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La rivoluzione delle registe coreane: Caterina Liverani racconta il volto femminista del k-cinema

L’11 marzo esce per Le Plurali “Lady cinema va in Corea guida femminista al k-cinema”, il saggio di Caterina Liverani che sarà presentato il 17 marzo alle 18.30 al Cinema Odeon di Firenze insieme alla sociolinguista Vera Gheno

Negli ultimi vent’anni siamo stati attraversati – quasi senza accorgercene – dalla potenza della cultura coreana: dalle serie cult come Squid Game e Avvocata Woo, al trionfo agli Oscar di Bong Joon-ho con “Parasite”, primo film coreano a vincere l’Oscar come Miglior Film.

Senza dimenticare il fenomeno globale dei BTS, il Nobel per la Letteratura a Han Kang per “La vegetariana” e il successo di produzioni come il film d’animazione K-Pop Demon Hunters.

Ma se i nomi di registi come Park Chan-wook, Lee Chang-dong e Kim Ki-duk sono ormai familiari anche in Occidente, resta ancora poco esplorato il volto femminile del cinema coreano.

È proprio qui che si inserisce “Lady cinema va in Corea guida femminista al k-cinema” il libro di Caterina Liverani (da oltre dieci anni studiosa del cinema della Corea del sud e collaboratrice del Florence Korea Film Festival): un viaggio nella rivoluzione femminista del cinema sudcoreano, tra registe, attrici e sceneggiatrici che stanno ridefinendo linguaggi, immaginari e narrazioni.

Nella nostra intervista parleremo con lei di K-Wave, rappresentazione di genere, sguardo femminile e nuove prospettive culturali: un’occasione per scoprire un cinema potente, innovativo e ancora troppo poco raccontato. 

Le pioniere del cinema coreano

La Corea del Sud ci ha abituato a una cinematografia super vivace che in Italia un po’ ce la sogniamo, perché sinceramente i capolavori che sono usciti negli ultimi anni dalla Corea non li vedo in Italia, mettiamola così. Però se ci sono registi che sono ormai famosi anche per il grande pubblico, non sappiamo quasi niente delle registe donne. 

Sì, assolutamente, la Corea del Sud all’inizio della k-wave nei primi anni duemila ha avuto veramente una grande spinta. La Corea del Sud quando ha iniziato ad aprirsi verso l’esterno, aveva probabilmente l’esigenza, l’urgenza di farsi conoscere all’estero e anche probabilmente la voglia di sperimentare. Per quello che riguarda i registi, i primi che abbiamo conosciuto in Occidente o comunque in Europa appunto sono Kim Ki-duk e Park Chan-wook. Diciamo che una nuova generazione di cineasti ha incontrato una nuova generazione di critici, di direttori di festival. Per esempio in Italia Alberto Barbera fu colui che lanciò Kim Ki-duk al Festival di Venezia con L’isola nel 2000. Così è scoppiata la febbre del cinema coreano.

il fatto che sempre più donne vengano ingaggiate per essere registe, sceneggiatrici, dipende proprio dal fatto che c’è tutta un’ondata di donne altamente qualificate, giovani, con dei progetti

Nella tua guida parli di alcune registe donne, personaggi davvero straordinari e fuori dal comune, come la pioniera Park Nam-ok (autrice di The Widow del 1955) che girava con la figlia legata sulla schiena e cucinava i pasti per tutta la troupe…

Le donne nel momento in cui i colleghi uomini si stavano affermando, tentavano anche loro di affermarsi o avevano tentato in precedenza. La storia di Park è avvolta nella leggenda, sopravvive una foto di lei che ha la sua bambina sulle spalle mentre dirige la troupe. È una figura di ispirazione, un po’ mitologica per certi versi. Più che di una condizione sfavorevole unicamente per le donne, io parlerei anche di una condizione sfavorevole, in quel momento, un po’ per tutta la Corea perché era appena uscita dalla guerra. Non era facile per nessuno, per lei non era facile il doppio. Sicuramente c’è stata però comunque da parte sua la voglia di raccontare una nuova donna coreana. Lei ha fatto quell’unico film, poi si è trasferita negli Stati Uniti, e non ha più voluto saperne perché molto probabilmente aveva incontrato diverse difficoltà. Probabilmente non era rimasta neanche tanto contenta perché il film poi non era andato bene. Ma credo ci fosse proprio l’esigenza di raccontare una donna coreana, asiatica, nuova, con desideri diversi. La sua protagonista rivendica per esempio la sua felicità personale, il suo appagamento sentimentale. È una donna, è una vedova, il film si intitola “The Widow” appunto, ma comunque cerca di rifarsi una vita. Insomma, riletto nella prospettiva di oggi, è un film molto sovversivo, molto forte.

Le altre due registe che mi hanno colpita sono Yim Soon-rye, la cosiddetta “regina del botteghino” e Shin Su-won che tu definisci “la pallina del margine”, perché nei suoi film parla spesso di disabilità, di colpi non conformi, tematiche molto originali

Assolutamente sì. Yim Soon-rye è la prima regista coreana che ha avuto un suo film distribuito anche in Italia per la Tucker, “Little Forest” che appunto ha conosciuto anche una tiepida però reale, concreta distribuzione in sala. Yim Soon-rye è una regista che è stata molto, molto, è cruciale per le nuove leve. Ho sentito parole di grandissimo apprezzamento e gratitudine anche da parte dei molti attori uomini che lei ha lanciato con i suoi film e poi sono diventati delle star, come ad esempio Park Hae-il, che è il protagonista di “Decision to leave”, di Park Chan-wook. Lei racconta che a un certo punto ha smesso di vedere film coreani e si è interessata molto al cinema francese, ha studiato cinema giapponese e poi ha riscoperto il cinema coreano. Forse è un paragone un po’ azzardato, ma è un po’ la Kathryn Bigelow coreana, nel senso che i suoi film sono produzioni molto grosse. Lei ha fatto qualche anno il film “The Point Man”, che raccontava un vero episodio di politica internazionale. Si tratta di un film super adrenalinico, sicuramente un classico genere che sembrerebbe appannaggio di soli uomini, o comunque nella direzione di soli uomini. Lei fa veramente di tutto, e è anche molto impegnata nella divulgazione del cinema al femminile, è una maestra, un punto di riferimento per tante persone.

Shin Su-won, che tra l’altro sarà anche ospite al prossimo Florence Korea Film Fest con il suo ultimo film che si intitola “The Mutation”, è veramente una donna con un percorso molto particolare. Nata come scrittrice e romanziera di libri per ragazzi, si è poi appassionata prima alla sceneggiatura e alla regia. Ha una produzione molto serrata, molto forte, infatti spesso è stata ospite del nostro festival. Rispetto a Yim Soon-rye è inquadrata in un racconto della donna e le difficoltà che può riscontrare la società. Il suo cinema non si riferisce semplicemente alle donne, parla anche molto per esempio di giovani. Lei ha studiato molto quella che è la marginalità dei corpi, per esempio in un suo film che si intitola “Glass Garden”, la protagonista è una ragazza che ha una disabilità e tra l’altro non è un film di denuncia sociale, è un horror. Ha fatto un film anche nel 2021 “Hommage”, che è un po’ autobiografico. Parla di una regista di mezz’età che racconta anche di problemi legati al cambiamento, alla menopausa, le difficoltà comunque di fare cinema indipendente. In questo ultimo suo film “The Mutation” si spinge ancora oltre, non voglio spoilerare troppo perché appunto sarà al festival, però spinge ancora più avanti la ricerca della diversità che coinvolge la donna.

Little Forest

Il K-drama: serie coreane alla conquista del mondo

Nella tua guida parli anche del K-drama, cioè le tantissime serie tv coreane che troviamo sulle principali piattaforme di streaming, quasi tutte all’insegna del romanticismo e dell’evasione. Come mai siamo stati investiti da questa nuova onda?

Quello che noi chiamiamo “k-drama”, altro non è che una forma seriale televisiva che di solito (Squid Game è un’eccezione) ha una ventina di puntate abbastanza lunghe, da più di un’ora, con una storia che tradizionalmente si consuma in una sola stagione. Diciamo che come tutto il mondo, anche in Italia, la pandemia ha portato a una crisi nel cinema, nella produzione cinematografica e invece a una grande, grandissima fruizione dei contenuti seriali. Forse è un po’ svilente dire contenuti seriali, diciamo all’intrattenimento seriale, più che cinematografico. Seriale intendendolo come un’esperienza da parte dello spettatore che non si esaurisce nella sola visione di un film e non si consuma fuori da casa, può essere fruibile cioè in maniera domestica. La serialità pone lo spettatore nella condizione di decidere lui a che ora, in che modo e con che supporto usufruire del contenuto che vuole vedere. Durante appunto la pandemia si sono consumati tantissimi contenuti di questo tipo. Il dramma coreano probabilmente è stato scoperto da molte persone dopo che erano stati consumati altri contenuti. Nelle librerie delle varie piattaforme, specialmente Netflix, è capitato magari un titolo accattivante o un’immagine che ha catturato il pubblico e lì è scoppiata la magia. Ma è scoppiata la magia anche perché appunto tradizionalmente i k-drama hanno una caratterizzazione di romanticismo, un po’ come i romanzi d’appendice. La trama base è sempre un amore contrastato un po’ una sorta di Romeo e Giulietta ma a lieto fine.

nei k-drama si raccontano gli amori in maniera molto romantica, in cui per esempio il sesso o l’atto sessuale non è l’obiettivo, l’obiettivo è veramente conoscersi, abbattere le barriere, tentare di entrare in connessione con l’altro

Credo che l’apprezzamento per le serie coreane sia nato che perché ci trovavamo in un periodo in cui l’orizzonte personale era limitato ed era appunto relegato alla propria casa, al parco, al supermercato e veramente a niente di più. Era un momento in cui anche il solo fatto di pensare un viaggio era un pensiero proibito perché non sapevamo quando avremmo potuto ricominciare a farlo. Il fatto di vedere qualcosa comunque di bello, emozionante, rassicurante, che veniva da una terra di cui forse si sapeva anche poco, con attori e attrici giovani, con un fascino particolare che è appunto quello degli asiatici, a cui magari non eravamo abituatissimi, tranne non so, Toshiro Mifune o Bruce Lee, penso che abbia stuzzicato la curiosità. Ha aiutato anche il fatto che nella maggior parte dei k-drama, si raccontino degli amori in maniera molto romantica, in cui per esempio il sesso o l’atto sessuale non è l’obiettivo, l’obiettivo è conoscersi, abbattere le barriere, tentare di entrare in connessione con l’altro. Tutto questo ha dato una dimensione diversa, ha fatto pensare che comunque la vita, l’amore, le relazioni sono anche quello. Ha forse ridato un po’ di lustro al romanticismo.

Come mai in Corea le donne trovano grande spazio nell’industria dell’intrattenimento seriale?

In Corea del Sud ci sono delle eccellenti scuole dove si insegna il cinema, si insegna a usare la macchina da presa, a stare su un set, organizzare il lavoro, proprio anche dal punto di vista tecnico. Non si impara, come accade a molti giovani registi italiani, sul campo. In Corea come studieresti per imparare, non lo so, a fare l’odontoiatra, studi per imparare a fare il cineasta. Spesso le registe che ho intervistato, magari registe che sono nei loro adesso 40-50 anni, sono docenti di università e di scuole di cinema e mi hanno detto che in questo momento la maggior parte dei partecipanti ai corsi sono donne, giovani ragazze. Quindi probabilmente il fatto che sempre più donne vengano ingaggiate per essere registe, sceneggiatrici, dipende proprio dal fatto che c’è tutta un’ondata di donne altamente qualificate, giovani, con dei progetti che vanno incontro al gusto femminile. Anche perché è proprio il pubblico femminile quello che maggiormente fruisce di questi contenuti e quindi chi produce, chi investe, si è accorto che è una buona mossa. Probabilmente c’è una ragione di tipo economico, perché spesso quando un personaggio maschile in un film o in una serie funziona molto bene, si dice che è stato scritto da una donna per le donne, è un trick per renderlo più accattivante. Va anche ricordato che tutto questo movimento ha dato anche un’immagine un po’ falsata di quello che è la mascolinità coreana, che non è così ideale come viene dipinta nei k-drama.

Corea del sud: un paese pieno di contraddizioni

La Corea è un paese che ha delle grandissime contraddizioni e l’ho scoperto anche leggendo il tuo libro in cui dedichi un capitolo a parte sulla cinematrografia Queer. Ho scoperto per esempio che in Corea è possibile cambiare sesso solo dal 2010, che il primo Gay Pride è stato nel 2000, ma una cosa che mi ha veramente sconvolto è che l’aborto in Corea è legale solo dal 2021

La Corea è un paese molto complesso, nuovo nella nostra percezione e giovane nella nostra conoscenza. La prima volta che probabilmente si è parlato di Corea è stato per le Olimpiadi dell’88 che appunto si svolsero a Seul. È un paese che ha avuto una dittatura, diverse, anzi, dittature militari che sono perdurate negli anni e che hanno reso abbastanza difficile riforme, cambiamenti e, come posso dire, anche ragionamenti ad ampio spettro su quello che sono le lotte di libertà, per l’uguaglianza, per il riconoscimento dei diritti. Inoltre bisogna ricordare che si parla di un paese che vive una frattura interna, la Corea del Nord e la Corea del Sud sono divise, però non c’è la pace, non c’è l’armistizio.

La Corea del Sud è un paese che ha delle complessità che sono molto difficili da capire per chi è nato nel dopoguerra in un paese come l’Italia

Quindi è un paese che ha delle complessità che sono molto difficili da capire per chi invece è nato nel dopoguerra in un paese come l’Italia. Io non sono un’esperta di sociologia o di geopolitica, l’idea però che mi sono fatta negli anni è che ci fosse prima bisogno per le nuove generazioni di accettare questo paese. Accettare la situazione in cui erano nati e poi, piano piano, anche magari avendo l’opportunità di viaggiare e di conoscere anche quello che c’era all’esterno, capire le differenze e da lì di iniziare a lottare per il giusto riconoscimento dei propri diritti. Non a caso per esempio dal punto di vista del femminismo, negli ultimi anni si sono sviluppati tantissimi movimenti in cui le donne assumono anche posizioni alle volte un po’ forti, un po’ estreme, come per esempio il Movimento 4B.

Per quello che riguarda però la rappresentazione della Queerness e i diritti LGBTQA+ nel cinema e nelle serie tv, non penso che al tempo attuale sia poi alla fine così tanto diverso da quello che succede anche in altre cinematografie e in altri paesi. Certo questi temi cominciano ad esserci, in modo molto timido, molto tiepido per adesso. Probabilmente appunto un Orange is the New Black coreano ancora è difficile da immaginare, però è un processo che va avanti. Squid Game è stato ancora una volta un fenomeno spartiacque, uno specchio della società perché ha portato in scena un personaggio di una concorrente ai giochi transessuale. Sì, è vero che è una personaggia interpretata da un uomo eterosessuale, quindi siamo un po’ lontani da affidare un ruolo a un’attrice transessuale, ma il fatto di renderla assolutamente positiva, una donna trans che è stata molto amata e ha fatto commuovere ed emepatizzare è un grande passo avanti in una società in cui nel mondo dello spettacolo i coming-out si contano sulle dita di una mano. Come dico anche nel libro, potremmo dire la stessa cosa dei calciatori del campionato italiano, è impossibile pensare che ci siano dei calciatori omosessuali, eppure è chiaro che ce ne sono, anche statisticamente.

I consigli di Caterina Liverani su film e serie tv coreane

Caterina in chiusura ti chiederei di consigliare ai nostri lettori qualche film o serie tv da recuperare per conoscere meglio la cinematografia coreana

Per quanto riguarda film e serie tv c’è l’imbarazzo della scelta. Per chi è proprio a digiuno di cinema coreano consiglierei di recuperare subito il film da cui è tratta la copertina del mio libro “Lady Vendetta” di Park Chan-wook, un film imprescindibile e fondamentale per la rappresentazione della donna nel cinema, benchè diretto da un uomo. Anche “Mademoiselle” sempre dello stesso autore, considerato erroneamente minore rispetto a “Decision to leave” o l’ultimo “No other choice”, in cui è messo in scena l’amore tra due donne in maniera sublime, poetica, sensuale, erotica.

Come serie tv devo dire che ce n’è per tutti i gusti, due serie mi sono piaciute tanto perché sono anche vicina all’età dei protagonisti, persone adulte di trent’anni, “Something in the rain” e “One night spring”. Entrambe raccontano una storia d’amore che fa fatica ad essere accettata dalla società, con contenuti molto realistici. In Something in the Rain si parla di una donna che è di una classe sociale diversa e leggermente più adulta dell’uomo di cui è innamorata. Questo crea uno squilibrio forte e aiuta a comprendere quanto il ruolo della famiglia d’origine incida in modo forte e limitante nella vita di una persona anche adulta. In One night spring invece si parla della monogenitorialità, il protagonista è un ragazzo padre che conosce una donna adulta e indipendente, ma ingabbiata in una relazione di lungo corso che non riesce a interrompere. Sono due serie che oltre a piacermi per la trama perché parlano di lavoro, di quotidianità, mi ha anche aiutato a capire meglio la società coreana. Consiglio anche questa serie pazzesca che si chiama “Non stare a guardare” un noir con due protagoniste donne incredibili.

Per preordinare il libro “Lady cinema va in corea guida femminista al k-cinema” vai su: www.lepluralieditrice.net

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