (chitarra e voce), Giacomo Parisio (basso) e Andrea Onofrio (batteria).
Tre amici con il volume sempre un po’ più alto del consentito che dal debutto omonimo Bee Bee Sea (2015) – un biglietto da visita ruvido e irresistibile – passando per Sonic Boomerang (2017), Day Ripper (2020) fino al più recente Stanzini Can Be Allright (2025), hanno trasformato il proprio suono in un marchio di fabbrica: garage rock sporco al punto giusto, riff abrasivi e psichedelia.
Un mix che li ha portati a suonare in Europa e America, a finire in spot e serie tv negli States e – dettaglio non da poco – a conquistare l’ammirazione di un’icona come Iggy Pop.
Esplosivi, ironici, instancabili: i Bee Bee Sea sono la dimostrazione che il rock’n’roll non ha bisogno di metropoli per nascere, ma solo di fame, sudore e canzoni che mordono, dalla provincia ai palchi internazionali.
I Bee Bee Sea saranno in concerto all‘Exfila di Firenze sabato 21 febbraio.
Ecco la nostra intervista a Wilson
Ciao Wilson, il vostro ultimo disco uscito nel 2025 si intitola “Stanzini Can Be Allright”, ho letto che è nato in questi famosi ‘stanzini’ appunto, una mitologica sala prove
Stanzini è il garage di mio nonno, lui ci teneva le piante, il tagliaerba, le biciclette vecchie, i giochi, libri di scuola delle medie, cose così. A un certo punto ho deciso che volevo quel posto per suonarci e per trovarmi con gli amici, Eravamo quasi ventenni e abbiamo deciso di squattare questo posto che a mio nonno non serviva ovviamente. Quindi ho portato via tutto ed è diventata la nostra sala prove. A un certo punto il vicino ha cominciato a lamentarsi e così una volta al mese abbiamo iniziato a farci delle feste in cui suonavamo e facevamo dei concerti clamorosi in questa stanzetta tre metri per quattro. Questa è un po’ la storia di stanzini. Mio nonno lo chiamava lo stanzino, la località dove si trovava si chiama Zecchini, quindi è nato il gioco di parole Stanzini. Ha preso il nome di Stanzini anche la mia azienda con cui produco calze, inoltre il collettivo che organizza il nostro festival il Metapalooza a Castel Goffredo si chiama Stanzini Collectiv. Praticamente è diventato il nome di tutte le cose creative e non solo che sono uscite da questo luogo.
Per ottenere il nostro suono bisogna suonare tanto, andare in studio, registrare le tracce e poi distorcerle finché non sono marce, ma non troppo. È un equilibrio molto precario tra solo schifo e schifo bello
Fin dal primo album vi siete proiettati in una dimensione più internazionale, avete suonato in Europa e in USA. Siete anche voi il caso di band italiana più famosa all’estero che in patria, come ve lo spiegate?
Premettendo che comunque anche in Italia abbiamo un discreto seguito, nell’underground siamo una band piuttosto conosciuta. Però il fatto di cantare in inglese non ha mai aiutato, è una cosa che ci ha sempre svantaggiati. Non a caso l’unica canzone che abbiamo fatto in italiano e che non è nostro “Piangi con me” ha tantissimi ascolti, molti di più rispetto ad altri nostri pezzi. Questa cosa è dovuta al fatto che in Italia bisogna cantare in italiano. In Europa sono già tanti anni che suoniamo, abbiamo fatto tanti festival, quando abbiamo occasione partiamo sempre volentieri. Siamo stati anche in America, abbiamo suonato anche al Pickathon Festival a Portland e fatto un paio di tour la. È una cosa che capita alle band soprattutto nel panorama del garage, del rock’n roll, come anche tanti altri generi che non sono parte del mainstream, è così non possiamo farci molto.
Siete stati trasmessi da Iggy Pop nel suo programma radio, raccontateci come l’avete scoperto. Immagino che sia bello svegliarsi una mattina e scoprire che zio Iggy vi ascolta e vi apprezza
La storia di Iggy Pop risale al 2022, è stata la prima volta che siamo stati passati nel suo programma alla BBC. È stata un’emozione incredibile, Iggy Pop è una leggenda, un Dio, una figura di riferimento per il nostro genere, per il mondo del punk-rock in generale e non solo. Non esiste figura più rock’n roll di lui. È stato molto bello soprattutto perché ha parlato della band, si è documentato. Ha pronunciato Castel Goffredo a modo suo. Si è immaginato una storia in cui noi vivevamo in una comune in un castello, (ride) probabilmente perché aveva letto su wikipedia che esisteva la comune di Castel Goffredo quindi lui si è fatto tutto questo viaggio psichedelico. Oltre a questo negli anni successivi, fino a qualche settimana fa ha continuato a passare i nostri pezzi e parlare di noi. Sembra diventato un fan della band, parla sempre molto bene di noi, è una cosa fantastica.
Il vostro sound è volutamente ruvido, sporco, abrasivo, come riuscite ad ottenerlo?
Il nostro suono è volutamente ruvido perché è quello che ci piace ed è il modo in cui suoniamo noi, è la nostra idea di musica: un’estetica low-fi, non estrema ma sempre grezza, perché il rock’n roll è quella roba lì nella nostra visione. Per ottenerlo bisogna suonare tanto, andare in studio, registrare le tracce e poi distorcerle finché non sono marce, ma non troppo. È un equilibrio molto precario tra solo schifo e schifo bello.
A dieci anni dalla vostra nascita avreste mai immaginato di arrivare fino a qua, cosa c’è nel futuro dei Bee Bee Sea?
Dieci anni fa non avrei mai detto che saremmo stati ancora qua a suonare e invece eccoci qua. Sono successe tante cose, abbiamo fatto 4 dischi. Abbiamo suonato in Europa, America, in mezzo c’è stato anche il covid, ne sono successe di cose. Per quanto riguarda il futuro al momento ci stiamo concentrando sul tour, e provando a scrivere roba nuova ma i nostri tempi discografici sono sempre molto lunghi. Ad aprile faremo in tour in Spagna, in estate saremo in giro in Germania e Inghilterra, stiamo pianificando l’autunno. Staremo a vedere.