Dopo circa un anno lontani dai palchi, i Piqued Jacks tornano a suonare dal vivo in una nuova fase della loro storia.
Si chiama “Cambio forma” il primo album in italiano della band toscana di Buggiano, in provincia di Pistoia, un lavoro che arriva dopo vent’anni di musica, tour, palchi italiani e internazionali e l’esperienza dell’Eurovision Song Contest.
Andrea Lazzeretti, Francesco Bini, Marco Sgaramella e Tommaso Oliveri – rispettivamente E-King, Little Ladle, Majic-o e Holy-Hargot – hanno costruito negli anni la propria identità su un’anima rock e un’attitudine pop, diventando una vera e propria band da palcoscenico.
Nel 2023 la vittoria a Una voce per San Marino li ha portati direttamente all’Eurovision di Liverpool con Like an Animal, un’esperienza che, al di là del risultato, ha rappresentato una potente conferma del percorso fatto partendo dalla provincia toscana e arrivando su uno dei più importanti palchi musicali europei. Da lì sono arrivati nuovi concerti, radio, televisione e l’opportunità di aprire i live di artisti come gli Who.
Poi la scelta di cambiare pelle. Nel 2024 nasce l’idea di un album in italiano, una sfida che li porta fuori dalla loro comfort zone e a confrontarsi con una nuova forma di scrittura e di espressione.
Cambio forma è così diventato un lungo rito di passaggio durato oltre due anni, una sorta di terapia di gruppo in cui quattro musicisti hanno messo in discussione continuamente le proprie certezze, riscrivendo e trasformando i brani fino a trovare una nuova identità.

Ecco la nostra intervista a Francesco Bini e Marco Sgaramella
Sono passati quasi 20 anni da quando avete iniziato a suonare, cosa vi ricordate di quei ragazzi che hanno deciso di formare una band tanto tempo fa?
Nel 2006 è partita la primissima formazione, che poi è andata avanti dieci anni buoni. Eravamo ragazzini appena usciti dal liceo che cercavano un modo per stare insieme, passavamo il pomeriggio su MTV, guardando i video di Red Hot Chili Peppers, Green Day, e ci siamo detti: vogliamo fare una band anche noi! La formazione attuale si è consolidata dal 2019, consideriamo quell’anno come la rinascita e l’inizio di tante belle cose.
avevamo dentro cose che forse siamo riusciti a tirare fuori solo nella nostra lingua madre, che avevano bisogno di tempo per venire fuori, sono stati due anni di trasformazione
Vi abbiamo seguiti da lontano, nella vostra avventura all’Eurovision, anche se non siete arrivati in finale ci avete fatto sognare. Cosa ci potete raccontare di questa avventura?
La cosa più bella è stata proprio vincere il “Sanremo di San Marino”, il festival che poi ci ha portato all’Eurovision. Sicuramente tutto il viaggio e il processo che ci ha portati a quella vittoria è stata la cosa più bella. “Like an Animal” è un pezzo che abbiamo registrato completamente da soli, lo abbiamo fatto mixare a dei professionisti, ma l’abbiamo fatto da soli. All’inizio non avevamo nessuna speranza. Tu pensa che abbiamo lasciato la stanza una sera prima del previsto, perché abbiamo detto tanto chi ci torna per dormire? E invece è successo quello che è successo, da lì in poi tutte le serate, i pre-party di Eurovision, tutta la community pazzissima è stata un’esperienza davvero fuori dalle orbite.
C’è questo clima un po’ di follia dietro l’Eurovision…
Ma completo! Noi pensavamo di essere gli “underdog”, gli “outsider”, ma lì ce ne erano molti altri. Era l’anno delle band, quindi abbiamo conosciuto un sacco di musicisti, gli irlandesi, i lettoni, gli sloveni, è stato molto bello.
Dopo qualche anno di silenzio siete tornati con “Cambio forma”, un titolo che è già un programma. Che cosa è cambiato?
Sicuramente la lingua, questo è abbastanza evidente. È stato il nostro modo di sopravvivere, detta schiettamente in quello che è diventato il mondo della musica, la nostra voglia di continuare a fare musica. Un progetto in inglese in Italia fa fatica. Le esperienze all’estero ci hanno dato tanto e quello dell’italiano era un pallino che ci era rimasto. Avevamo dentro cose che forse siamo riusciti a tirare fuori solo nella nostra lingua madre, che avevano bisogno di tempo per venire fuori, sono stati due anni di trasformazione. In realtà è cambiato il modo di dire le cose, ma non le cose che diciamo, né come, perché siamo sempre gli stessi. Chi è venuto a vederci alla presentazione dell’album si è reso conto che siamo i soliti pazzi furiosi, che vanno a pogare in mezzo alla gente.
Tanti artisti italiani che iniziano in inglese a un certo punto preferiscono passare all’italiano. È una cosa che capita sempre più spesso. Mi chiedo se è una moda?
Per fortuna le mode non ci hanno mai influenzato, anche perché non riusciamo a starci dietro. E poi, insomma, sono veramente venti anni che facciamo musica in inglese. Quella dell’italiano è una cosa che più volte ci hanno chiesto e che abbiamo deciso di fare quando l’abbiamo voluto noi, quando ce la siamo sentita.
Avete suonato veramente dappertutto in festival prestigiosi, avete aperto anche a star del calibro degli Interpol, c’è magari un ricordo particolare che avete di questi big?
Parlando di aperture big, mi viene in mente in Inghilterra quando abbiamo aperto i The Boomtown Rats di Bob Geldof. Noi ci aspettavamo una band di vecchietti, che ci avrebbe fatto un po’ addormentare. E invece sono arrivati sul palco e hanno spaccato tutto, sul finale hanno fatto una roba mezza discotecara che ci ha folgorati! Abbiamo detto dobbiamo fare qualcosa anche noi del genere perché è bellissimo! Infatti è una cosa che ci portiamo dietro nei live, il nostro finale è proprio esagerato, è nato da quella sera lì.

Piqued Jacks, Cambio forma, foto di Lorenzo Stefanini