Cinquant’anni fa il Pulpito di Donatello e Michelozzo cambiava casa. L’8 settembre 1976 le sette formelle marmoree originali del celebre capolavoro rinascimentale vennero collocate nella Sala del Pulpito del Museo dell’Opera del Duomo di Prato, dopo essere state rimosse dalla loro collocazione originaria all’esterno della cattedrale per proteggerle dal degrado e dall’inquinamento.
Fu una scelta pionieristica che ha modificato anche il rapporto tra l’opera e il pubblico. Protette all’interno del museo, le formelle possono infatti essere osservate da vicino, permettendo di apprezzare pienamente la straordinaria tecnica dello stiacciato, il rilievo finissimo quasi pittorico con cui Donatello costruì effetti di profondità e prospettiva su una superficie quasi bidimensionale.
L’anniversario sarà ricordato dal Museo dell’Opera del Duomo e da Prato Cultura con due iniziative. Dall’8 settembre al 10 gennaio, nella Sala del Pulpito sarà proiettato un video dedicato alla ricerca scientifica sulla storia dell’opera e sulla sua conservazione, che entrerà a far parte del percorso di visita del museo.
A completare il progetto sarà il volume Il pulpito di Donatello e Michelozzo nel Duomo di Prato. Riflessioni sulla copia degli anni Settanta, a mezzo secolo dalla sua realizzazione e sulla tutela dei monumenti all’aperto, scritto dalla storica dell’arte Francesca Fedeli, figlia di Andrea Fedeli, autore dei calchi che ancora oggi si trovano sulla facciata della cattedrale.

La storia del pulpito di Donatello
La storia del pulpito affonda le radici nel Quattrocento. L’opera fu commissionata nel 1428 alla bottega di Donatello e Michelozzo con una funzione precisa: offrire alla città uno spazio per l’ostensione pubblica della Sacra Cintola, la preziosa reliquia mariana custodita nel Duomo di Prato.
Dieci anni più tardi, nel 1438, il pulpito divenne il luogo dal quale la reliquia veniva mostrata alla popolazione, consolidando il suo ruolo nella vita religiosa e civile della città.
La collocazione all’aperto, tuttavia, esponeva l’opera alle intemperie e, con il passare dei secoli, agli effetti sempre più pesanti dell’inquinamento.
Nella seconda metà del Novecento si aprì così il dibattito sulla possibilità di conservare le formelle nella loro sede originaria o trasferirle nel Museo dell’Opera del Duomo. La decisione arrivò alla fine degli anni Sessanta: nel gennaio 1969 i rilievi originali furono rimossi dalla struttura.
Per mantenere integro l’aspetto del pulpito nella sua collocazione storica, si decise quindi di realizzare delle copie. Andrea Fedeli produsse i calchi, collocati all’esterno nel 1972.
Si trattò di un intervento assolutamente innovativo per l’epoca, basato anche sull’impiego di gomme siliconiche per la realizzazione dei negativi e di marmo artificiale per le copie. Una tecnica che, a oltre cinquant’anni di distanza, ha dimostrato la propria efficacia: i calchi sono infatti ancora in ottime condizioni.
Per i marmi originali di Donatello il restauro dovette invece attendere. L’intervento, curato dall’Opificio delle Pietre Dure, prese avvio nel 1990 e si concluse alle soglie del Duemila, restituendo alle formelle gran parte della loro originaria luminosità.
Il trasferimento al museo ha permesso così di salvaguardare uno dei capolavori della scultura rinascimentale, trasformando al tempo stesso l’esperienza del visitatore.
Oggi infatti il pubblico può trovarsi a pochi centimetri dal marmo e cogliere la complessità dello stiacciato, la vitalità dei putti e la forza espressiva della scultura di Donatello.
