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Al Glue arriva il “Dirty Pop” made in Campo di Marte dei Cassandra

Sabato 16 marzo al Glue Alternative Concept Space di Firenze la band formata da Matteo Ravazzi, Francesco Ravazzi e Giovanni Sarti presenterà il suo ultimo disco “Un glorioso disastro”

Cassandra

Matteo Ravazzi, Francesco Ravazzi e Giovanni Sarti sono i Cassandra, band fiorentina che nata ufficialmente dal 2021, ma in realtà molto prima.

Il loro primo disco “Campo di Marte” è piaciuto all‘etichetta Mescal che in uno scorcio di fine estate ha deciso di condividere questa nuova avventura presentando il singolo “Kate Moss”.

Il brano oltre ad essere un perfetto biglietto da visita, transita per gli studi di X-Factor e genera quella curiosità di cui si nutre un nuovo progetto.

Hanno suonato su palchi importanti come quelli del Pistoia Blues, del Mengo Music Fest e del Metarock, oltre ad aver aperto i concerti di Ermal Meta. 

“Un glorioso disastro” è il titolo del loro ultimo disco uscito nel 2023 sempre per l’etichetta Mescal e prodotto da Marco Carnesecchi,  lo presenteranno per la prima volta nella loro città sabato 16 marzo al Glue Alternative Concept Space. 

Ecco la nostra intervista al cantante Matteo Ravazzi

Ciao Matteo! Il vostro ultimo disco si intitola “Un glorioso disastro” questo titolo vi ha portato fortuna?

Direi di sì, lo abbiamo chiamato così perché io non avevo mai fatto un secondo disco, ma è vero quello che dicono che è sempre il più difficile nella carriera di un artista. Non sai bene dove andare, se restare fedele al primo oppure cambiare tutto per evolverti. Non sai cosa fare. Poi alla fine abbiamo deciso di farlo come ci piace a noi, perché anche se sarà un disastro sarà glorioso, cioè alla nostra maniera e da qui il titolo che in realtà poi è andato benissimo.

abbiamo suonato su tantissimi palchi, anche quelli brutti, marci. C’è rimasta come attitudine e come approccio un po’ di sporcizia addosso, siamo ruvidi nei live. Il nostro non è un “pop” di quelli puliti e fighetti

Come e quando avete lavorato a questo disco?

Questo disco per me è già un sogno averlo fatto. Perché quando ho iniziato a fare il musicista sognavo di scrivere un disco in tour e di andarlo a registrare non in uno studio ma in una villa. Ed è andata proprio così, nel 2022 abbiamo passato tutta l’estate in tour. Tra una data e l’altra quando tornavamo a Firenze, buttavamo giù quello che avevamo scritto in viaggio. Poi siamo andati dalla nostra etichetta e gli abbiamo detto: perché non ci pagate una villa? Non immaginatevi una villa dell’800, era una casa colonica a due piani, in mezzo al bosco della Garfagnana, la prima casa era a 5 chilometri. Eravamo in mezzo al nulla, abbiamo montato lo studio lì dentro con tutto il necessario e abbiamo passato 20 giorni lì a registrarlo. In realtà quindi è nato molto velocemente, per realizzare il primo ci abbiamo messo tantissimo, quattro anni con il Covid di mezzo. Per questo disco invece volevamo catturare l’istantanea di un momento bello o brutto che fosse. 

Come mai definite la vostra musica “Dirty Pop”?

Non l’abbiamo scelta noi. Quando mi chiedono che genere facciamo io non so mai cosa rispondere, è una domanda che mi mette in difficoltà. Però ci hanno dato questa definizione perché facciamo pop, questo è fuori di dubbio e lo diciamo anche abbastanza orgogliosamente. Ora è più normale, sdoganato, ma quando abbiamo iniziato dire a livello indipendente “facciamo pop” era una cosa un po’ strana. Però siccome siamo una band che ha fatto tanta gavetta, abbiamo suonato su tantissimi palchi, anche quelli brutti, marci. C’è rimasta come attitudine e come approccio un po’ di sporcizia addosso, siamo ruvidi nei live. Il nostro non è un “pop” di quelli puliti e fighetti.

Parlavi di palchi “marci” ma avete suonato su palchi importanti come il Pistoia Blues, il Metarock, avete aperto per Ermal Meta, c’è un sogno che vorreste realizzare?

A parte che quando hai fatto i palchi “marci” fare poi questi grandi palchi è una passeggiata di salute, la nostra gavetta ci ha semplificato molto la vita. Quello che mi piacerebbe fare ora, ci stavo pensando in questi giorni, è riorganizzare come faceva Manuel Agnelli anni fa un festival itinerante com’era il Tora Tora. Un festival itinerante per tutta l’Italia con gli artisti che mi piacciono, con cui ho un rapporto. Un po’ già lo faccio a Firenze per il progetto Fiore sul vulcano, mi piacciono i progetti che siano comunitari.

Parliamo un po’ della situazione fiorentina dei locali e dei concerti. Io la vivo da fruitrice e mi sembra che siamo un po’ in difficoltà, ma il punto di vista di un musicista qual è?

Siamo messi male qua, come siamo messi male in tutta Italia, ovviamente più è piccola la città, più le situazioni sono inferiori. Io sento molto spesso paragonare Firenze a scene come Milano o Roma ma non ha senso, perché sono città da milioni di abitanti. Bisogna ricordarsi che Firenze è un grande presone. La gente quel è meno interessata ai live. C’è una nuova scena che sta emergendo, che ha bisogno di meno attrezzature e meno spazi, non ha bisogno di grandi palchi. La scena Trap e la scena Rap la puoi fare con molto meno, in molti posti, è molto più flessibile e in questo momento storico fa i numeri, fa gente. Quindi non è che non ci sono i locali, non ci sono i locali come eravamo abituati noi, col palco su cui suonano le band con la batteria, è un segno dei tempi. 

Cosa pensi quando sali su un palco?

Io quando sono sul palco ho la netta sensazione che sia l’unica cosa che mi riesce bene, non penso a molto altro. Sto bene sia che davanti a me ci siano 2000 persone, sia che ce ne siano 100 o che ce ne siano 3.

Cassandra live
Opening AL!S
Aftershow dj set

Ingresso gratuito per i soci Glue/US Affrico
(costo della tessera associativa 15 €)

Informazioni sull’evento:

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