Il giallo del manoscritto che Dino Campana consegnò a Giovanni Papini e Ardengo Soffici, che quest’ultimo sostenne sempre di aver smarrito in un trasloco e la cui perdita contribuì ad aggravare le condizioni psichiche del poeta di Marradi, giunge finalmente a una conclusione. Soffici lo aveva ritrovato da tempo, addirittura quando Campana era ancora vivo, ma non glielo disse mai. A svelare la verità su una delle pagine più tragiche della letteratura italiana è la nuova edizione di “Come lavora il genio”, il volume curato da Leonardo Chiari e Walter Scarpi del Centro Studi Campaniani di Marradi, pubblicato in occasione del 140esimo anniversario dalla nascita del poeta e presentato oggi al Gabinetto Vieusseux di Firenze.
“La leggenda del manoscritto perduto deve essere superata dalla storia del manoscritto recluso, celato, trattenuto, trascurato – ha spiegato Walter Scarpi – la biografia di Campana dovrà essere aggiornata, le antologie scolastiche corrette e integrate da almeno una riga: Soffici evitò di restituire a Campana il manoscritto che definiva perduto nonostante lo avesse già ritrovato prima del 1927 e lo abbia tenuto fino alla morte nel suo studio”.
La vicenda del manoscritto de “Il più lungo giorno”
Dentro il volume è l’articolo “La fine di un mistero” del ricercatore Giovanni Cavagnini a raccontare cosa successe davvero al manoscritto de “Il più lungo giorno”, che nel dicembre 1913 Campana consegnò a Papini e Soffici: le sue fatiche letterarie erano raccolte in questa unica copia e gliela diede nella speranza che i due intellettuali lo aiutassero a pubblicarla.
Avendo ricevuto una proposta non soddisfacente (la pubblicazione di estratti sulla rivista Lacerba) chiese la restituzione del manoscritto, ma non lo vide mai più. Inutili le sue ossessive lettere degli anni successivi, inutile la minaccia: “Verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò”. Soffici aveva dichiarato nei suoi scritti di aver purtroppo perso di vista il manoscritto durante un trasloco e “Il più lungo giorno” venne pubblicato solo nel 1973, anni dopo la morte di Soffici.

Il ritrovamento nel 1927, quando Campana era vivo
Cavagnini però, durante le ricerche centrate sul mito e la fortuna di Campana, argomento del suo libro “L’ombra del matto. Mito e memoria di Dino Campana (1932-2025)”, appena pubblicato da Pacini, si è imbattuto nella testimonianza di un’opera finora ignorata in Italia nella bibliografia campaniana. Si tratta dell’antologia “Italian Authors of Today” di Peter Michael Riccio, edita a New York nel 1938, dove Riccio racconta di essere stato a casa di Soffici a Poggio a Caiano e di essersi imbattuto proprio nel manoscritto di Campana mentre rovistava con altri amici e studiosi fra gli scaffali dello studio.
Riccio scrive anche di essersi trovato in auto con Carrà e Soffici nei dintorni del manicomio dove Campana era recluso, ancora in piena salute. Carrà propose di andare a fare visita al poeta ma Soffici declinò.
“Dall’incrocio dei carteggi fra Prezzolini, Papini e Soffici – dichiara Scarpi – si può già desumere che la frequentazione con Riccio avvenne nel 1927 e nel 1933 (Campana muore nel 1932). Il ritrovamento del mitico manoscritto risalirebbe non al 1971 (quando Mario Luzi ne diede comunicazione “ufficiale” sul Corriere della sera) né al 1965 (come sostenuto da Luigi Cavallo nel 2002) ma addirittura al 1927, quando Campana era ancora in vita”.
“A questo punto le responsabilità di Soffici si ingigantiscono: come sarebbero cambiate le cose, quali effetti benefici avrebbe avuto sulle condizioni psichiche di Campana la restituzione del manoscritto perduto, il libro che il poeta aveva definito “l’unica giustificazione della mia esistenza”? – aggiunge Walter Scarpi – quel manoscritto era diventato un mito e un’ossessione per lo stesso Campana, convinto che le sue facoltà poetiche lo stessero abbandonando. Possiamo credere che recuperando il manoscritto avrebbe ritrovato se stesso”.
Nuove testimonianze su Campana
Quella del manoscritto non è l’unica novità contenuta nel volume “Come lavora il genio”, nato dalla scoperta del ricercatore e vicepresidente del Centro Studi Campaniani Leonardo Chiari, che lo scorso anno ha ritrovato l’esemplare personale delle “Opere” di François Villon appartenuto a Dino Campana, un’edizione parigina del 1910, sul quale il poeta annotò versi, varianti e appunti autografi rimasti finora sconosciuti.
Il libro ospita l’inedita tesi di laurea di Franco Matacotta dedicata a Campana, realizzata pochi anni dopo la morte del poeta e ricca di testimonianze raccolte direttamente da Sibilla Aleramo, con cui il poeta visse una travagliata storia d’amore. Cino Matacotta racconta invece la storia della biblioteca di famiglia nella quale il Villon è stato conservato per decenni, mengtre Stefano Drei presenta le sue ricerche sull’origine del titolo “Il più lungo giorno” e sulla presenza del linguaggio cinematografico nei Canti Orfici.
Chiude il volume una sezione documentaria che raccoglie gli scritti pubblicati da Campana dopo i Canti Orfici e prima dell’internamento, molti dei quali trovano oggi un importante riscontro nelle annotazioni conservate sul Villon ritrovato.

Nencini presidente della Fondazione “Marradi Cultura – Dino Campana”
In occasione della presentazione di oggi è stato inoltre comunicato il cda della Fondazione “Marradi Cultura – Dino Campana”, istituita dalla Regione Toscana per valorizzare la figura e l’opera del poeta marradese: è composto da Riccardo Nencini, storico, scrittore, presidente del Gabinetto Vieusseux, eletto alla presidenza, da Simone Magherini, docente di letteratura italiana e da Franco Masotti, operatore culturale.